L’arte del Piano B. Un libro strategico

di Gianfranco Franchi
Piano B

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Tutta colpa di Miguel Bosé

di Sciltian Gastaldi
Fazi

Il corposo ultimo lavoro di Gastaldi potrebbe essere descritto come un romanzo della nostalgia, anzi un noioso romanzo della nostalgia, dato che la nostalgia è essenzialmente noiosa quando si struttura di un’infinita sequela di ricordi più o meno dettagliati che condividono tutti coloro che, come me e Sciltian, sono nati nei primi anni Settanta.
Negli ultimi anni la nostalgia collegata al vissuto di questa disgraziata generazione è diventata un mantra che ha dato luogo a blog, pagine su facebook, fan club e revival, il tutto introdotto dal fatidico “quelli che…”. Quelli che per telefonare andavano nella cabina a gettoni, quelli che guardavano la tv dei ragazzi, quelli che dopo Carosello a letto, quelli che si facevano le pippe con le copertine di Espresso e Panorama, e via così, in una escalation di noia sempre più ammorbante. Ecco tutta la prima metà di “Tutta colpa di Miguel Bosé” si risolve in una interminabile lista frignona in stile “quelli che”. In alcuni punti alla noia subentra il fastidio, per esempio quando l’autore racconta dettagliatamente le trame di alcuni film di culto della generazione “quelli che”. Roba da urlare, nell’ordine il nostro ci sciorina: Il vizietto, Il tempo delle mele, Laguna blu, Ufficiale e gentiluomo, Victor victoria, A chorus line, Maurice, Amici, complici amanti e Priscilla. Il problema di fondo è che per chi sostanzialmente condivide lo stesso background culturale dell’autore, compresi cartoni animati giapponesi e Italia campione del mondo nell’82, tutto questo rigurgito più o meno dettagliato delle nostre infanzie e gioventù risulta come un interminabile déjà vu, a tratti stucchevole. Ma i picchi di fastidio si provano, comprensibilmente, quando si incorre in imprecisioni ed errori di ricostruzione, non così infrequenti. Per capirci: visto che mi stai massacrando con un malloppo tipo Bignami espanso sugli anni settanta/ottanta, fai almeno attenzione a non scrivere grossolane stupidaggini perché il nervo è scoperto. Salto triplo carpiato sulla sedia quando incorro nelle due castronerie più clamorose: Candy Candy è un’orfana alla ricerca dei genitori (p. 118!) e il calciatore di cui tutte/i eravamo innamorate/i si chiamava Andrea Cabrini (p. 199) (ANDREA! Ma se lo chiamavano il Bell’Antonio!). Vedete gli scherzi che fa la nostalgia (canaglia, of course).
Superate a fatica le prime 205 pagine che lasciano impressi nella mente centinaia di fotogrammi bidimensionali che inquadrano immagini topiche, dal culo di Miguel Bosé (e chi se lo scorda?), alla morte di André in Lady Oscar, via via fino al crollo del muro di Berlino, finalmente il romanzo comincia a raccontare una storia, quella di un ragazzo che ha sempre saputo di essere bisessuale e che cerca di trovare il suo posto nel mondo fra prove di coming out, disastrosi avvicinamenti all’ArciGay e viaggi in Interrail. Qui la scrittura diventa più godibile, in alcuni momenti è anche divertente, leggera e sempre ironica e autoironica (l’ironia è un altro must della mia generazione, in fondo). Insomma, alla maturità del protagonista corrisponde anche la maturità del racconto, lo sguardo sulla vita e le vite degli altri si fa più profondo e il punto di vista di un ragazzo “metrosessuale” disegna una prospettiva allegra e un po’ naïve, come di qualcuno che non è mai al posto giusto e al momento giusto e che, proprio in virtù di una postura sbilenca e teneramente clownesca, apre valutazioni interessanti e non scontate, sempre, però, improntate ad una gradevole leggerezza e mai saccenti.
Nelle ultime pagine ritorna lo spettro della nostalgia, ma qui ha tutta un’altra matrice. Evandro, questo il nome del protagonista, finalmente esce allo scoperto con amici e famigliari e trova il suo posto nel mondo grazie, anche, al “Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli” che, a differenza della tracotante Arcigay, lo accoglie nella sua diversità fra diversi. Una sorta di happy end, quindi. E allora perché la nostalgia? Perché il romanzo si chiude sulla storica sfilata del World Pride di Roma del 2000, al quale il protagonista partecipa con il fidanzato e i genitori, e le ultime otto pagine sono tutte impregnate dell’entusiasmo di quei giorni, del senso di libertà, della musica, dei colori, del sole romano che bacia in fronte gay, lesbiche, transessuali, bisessuali, eterosessuali, bambini, cani e gatti… Ecco: poi chiudi il libro assaporando ancora questo mix di belle sensazioni e, per la legge del contrappasso, che non ci abbandona mai, ti vengono immediatamente in mente le infinite polemiche, le ripicche, le defezioni, le accuse, i dispetti che hanno segnato e segnano la vigilia dell’Euro Pride che si terrà a Roma il prossimo giugno e che sembrano ricreare il clima velenoso e tetro nel quale si è concluso il Pride a Bologna nel 2008.
Forse Gastaldi riesce comunque a chiudere in bellezza il lungo racconto perché non vive in Italia da qualche tempo e da dove sta non riesce a sentire questa strana aria, quest’odore stantìo da crollo di un impero dove anche i movimenti e l’associazionismo GLBT partecipano della lenta corrosione del tessuto sociale e culturale e non sembrano più in grado di inventare prospettive nuove per ridare slancio ad un futuro che, da qui, pare sempre più difficile immaginare.
E tu, Sciltian, da lì cosa vedi?

