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di Zerocalcare
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Chi conosce da qualche tempo Zerocalcare lo apprezza, penso, soprattutto per le sue brevi storie, sviluppate su sei sette tavole, che hanno per protagonista l’autore stesso alle prese con la quotidianità vissuta da molti trentenni e che appaiono con incerta regolarità sul suo http://www.ignatius-piazza-front-sight.com/long-term-use-of-ambien-risks/. Precarietà, tecnologia invasiva e invadente, serie televisive, impicci relazionali, amicizie, famiglia e politica, questi, più o meno, gli ingredienti.
Sicuramente uno dei “segreti del successo” del giovane autore è quello di saper dipingere il suo alter ego come una persona dai molti tratti border line – la periferia, gli amici squatter, qualche sanpietrino lanciato fra i fumogeni di una manifestazione, l’antagonismo da centro sociale – ma, contemporaneamente, come rappresentante di una sconcertante normalità: non ha un lavoro fisso, vive una lunga fase post adolescenziale che lo mantiene in un limbo da “bamboccione”, come si sarebbe detto un tempo, dove un immaginario che si nutre di icone infantili e nuovi eroi della cultura pop degli anni duemila gli fa compagnia in quel bozzolo confortevole che è la casa. Il fattore immedesimazione è potenziato al massimo e il bel tratto grafico, un umorismo sempre sagace che, però, non si fa mai tentare dal cinismo insieme a una sorta di tenerezza che, forse involontariamente, emana dal teatro movimentato dei personaggi, quelli reali e quelli immaginari, che lo attorniamo, premurosi o molesti, tenendolo sempre al centro della narrazione, tutti questi ingredienti fanno di Calca’, come lo chiamano gli amici, un personaggio a cui ci si affeziona immediatamente.
Con Bao Publishing Zerocalcare ha pubblicato una serie di racconti lunghi che portano avanti la storia del ragazzo della periferia romana. Alle prese con il romanzo, però, c’è qualcosa nella narrazione di Calcare che si rompe. E mi riferisco, soprattutto, all’ultimo volume, uscito nelle librerie nell’ottobre del 2014 e già piccolo best seller, anzi, come si dice, vero e proprio caso editoriale.
Le incursioni nella non lontana infanzia del protagonista, prima, e nella mai conclusa adolescenza, poi, questa volta sono finalizzate a ricostruire, almeno in parte, la storia famigliare di Calcare, una storia che piano piano appare al ragazzo come misteriosa e affascinante, a volte persino paurosa. I frequenti flash back e i ricordi che da confusi piano piano sembrano assumere forme più nette, accompagnano il lettore nel graduale disvelamento del segreto che mamma, zie e nonna per decenni hanno custodito. Il ruolo attivo nell’epilogo della storia famigliare permetterà a Calcare di entrare nel mondo degli adulti, di “diventare un uomo”, come lui stesso ammette, tremebondo. È quindi un romanzo di formazione, questo Dimentica il mio nome, ma quanta fatica per tenere il filo di una storia che presenta tratti fantasy e qualcosa dell’horror, ma che procede contorta e invischiata! L’autore utilizza il segno grafico per dare forma a metafore giustapposte e spesso ridondanti, così ciò che nelle poche pagine delle tavole pubblicate sul blog è un punto di forza e di originalità, vale a dire la metaforizzazione della realtà tramite la mescolanza fra la quotidianità frusta e le figure immaginifiche che popolano una sorta di pantheon simbolico che attornia, consiglia e protegge il protagonista, qui rallenta e impasta la lettura fino a creare una confusione nei passaggi narrativamente nodali che implica in chi legge uno sforzo supplementare per raccapezzarcisi.
Per quanto attiene, poi, più strettamente alla poetica di Zerocalcare c’è, a mio parere, da registrare uno scivolamento in un’estetica decadente che, di nuovo, nelle tavole brevi non sembra trapelare (alle quali, tuttavia, non può che sottendere). Pascolianamente chiuso nel suo nido, curato e protetto da figure femminili che iconograficamente prendono le forme di montagne resistenti ad ogni terremoto emotivo o morbide chiocce severe quanto comprensive, il protagonista si muove in una specie di continuo, diurno, sogno abitato da feticci infantili che gli si stringono attorno rendendogli oggettivamente difficile il rapporto con il mondo di fuori, quello adulto. Orsacchiotti, struzzi, tapiri, proiezioni oniriche che continuamente sfalsano il rapporto con la realtà del protagionista in funzione protettiva, sono gli aiutanti magici di un mondo che non riesce, se non a tratti e dolorosamente, a fissare un centro senziente e intelligente che non sia Calcare stesso. Tutto e tutti passano attraverso la percezione che di tutto e tutti ha Calcare che, spesso, non vede la realtà perché, semplicemente, non vuole vederla. A che vale allora mobilitarsi contro il TAV, nutrirsi di una visione politica incentrata sul conflitto e agire di conseguenza insieme ai pochi sodali che condividono tale visione antagonista e pura se ciò che si anela è il bozzolo caldo del nido materno? Ma forse è qui il nodo che rende la produzione di Zerocalcare comunque complessa e interessante (soprattutto, credo, negli sviluppi futuri a cui assisteremo dopo che il protagonista “è diventato un uomo”), è, forse, nella contraddizione che gordianamente aggroviglia la narrazione e blocca i pensieri e le azioni del protagonista nell’oscillazione fra slancio ideale e paura di mettere la testa fuori.
Una tappa importante, in questo senso, potrebbe essere il reportage che il fumettista ha realizzato dopo una breve permanenza a Kobane, la città kurda centro della resistenza contro il dilagare delle forze oscurantiste dello Stato islamico. Calcare è sulla strada buona, forse tapiri, struzzi e chiocce, piano piano, rimarranno a guardarlo e a proteggerlo sullo sfondo, da lontano. E come direbbe lui: daje.

2 commenti a Dimentica il mio nome »»


Commenti

  1. Commento di Maria Pia | 2015/02/16 alle 23:28:40

    Madò Francesca quanto sei brava!

  2. Commento di Francesca Schiavon | 2015/02/17 alle 01:39:56

    Grazie, Maria Pia. Molto gentile!


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