L’arte del Piano B. Un libro strategico

di Gianfranco Franchi
Piano B

E’ il 1996. Vai in un negozio di dischi e ti compri un singolo dei Radiohead, Street Spirit. Lo sai bene, un compact disc non è drastico e classista come il vecchio vinile, che tratta i due lati alla stregua di facce di Giano, ma il concetto è lo stesso: c’è la canzone principale, che conosci già (chiamiamola: Piano A) e c’è il b-side, magari un pezzo non incluso nell’album di origine. In questo caso, Talk Show Host. Resti di stucco da tanto è bello questo lato b che non ti aspettavi. Chiamiamolo: Piano B.

Gianfranco Franchi ha elevato il pianobismo a filosofia di vita, arte artigiana, strategia salvifica, stato mentale. Fuor di metafora: tutti noi conosciamo il Piano A, anzi spesso lo seguiamo volenti o nolenti. Trattasi di programma descritto in gran spolvero e a chiare lettere, inculcato come una dottrina. Ciononostante, il Grande Progetto Esplicito si rivela il più delle volte imperfetto e fallimentare, se non letale. E se non si prende l’abitudine di cambiare musica, il rischio è di rimanere imprigionati in una lettura del mondo che ci consuma lentamente, fino a farci fuori. Come quasi ogni pensiero dominante affacciatosi nella storia dell’uomo. L’antidoto, va da sé, sta nel lato b del nostro bel disco. Nel progetto alternativo e silente, meglio se sviluppato con estrema discrezione, abbondante fantasia e impeccabile lucidità. L’arte del Piano B parla di questo. Di come sia possibile sfuggire alle maglie dello sputtanatissimo Piano A e migliorarsi la vita. A maggior ragione adesso – nel 2011 – cioè a dire in tempi grami e recessivi, avari di Grandi Narrazioni sensate.

Le prime pagine declinano questo concetto in chiave vagamente imprenditoriale, tirando in ballo il proverbiale Homo Faber e dispensando consigli di metodo degni dei manuali di Robert Sutton. Il cambio di passo, e di tono, si verifica a pagina 21, grazie alla più bella delle frasi: Ti racconto una storia. Da quel momento il latobismo, o pianobismo, spicca il volo verso altri lidi, tracciando un identikit a 360° del(la) pianobista, a volte spiazzante (quando inserisce i tag spiritualità, o italianità), più spesso seducente e giocoso. Significativa l’adozione della seconda persona singolare in alcuni capitoli (ad esempio il secondo e il tredicesimo), in quanto evoca la dimensione ludica dei vecchi librogame, la molteplicità dei percorsi che si possono tessere tra pagina e pagina a seconda della propria sensibilità. Tanto per sguazzare ancora negli anni Novanta, l’avatar de L’arte del Piano B potrebbe benissimo chiamarsi Guybrush [Threepwood] o Zack [McKracken], e affondare i cinque sensi nella realtà come per rovistare in un’enorme scatola degli attrezzi, omino bufo pronto ad assemblare l’improbabile e a ottenere risultati eccellenti. Risultati da Piano B.

Il volume strategico e guascone di Franchi si articola in 23 capitoli, con tanto di interludi (in numero di tre) e di doppio epilogo. Tre anche le macrosezioni: i princìpi del Piano B, le applicazioni del Piano B, gli esempi del Piano B. Al lettore il piacere di immergersi nei singoli capitoli tematici, di imbattersi in esemplari figure pianobistiche e di leggere tutto d’un fiato gli splendidi dialoghi-siparietto inseriti qua e là, che agiscono sulla lettura come una scala che tlacchete, diventa uno scivolo. In questa sede restano invece due osservazioni da fare. La prima riguarda la presenza di un libro chiamato L’arte del Piano B nel catalogo di un editore chiamato Piano B. Non è un caso, ma non si tratta nemmeno di una marchetta. Autore ed editore, come si legge nelle ultime pagine, hanno concordato la stesura del testo, che ha le carte in regola per diventare un buon manifesto tanto delle edizioni Piano B quanto, più in generale, dell’editoria indipendente di qualità. Illuminante, da questo punto di vista, l’apposito capitolo XVI. La seconda riguarda la musica, grande assente soprattutto se si pensa a quello che Franchi ha saputo fare con A Kid, librone sine qua non che passa ai raggi X i testi dei Radiohead. A rimediare alla falla ci pensa il progetto grafico della Ifix di Maurizio Ceccato, che piazza sulla copertina rigorosamente b/n (e in rilievo) un fantomatico disco in vinile di quelli di una volta, come se il volume fosse un b-side lungo 150 pagine. Come se tu andassi in un negozio di dischi – è il 1996 – comprassi il singolo di Wonderwall e ci trovassi, sul lato B, un pezzo magistrale, che non ti aspettavi, con un titolo che è tutto un programma. The Masterplan.

2 commenti a L’arte del Piano B. Un libro strategico »»


Commenti

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