Libertà di stampa / Uomini non sudditi

di Mark Twain / di Henry David Thoreau
Piano B

Perché no. Vediamo ancora una volta l’effetto che fa la reazione chimica tra due Elementi dell’omonima collana targata Piano B – il cui intento, tanto metaforico quanto azzeccato, è di fornire al lettore una gamma di fondamentali utili a comporre un’ideale mappatura degli autori che ci hanno nutrito e liberato nel corso dei secoli. Da Seneca a Schopenhauer, da Wilde a Bloy, fino a due illustri americani del XIX secolo, maestri nell’arte del pamphlet e dell’invettiva. Stiamo parlando di Thoreau (1817-1862) e Twain (Samuel Langhorne Clemens, 1835-1910): il primo, oltre che scrittore, filosofo e naturalista – suo il celebre Walden, vita nei boschi – il secondo, oltre che grafomane, giornalista al vetriolo e umorista impietoso a cui dobbiamo, in estrema sintesi, Le avventure di Tom Sawyer, Il principe e il povero e i primi segnali di disincanto nei confronti del “quarto potere”, delle sue degenerazioni e delle sue contagiosissime idiozie. A prima vista, due profili antitetici: tanto è pensoso e ritirato Thoreau, autore da zaino per spiriti liberi e ribelli, quanto è spregiudicato e “urbano” Twain, che nel racconto di finzione Come diressi un giornale per agricoltori (1870) ironizza sul proprio pollice verde enumerando una serie di svarioni giornalistici di cui si è macchiato, dagli alberi di rape al guano descritto come “un bell’uccello”. In realtà, molto accomuna questa coppia di autori elementali, rispettivamente elio (Twain) e tungsteno (Thoreau). A cominciare dalla consapevolezza macignesca di vivere in un Paese dedito allo schiavismo, passando per uno sguardo impietoso sulla polis (spesso tradotto, da entrambi, in orazioni memorabili), fino alla coltivazione di uno spirito indipendente sì, ma non per forza individualista o propenso ad alzare staccionate. Lo spirito di chi si sente minoranza e al contempo sa che, lavorandoci sodo, anche una minoranza può fare egemonia. Cominciamo a sfogliare il volumetto di Twain, che reca in copertina l’aforisma “i giornalisti onesti ci sono – soltanto costano di più”. Nelle sue 112 pagine include dodici testi brevi tra cui spiccano Il privilegio dei morti: sulla libertà d’espressione, Un candidato governatore e Avviso alla gioventù. Nel primo si asserisce senza mezzi termini che solo ai cari estinti è concesso di dire il vero senza temere ritorsioni, un motto tristemente arrivato fino ai giorni nostri e che Marco Bellocchio, nel Regista di matrimoni (2006), mette in bocca al personaggio di Orazio Smamma (Gianni Cavina). Il secondo testo, impagabile e agghiacciante insieme, racconta di una candidatura dell’autore subito stroncata da una manovra di dossieraggio calunnioso ante litteram, mentre il terzo, più mansueto, s’immette nell’alveo dei “buoni consigli”, cantandole ai giovani come di recente hanno fatto anche Baz Lurhmann e Manlio Sgalambro. L’antologia di Thoreau, 176 pagine, presenta due inediti – Riforme e riformatori, Araldo della libertà – e altri cinque contributi che costituiscono l’ossatura del pensiero filosofico e politico dell’autore, nel dettaglio due conferenze, un saggio breve e due prelievi da Walden. La lettura di Thoreau è sicuramente meno gaia e spassosa di quella di Twain. Mentre in Libertà di stampa si punta allo sberleffo amaro, Uomini non sudditi contiene appelli accorati e molte, genuine fonti d’ispirazione. E se Twain è un grappino sgarbato, Thoreau è un bel bicchierone d’acqua fresca. In Dove ho vissuto e perché, ad esempio, l’autore auspica con le seguenti parole l’avvento di ciò che oggi chiameremmo decrescita: “Semplicità, semplicità, semplicità! Io dico: che i vostri affari siano due o tre e non cento e mille; invece di un milione contate mezza dozzina, e tenete i vostri conti sull’unghia del pollice!” E poco oltre: “La nostra vita – proprio come la Federazione Tedesca – è costituita da staterelli insignificanti, dai confini labili, al punto che neppure un tedesco potrebbe dirvi, in qualsiasi momento, entro quali confini stia vivendo” (p. 88). E dopo aver affrontato di petto il tema della schiavitù e dei suoi sanguinari sostenitori in Apologia di John Brown (un cittadino abolizionista impiccato nel 1860), la Conclusione è lasciata alle ultime, elegiache righe di Walden, capaci di accendere un lume di speranza tra tanta rabbia e disillusione. “Per quanto misera sia la vostra vita, affrontatela e vivetela; non evitatela, né insultatela. Non è cattiva quanto voi”, ci scrolla Thoreau, e per far sì che non scambiamo la resa col riposo, aggiunge: “Albeggia solo quel giorno al cui sorgere siamo svegli”. Un omaggio all’empirismo e all’importanza di esserci, a questo mondo.

