Non luogo a procedere

di Claudio Magris
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PREMESSA
Quando inizio un libro di Magris ho sempre una impressione fisica: l’espressione “immergersi nella lettura” assume una sua concretezza, come se mi fossi tuffata davvero in un mare profondo, in apnea, ed esplorassi fondali verdastri e lussureggianti, mentre lievemente il mio respiro si trasforma in bollicine che risalgono verso una superfice lontana. Non ci sono rumori di fondo a disturbare questa lettura in immersione. Una lettura profonda. Siccome, poi, sono vecchia e non ho fretta di correre verso la morte, la lettura è anche lenta e posso tornare sulle frasi, sulle singole parole, scivolando dolcemente fra le frasi, soffermandomi e prendendomi il tempo di pensare.
Solo così, riprendendomi il mio tempo, posso leggere Magris. Forse è per questo che lo apprezzo tanto, non solo per quello che mi dice , ma perchè il modo come lo dice mi consente e mi impone di accedere alla vastità del suo pensiero, con un ritmo per cui il tempo della sua lettura è tanto più tempo mio, tempo riconquistato.

LA TRAMA
Uno stravagante e geniale personaggio triestino colleziona, a partire da cimeli arcaici, risalenti alla conquista delle Americhe, attraverso la prima guerra mondiale e la seconda, strumenti bellici di distruzione e di morte. L’intento è quello di costruire un “Museo della Guerra”, mostrare, attraverso la potenza distruttiva delle armi, l’orrore e la crudeltà della guerra e far sì che questo sia di monito: mai più conflitti armati, genocidi e massacri.
Il personaggio (realmente esistito, ma solo fonte di ispirazione del romanzo, attivo durante la seconda guerra mondiale nei rapporti complessi fra i combattenti di tutte le bandiere, nazisti, fascisti, resistenti, titini e alleati, a Trieste) che inizialmente era un mero collezionista di oggetti, fa un salto di qualità quando si imbatte nei muri della Risiera, muri che ancora conservano, scritti con le unghie e coi denti dei morituri, i nomi dei delatori, dei conniventi, delle spie, dei compromessi che li stanno per condurre a morte per gas o con i crani sfondati a colpi di mazza. Gli ebrei triestini, i combattenti, gli slavi hanno tramandato sui muri della Risiera, in un estremo sforzo di verità e di memoria, i nomi dei carnefici e dei complici. L’inventore del Museo trascrive nomi, annota frasi, ricompone disegni, graffiti su quei muri: essi, più dei cimeli, testimoniano un orrore profondo, la crudeltà esercitata sui miseri, sugli innocenti, sui concittadini, mandati al macello, nella connivenza e nel silenzio della loro città. I quaderni si riempiono di nomi e scritte, il frutto più prezioso della sua ricerca. Lui si mette sulle tracce dei nomi, si fa segugio, scopre che i carnefici si sono mimetizzati nella tranquilla vita del dopoguerra, sono emigrati, conducono ora altre vite silenziose e modeste. Alcuni boia hanno scontato la loro colpa, ma la miriade intorno a loro si è riadattata nella nuova vita democratica, ha rinnovato e ristretto legami, sodalizi. La zona grigia, dice Magris, è una menzogna: o si è vittime o si è carnefici. I conniventi silenziosi, quelli che hanno stretto mani sporche di sangue , per portare avanti affari e rinsaldare vicoli di potere, sono colpevoli, ma non ci sono prove dei loro misfatti. Non luogo a procedere.

La storia non è tuttavia narrata in modo così lineare.
I capitoli hanno tre narratori: l’inventore del museo, che talora narra in prima persona, la curatrice del Museo, Luisa Brooks, che ha il compito di elaborare il progetto museale, e il museo stesso. Nel redigere il progetto del museo Luisa si fa coinvolgere sempre più nelle vicende che il progetto del museo rievoca, perché incarna nella sua persona, in quanto frutto di un amore autentico e coniugale fra sua madre ebrea e suo padre, tenente nero dell’esercito di Liberazione, l’ultima incarnazione di due stirpi di perseguitati e di sofferenti, scampati nei secoli a ricorrenti genocidi e massacri e schiavitù. Luisa è lei stessa un’estrema superstite e una testimone. La sua narrazione degli eventi, di cui lei stessa è frutto, la inducono ad una riflessione rievocativa e storicizzante – a tratti favolosa – delle vicende della sua famiglia di parte ebraica, coinvolta nello sterminio della Risiera, e della sua famiglia di parte nera, esito di una schiavitù di centinaia di anni e che si perpetua nel presente, in forme diverse. In fondo è lei stessa una personificazione del museo, un’incarnazione di come l’amore e la morte si fondano nella tragedia del destino umano e siano due aspetti della stessa medaglia: L’Amor-te.
Alcuni capitoli altro non sono che le schede descrittive che saranno poste sui muri ad illustrare i materiali posti nelle sale: descrizioni tecniche e analitiche dei pezzi, spade, giberne, bombe, fucili, mitragliatrici o ingombranti tanks, sommergibili.
La descrizione tecnica, ingegneristica – i materiali, il ferro, l’acciaio, la stoffa – conserva però un’eco delle mani che hanno usato gli attrezzi da lavoro dello sterminio, una traccia del sangue, delle ossa, dei corpi. L’odore del gas.
La fredda descrizione lascia un’inquietudine: è la stessa indifferenza dello strumento un atto d’accusa.
I futuri visitatori del museo dovranno provare non l’ammirazione davanti ai prodigi della tecnica, ma avvertire nel profondo, con inquietudine, come questo sapere scientifico e questa abilità tecnologica sia stato al servizio dello sterminio, oggetti carichi di dolore, disperazione.
Ecco allora che leggendo, fluttuando nei fondali della narrazione di Magris, a ogni pagina, a ogni riga mi pareva di sentire dal fondo un’eco: “de te fabula narratur”, perché niente è cambiato: il libro di Magris è un libro del presente. In misteriosi hangar, non museali purtroppo, ma attivi, le linee di montaggio robotizzate, gli uffici, le stanze di manager e consigli di amministrazione e finanziari, cervelli e mani che costruiscono i presenti e futuri strumenti di morte. Ne siamo ogni giorno testimoni.
L’Amor-te che rinnova la stirpe umana e la destina al massacro sembra essere più forte della vocazione umanissima dell’inventore del museo: disarmare il genere umano. Ne siamo corresponsabili se, come dice Magris, non esiste la “zona grigia”.
Il libro di Magris per la prima volta affronta per il grande pubblico la storia della Risiera di San Sabba, campo di sterminio con camera a gas, a Trieste, civilissima città di tradizione austrica e italiana. Se la verità, aletheia, è disvelamento, questo libro la pone di fronte a tutti. Adesso non possiamo dire di non sapere.

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