Il crocifisso di Stato

di Sergio Luzzatto
Einaudi

“Senza il crocifisso negli edifici statali l’Italia non sarebbe più la stessa: sarebbe più giusta, più seria, migliore”: il libro dimostra con valide ragioni e argomenti potenti queste affermazioni che compaiono in copertina. Sintetizza le vicende anche giudiziarie che negli ultimi anni in Italia hanno avuto protagonisti cittadini che rivendicano la laicità dei luoghi pubblici: in particolare nelle aule scolastiche e di tribunale. Ripercorre l’introduzione del crocifisso nella forma attuale che, dopo l’anno Mille, ha sostituito la nuda croce e dimostra come la questione del crocifisso abbia meritato una battaglia di principio, perché si tratta del “rapporto tra lo Stato e la Chiesa-istituzione cattolica”.

Infatti nessuna “radice storica” può imporre agli italiani una presunta universalità del cristianesimo, poiché la Costituzione riconosce pari dignità sociale a tutti i cittadini indipendentemente dalle loro credenze religiose. Il testo coloca l’idea che l’identità italiana sia stata plasmata dalla presenza di Santa Romana Chiesa e che tale identità sia qualcosa di definito per sempre, immobile e immutabile, nel repertorio dei luoghi comuni, usati dagli agguerriti difensori del crocifisso. Tra di loro troviamo lo storico Franco Cardini e Licio Gelli, maestro della loggia massonica segreta P2, promotore del Movimento etico per la difesa del crocifisso.

Vengono altresì ripercorse le tappe e le ragioni politiche dell’introduzione del crocifisso negli edifici pubblici da parte del fascismo; emerge la constatazione che la difesa delle richieste della Chiesa per ragioni di convenienza politica è una costante della storia italiana post-risorgimentale. Purtroppo dopo Cavour e il suo lavoro incompiuto di costruzione di uno stato aconfessionale, il fatto religioso non è più soltanto “meramente privato” e, quindi, le incursioni della Chiesa nella Polis non vengono percepite come ingerenze illegittime.

Assistiamo a un fenomeno che può essere spiegato solo politicamente: meno il crocifisso è presente nelle case, più se ne difende l’ostensione nello spazio pubblico. Per poter restare dov’è, il crocefisso ha subito una metamorfosi semantica: da arredo sacro a icona transgender. Pur di mantenere il crocifisso, quale segno dell’influenza cattolica nella società italiana, s’accetta d’impoverirne il messaggio religioso e di ridimensionarne il significato di fede, riducendolo a elemento identitario o a oggetto della tradizione nazionale.

Timidezza e dignità

di Dag Solstad
Iperborea

Nell’episodio Il professore (1964) del film collettaneo Controsesso, Marco Ferreri dirige un Ugo Tognazzi feticista e nevrotico che dopo aver cercato di imporre la propria opinabile disciplina agli studenti, si lascia andare a un pianto dirotto contro un fontanone. Nel romanzo di Solstad, il crollo di nervi avviene a pagina 47 e la copertina (Ombrello abbandonato… di Tyler Clemens) ne anticipa l’umore uggioso, oltre che il “temibile” strumento brandito dal nostro intellettuale in crisi. Elias Rukla insegna Lettere in un liceo di Oslo. Nel suo vissuto scoviamo l’epoca sessantottina vissuta in prima linea, l’amicizia con il marxista (d’ispirazione kantiana) Johan Corneliussen e il matrimonio con Eva Linde, a suo tempo bellissima. I migliori anni della vita di Rukla sembrano ormai lontani, tant’è che l’incipit del romanzo equivale a una condanna: “In effetti era un professore sulla cinquantina leggermente alcolizzato, con una moglie che era lievitata un po’ troppo e con cui faceva colazione ogni mattina”. Timidezza e dignità prende le mosse dalla crisi del professore – quasi un racconto a se stante – e prosegue con un flashback mentale volto a ricostruire la vita del protagonista, che nel frattempo sta vagando per Oslo in preda ai postumi del patatrac. Delle due, la prima parte risulta più efficace, anche per via dell’effetto claustrofobico sortito da una classe di studenti svogliati costretti ad addentrarsi, di lunedì mattina, nei meandri meno ovvi del dramma di Ibsen L’anitra selvatica. Il prof, manco a dirlo, è ossessionato da una figura minore del dramma – il dottor Relling – e tenta donchisciottescamente di risvegliare negli allievi uno straccio di interesse, di accendere in loro un filamento di lampadina. Invano. Rukla si sente in trappola tra i due fuochi del corpo studentesco, inerte e ostile, e dell’accademia, con la quale si trova in pressoché totale disaccordo salvo riservare a Ibsen il ruolo principe nella rosa dei Quattro Grandi della letteratura norvegese (gli altri tre, a suo giudizio, sono Hamsun, Vesaas e Mykle). Un reietto in trappola nella Oslo immobile degli anni Novanta. Oltre a occuparsi della traduzione del testo, Massimo Ciaravolo ci regala una postfazione indispensabile per apprezzare lo stile di Solstad e la “sofferenza sociale” del suo protagonista-alter ego. Ciaravolo pone l’accento sulla terza persona attraversata dai pensieri e dagli stati d’animo del protagonista (quella che chiama “focalizzazione interna fissa”), sul discorso indiretto libero e sulla rinunzia alle virgolette per introdurre i dialoghi, stratagemmi che fanno di Dag Solstad un cultore del blocco di testo omogeneo, con pochi daccapo e nessuna suddivisione in capitoli. Lungi dall’essere un mattone, la sua prosa ha invece il dono dell’ipnosi, e una volta “cuciti” nel tessuto narrativo la lettura avanza spontanea e godibile. Fino all’ultima frase, sintomatica di questa tragedia di un norvegese ridicolo: “È terribile, ma non c’è via di ritorno”.

Come l’insalata sotto la neve

di Luca Gallo
Intermezzi

Uscito a maggio 2009, a forza di consigli su aNobii di lettori non si sa quanto spassionati, di costanza e determinazione da autore esordiente di piccola casa editrice, Come l’insalata sotto la neve continua lento e implacabile la sua strada di romanzo commovente e ironico, a suo modo imperdibile. Rientra nella categoria dei libri con protagonisti adolescenti, sicuramente non molti nel nostro paese, che tuttavia vanta come genere a sé campioni di incassi del livello di Moccia e Ammaniti. Tra i due Gallo è senz’altro più Ammaniti, un anti Moccia  esplicitamente manifesto, ma con poco mestiere, molta e ridondante buona volontà e una casa editrice alle spalle che ha qualche evidente difficoltà a gestire tipograficamente gli a capo e soprattutto a curare l’editing. Troppe parole e divagazioni un po’ compiaciute, che ad esempio Einaudi avrebbe saputo come eliminare senza rimpianto, fanno di Gallo un Bajani mancato, tanto per citare un altro scrittore torinese che invece  sa come fare per rendere ogni frase assolutamente essenziale e indispensabile nell’economia generale del testo. Un peccato, certo, ma non un dramma in un romanzo che esce miracolosamente indenne da tutte le bizzarrie temporali, i sentimentalismi e i clichés che pure lo contraddistinguono.

Intanto i nomi dei personaggi principali – Gambier, la voce narrante, e Tari, il fratello maggiore – sono presi in prestito dal misterioso mondo della concia del pellame e già di per sé hanno una forza mitizzante degna di Ismaele (quello di Moby Dick) e di Pippi (quella con le calze lunghe). Intorno a loro, segnandone le esistenze, troviamo una famiglia disgraziata con tanto di padre ottuso e violento e madre inerme e incapace di reagire, una città – Torino – bella e per lo più indifferente agli umani casi, degli amici del cuore simpaticamente scombinati (Virgilio detto Lingua) o altrettanto simpaticamente preda di puberali ossessioni porno erotiche (Giuseppe) e una classe di terza media che racchiude in sé come uno scrigno una ragazzina, bella, intelligente, anticonformista e socialmente impegnata come non è affatto difficile trovare nella realtà, persino nella triste patria del bunga bunga.

Al centro di tutto c’è ovviamente lui, il tredicenne Gambier, poetico e teneramente disadattato, che smette di parlare per uno spavento e però continua instancabile a vivere nel suo mondo di sempre, comunicando a sguardi e bigliettini in attesa che la voce ritorni. Non è patetico Gambier e detesta la compassione altrui con la stessa genuina intensità con cui ama, ma non invidia il ribellismo scoperto e carismatico del fratello Tari. Refrattario ai cellulari, all’uso e abuso di termini inglesi, persino a internet, Gambier vive in un tempo che non coincide esattamente con nessun presente, dove i film di Bud Spencer e Terence Hill convivono con la musica de Il parto delle nuvole pesanti e dei Manonegra. E se anche sorge il sospetto che l’autore abbia in parte confuso la propria adolescenza con quella di un ragazzino dei nostri giorni, sembra che tutto concorra a restituirci l’irruente freschezza di un’età in cui i gusti e i pensieri sono ancora liberi da etichette, in cui la curiosità e la voglia di conoscere e di imparare possono miracolosamente superare ogni ostacolo se solo si ha la fortuna di avere un fratello maggiore accudente e un’amica intelligente di cui innamorarsi.

Peccato, questo sì, per un eccesso di disgrazie, accidentali o meno, che rischiano di fare sembrare tutto troppo e di trasformare il racconto di una adolescenza complicata, ma non per questo infelice, in un insopportabile drammone con tanto di scontato lieto fine.

La filosofia dell’ombrello / Esegesi dei luoghi comuni

di Robert Louis Stevenson / di Léon Bloy
Piano B

Due libri diversi per carta e formato, per provenienza, foliazione e collana. Il primo: una raccolta di saggi dell’autore de Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde, scritti tra il 1871 e il 1888. L’elenco recita Una difesa dei pigri, Il carattere dei cani, Vecchiaia scorbutica e gioventù, Conversazione e conversatori, Come apprezzare i luoghi sgradevoli, Pulvis et umbra. Traduzione suddivisa tra Silvia Franceschini e Antonio Tozzi. Il secondo: libro primo (a cura di Alessandro Miliotti) di un’opera apparsa tra il 1902 e il 1913 a firma Léon Bloy, penna acuminata con una lunga serie di nemici, tra cui Zola. Due libri uniti dal marchio Piano B e dallo spirito ribelle, più sornione in Stevenson, più pirotecnico in Bloy, che con gli occhi di oggi parrebbe il prozio del miglior Aldo Busi. Too much information? Andiamo per ordine. Le edizioni Piano B esistono dal 2007 e incarnano come pochi un concetto fumoso, a volte truffaldino e troppo spesso morituro: la piccola editoria di qualità. Basta guardare il catalogo per accorgersi che questi fanno sul serio, e i loro libri (dal costo peraltro ragionevole) snocciolano grandi idee di grandi autori, con un genio per la chicca, il testo inedito – nel caso di Stevenson ne abbiamo tre – o l’antologia sfiziosa, come i saggi wildiani che vanno a formare La disciplina del dandy. Occhio poi alle collane: Esegesi dei luoghi comuni rientra nella Mala parte, graffa di pamphlet scomodi o ingiustamente dimenticati; La filosofia dell’ombrello, dal canto suo, è l’N di nitrogeno nella tavola degli elementi, ed Elementi è il nome di una curiosa collana destinata a completarsi con l’ottantaduesimo titolo, il darmstadio. Visto che la tavola riprodotta sul retro del libro è diversa da quella attualmente in uso, lascio volentieri agli esperti in materia la risoluzione dell’enigma. Il modo migliore per leggere i libri di Piano B è immaginarsi di essere Oscar Wilde in un’oziosa domenica al Trinity College di Dublino, con una tazza di tè fumante sul tavolinetto e la sensazione di essere al riparo dalla barbarie imperante dei benpensanti. Solo così si può suggere la linfa vitale di testi come Una difesa dei pigri o Vecchia scorbutica e gioventù, in cui si condanna la tendenza a preferire “i proverbi codardi e prudenti” e si afferma senza tema che “la maggior parte della nostra saggezza tascabile è destinata alle persone mediocri, per scoraggiarle da tentativi ambiziosi e in generale per consolarle nella loro mediocrità” (p. 42). E se l’antologia di Stevenson si conclude col posato e malinconico Pulvis et umbra, l’Esegesi dei luoghi comuni di Bloy riserva una gragnuola di ceffoni dalla prima all’ultima pagina, visto che l’autore riesce a non perdere verve e vis critica nemmeno al centoottantatreesimo modo di dire “spiegato”, o meglio fatto a pezzi, dinanzi ai nostri occhi increduli. Bloy ha un obiettivo dichiarato: la borghesia, e il “baratro della sua stupidità”. La missione di listare e snocciolare uno per uno, come i grani di un rosario pagano, i luoghi comuni che tuttora rimpolpano le nostre conversazioni (e non di rado le puntellano in assenza di argomenti veri), galvanizza l’autore come una pera di quelle di una volta, che se non stai attento crepi nel cesso con una siringa nel braccio. E il risultato è una scrittura che il curatore descrive giustamente come iperbolica, caustica, a rischio esasperazione. Iperbolica e parabolica, data l’inclinazione di Bloy a esprimersi per raccontini che parodiano quelli biblici. Prendiamo il luogo comune LXXXII, Ammazzare il tempo: “Nella retorica del Borghese, ammazzare il tempo significa semplicemente, non c’è bisogno di dirlo, divertirsi. Quando il Borghese s’annoia, il tempo vive o resuscita. Che lo capiate o no, è così. Quando il Borghese si diverte, si entra nell’eternità. I divertimenti del Borghese sono come la morte” (p. 94). Il recupero di Léon Bloy, autore degno della Piccola Biblioteca (e pubblicato da Adelphi l’ultima volta negli anni Novanta) è un’operazione editoriale e culturale di altissimo valore, che unisce la tanto temuta “sostanza” con la possibilità di sganasciarsi dal ridere. Gustave Flaubert, autore postumo di un Dizionario dei luoghi comuni apparso tra il 1911 e il 1913, avrebbe applaudito. E con lui tutti quelli che in cuor loro sanno, con un po’ di malizia, che “Non si deve essere più cattolici del papa”.

Autopsia dell’ossesione

di Walter Siti
Mondadori Edizioni

Autobiografico, cesellato, deprivato, finzionale, sperimentale, fotografico, cupo, nudo, travestito, erudito, italiano, progressista, laico, omosessuale, erotico, sadomasochista, aulico, maschile, arido, borghese, ferito, aristocratico, politico, mortuario, decadente, decaduto, pittorico, raffinato, argentato, archeologico, carnale, ideale, incarnato, cinico, iconografico, muscoloso, abominevole, vuoto, potente, rassegnato, specchiato, disperato, mostruoso, testardo, persuasivo, disperante, correo, aspro, sincero, meriniano, antieroico, incantevole, filosofico, traumatico, difficile, inappagato, desiderante, liberatorio. Sono aggettivi che potete posporre alla parola “romanzo” e che descrivono, ognuno col suo parziale contributo alla totalità, l’ultimo lavoro di Walter Siti. Ne ho tralasciato uno: folgorante.

Noire. Autobiografia di un disastro

con un saggio di Giuseppe Fornari

di Daniele De Giorgis
End Edizioni

In Valle d’Aosta le domande raramente trovano posto sullo scaffale degli articoli di moda. Eppure, in determinate circostanze, porre – e porsi – dei quesiti non rappresenta esclusivamente un fatto d’opinione. Riflettere ed interrogarsi, a volte, risponde infatti alla necessità di metabolizzare accadimenti ed eventi, per collocarli correttamente nel contesto che li ha scatenati e superarli (in particolar modo se il loro impatto è stato collettivo).

Per questo, l’assenza di libri che andassero oltre la cronaca giornalistica su tre momenti specifici della vita contemporanea della Valle ha sempre costituito una mancanza, culturale, ma anche di anticorpi del tessuto sociale valdostano. Nessuno aveva avvertito l’esigenza, fino ad oggi, di far scorrere criticamente la penna a proposito del rogo nel tunnel del Monte Bianco (1999), o dell’alluvione del 15 ottobre 2000, oppure ancora del delitto di Cogne (2002).

Ancor prima che fatti di cronaca, veri e propri traumi per una comunità di poco meno di centoventimila persone. Nell’incendio del traforo tra Italia e Francia persero la vita, carbonizzati, trentanove automobilisti. L’esondazione di numerosi corsi d’acqua dell’anno successivo causò venti vittime. L’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi calò la Valle in un girone mediatico, nefasto in alcune sue manifestazioni (vedi il “plastico” di “Porta a Porta”), tale da segnare profondamente la popolazione del paese ai piedi del Gran Paradiso.

Nei primi due casi, la risposta delle Istituzioni fu rapida e concreta. Le misure introdotte dopo i lavori di sistemazione fanno del tunnel sotto “il tetto d’Europa” una struttura all’avanguardia in fatto di sicurezza. Le opere di ricostruzione del post-alluvione ammontano a centinaia di milioni di Euro ed hanno cancellato i segni lasciati dalla furia delle acque. Nella terza vicenda, la giustizia ha fatto il suo corso e Annamaria Franzoni, riconosciuta colpevole, sta scontando la pena comminatale.

Eppure, nelle coscienze dei valdostani, le ceneri ardono sotto le braci. Non può che essere così, anche perché i segnali giunti dalle autorità sono accomunati dal muovere in una stessa direzione, ovvero mostrare come, attraverso un intervento pronto e importante (pure economicamente), sia quasi possibile allontanare definitivamente l’ipotesi del ripetersi di fenomeni del genere. Chi vive tra queste montagne, specie chi si è trovato in prima fila in una di tali situazioni, sa bene che purtroppo non è così.

Qualcuno se n’è accorto. Si chiama Daniele De Giorgis e, assecondato dalle edizioni “End”, ha scelto di consegnare alla perpetuità della carta tutto ciò che, da anni, costituiva un personale, quanto ingombrante, bagaglio sull’alluvione dell’ottobre 2000. Il risultato ha per titolo “Noire, Autobiografia di un disastro” e costituisce il lavoro destinato, finalmente, a colmare parte di un vuoto editoriale del quale la Valle non poteva certo farsi un vanto.

Il giovane autore, partendo dal significato della catarsi artistica (concetto a lui caro, vista l’attività di scultore e insegnante in istituzioni di settore), rileva anzitutto come la catastrofe sia stata superata strutturalmente, visti i molti lavori eseguiti, ma non umanamente, poiché, malgrado le celebrazioni che pure sono state imperniate sul ricordo, l’attitudine è stata costantemente quella di allontanare il più possibile i fatti. In questa tendenza, De Giorgis avverte un rischio non indifferente: “non voglio che le emozioni, quelle che superficialmente si reputano negative, come la paura o il dolore, diventino come quei segreti di famiglia che, proprio perché ben nascosti, producono danni a volte irreparabili”.

Proprio per questo, esorta coloro che, durante la lettura, venissero assaliti dallo sconforto o dalle lacrime, a non scacciare quelle sensazioni, anzi a condividerle con altri, lasciandole emergere, esattamente come fa lui riga dopo riga. Lo fa dopo aver osservato, in varie occasioni, come lo spettacolo teatrale tratto dal testo condensato nel libro (che costituisce, in buona parte, la tesi di Laurea dell’autore all’Accademia Albertina delle Belle Arti) lasci agli spettatori un “blues” che, nove volte su dieci, li imbarazza.

Dopodiché, l’opera continua con interrogativi pesanti come le pietre trascinate a Valle, in quel sabato di quasi undici anni fa, dalle acque impazzite. Il più disturbante, al punto da essere ancor oggi senza risposta (e non solo da parte dell’autore), riguarda l’opportunità dell’aver cancellato, con gli investimenti per la ricostruzione, le tracce del disastro. “Nulla come un’esperienza olfattiva, gustativa, o visiva – scrive De Giorgis – sa scatenare una serie di ricordi e di vissuti più o meno inconsci, rinchiusi in un cassetto nella stanza più recondita del nostro cervello, del nostro spirito. […] In fondo ho bisogno di quei ‘segni’ perché davanti ad essi non si può arretrare, non si può far finta di nulla, non ci si può nascondere. Io ho bisogno di riportare a galla quelle sensazioni poiché, se non lo facessi, rischierei di affondare con esse”.

La questione è tutt’altro che di secondo piano e, pur riconoscendo la necessità della ricostruzione (che in molti luoghi è servita anche ad innalzare la sicurezza), c’è da chiedersi se non valesse la pena, all’indomani della tragedia, di approfondire maggiormente questo dubbio, invece di cedere ad un “voltare pagina” affidato al ripristino dei luoghi, quasi a voler riportare d’imperio la memoria collettiva al “prima”, come se, non potendosi più imbattere nella visione del problema, il “dopo” sarebbe stato meno difficile da affrontare.

L’altra serie di domande che ha l’effetto di un uppercut in pieno volto, l’autore (le cui riflessioni sono ancora più rinfrancanti, nel momento in cui riveste anche il ruolo di sindaco di Lillianes, quindi di amministratore coinvolto nel governo del territorio) la scarica riguardo alla mentalità corrente su disastri del genere. “[…]dove abbiamo perso il vero rapporto uomo/natura per affermare che la terra ci appartiene. – si chiede – Perché dobbiamo pensare che è la terra ad averci tradito e non, piuttosto, che noi abbiamo tradito lei? Perché non c’è più rispetto per gli eventi? Forse perché non avvengono come ci aspettiamo”.

La narrazione, per rendere ancora più evidente la contraddizione tra il sentire popolare e la storia “ufficiale” dell’alluvione, alterna le riflessioni di De Giorgis a passi del rapporto sull’evento stilato dall’Amministrazione regionale. La ricostruzione da una parte, il dolore dall’altra. Il raziocinio da un canto, le emozioni dall’altra. Il giorno in una mano, la notte nell’altra.

Insomma, “Noire” non è un’opera facile. In alcuni passi è l’autore stesso a chiedere quasi scusa (lo fa, ad esempio, per aver usato, nella descrizione dell’evento, vocaboli attinenti la sfera del piacere, riconosciuti però tra gli unici in grado di trasmettere efficacemente la violenza delle sensazioni di quei giorni) e, oltretutto, De Giorgis per primo è cosciente delle difficoltà che molti lettori potranno incontrare nell’affrontare il volume.

Le conosce, perché ci è inciampato dentro già nella fase di sviluppo del progetto: “quando spiego che cosa sto scrivendo c’è chi storce il naso, o chi si esprime dicendomi: perché non scrivi quanti morti ci sono stati, dove e come sono morti. Perché non dici quanti danni abbiamo subito, di quanti miliardi avremmo bisogno… allora sì che il tuo scritto potrebbe servire a qualcosa”.

De Giorgis non scrive quale risposta fornisce a queste obiezioni, ma è evidente come, nella comunità valdostana, quella che lui definisce “cecità cognitiva” indotta dall’alluvione abbia più peso di quanto si possa pensare. Le domande di cui è disseminato “Noire” (ed anche numerose riflessioni, vedasi quelle sulla civiltà di Internet) sono fondamentali e sono mancate (o, comunque, sono state affrontate parzialmente) durante le celebrazioni del decimo anniversario della calamità. Solo passando per la terapia del dolore rappresentata da questi interrogativi si potrà, non tornare “prima del disastro, prima che sogni e persone se ne andassero trascinate dalla furia degli eventi”, ma “liberarci e guardare avanti”. Ce n’è un gran bisogno.

La lobby di Dio

fede, affari e politica. La prima inchiesta su Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere

di Ferruccio Pinotti
Chiare Lettere Edizioni

L’inchiesta su Comunione e Liberazione (CL) e la Compagnia delle Opere (CdO), ricca di cifre e documenti, descrive la nascita e l’affermazione del movimento, il suo riconoscimento da parte della gerarchia ecclesiastica, la sua progressiva espansione e il suo radicamento innanzitutto in Italia e quindi all’estero. In seguito alla crisi politica coincidente con tangentopoli e al bisogno diffuso di forme e modi di partecipazione diversi dai partiti, si diffondono movimenti e associazioni legate al variegato mondo del volontariato cattolico e s’afferma nella legislazione e nella pratica politica il principio di sussidiarietà. Ne consegue che lo Stato viene svuotato e privato sempre più dei suoi compiti essenziali delegati appunto ad altri enti che assorbono un enorme flusso di danaro pubblico in cambio di servizi in settori cruciali quali scuola e sanità. CL e la CdO sono protagoniste di questo processo e acquisiscono ruoli sempre più vasti e rilevanti, colmando vuoti e presentandosi, per esempio, nel mondo studentesco in cui reclutano gran parte dei propri aderenti, come gli unici riferimenti credibili. L’inchiesta analizza altresì, dati e cifre alla mano, l’impero economico e la rete di solidarietà tra le imprese aderenti alla CdO, rete di solidarietà descritta nelle sue articolazioni in varie parti del volume, sempre con riscontri attendibili. Infine, supportato dalla documentazione, Pinotti mette allo scoperto le collaborazioni con il mondo delle cooperative “rosse”, con le amministrazioni locali non solo di destra. Comunione e Liberazione affianca all’impegno economico una presenza nella vita politica, volta a sostenere scelte fondamentaliste e clericali: antiabortista, contro il testamento biologico, contro l’uso metodi anticoncezionali. Ne emerge un quadro inquietante, che dovrebbe far discutere, soprattutto perché il libero mercato che dovrebbe guidare, a parole, la politica della destra, risulta cancellato dalla rete di relazioni, affari, appalti e bandi compiacenti che contribuisce al successo economico e al radicamento di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere.