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di Sciltian Gastaldi
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Il corposo ultimo lavoro di Gastaldi potrebbe essere descritto come un romanzo della nostalgia, anzi un noioso romanzo della nostalgia, dato che la nostalgia è essenzialmente noiosa quando si struttura di un’infinita sequela di ricordi più o meno dettagliati che condividono tutti coloro che, come me e Sciltian, sono nati nei primi anni Settanta.
Negli ultimi anni la nostalgia collegata al vissuto di questa disgraziata generazione è diventata un mantra che ha dato luogo a blog, pagine su facebook, fan club e revival, il tutto introdotto dal fatidico “quelli che…”. Quelli che per telefonare andavano nella cabina a gettoni, quelli che guardavano la tv dei ragazzi, quelli che dopo Carosello a letto, quelli che si facevano le pippe con le copertine di Espresso e Panorama, e via così, in una escalation di noia sempre più ammorbante. Ecco tutta la prima metà di “Tutta colpa di Miguel Bosé” si risolve in una interminabile lista frignona in stile “quelli che”. In alcuni punti alla noia subentra il fastidio, per esempio quando l’autore racconta dettagliatamente le trame di alcuni film di culto della generazione “quelli che”. Roba da urlare, nell’ordine il nostro ci sciorina: Il vizietto, Il tempo delle mele, Laguna blu, Ufficiale e gentiluomo, Victor victoria, A chorus line, Maurice, Amici, complici amanti e Priscilla. Il problema di fondo è che per chi sostanzialmente condivide lo stesso background culturale dell’autore, compresi cartoni animati giapponesi e Italia campione del mondo nell’82, tutto questo rigurgito più o meno dettagliato delle nostre infanzie e gioventù risulta come un interminabile déjà vu, a tratti stucchevole. Ma i picchi di fastidio si provano, comprensibilmente, quando si incorre in imprecisioni ed errori di ricostruzione, non così infrequenti. Per capirci: visto che mi stai massacrando con un malloppo tipo Bignami espanso sugli anni settanta/ottanta, fai almeno attenzione a non scrivere grossolane stupidaggini perché il nervo è scoperto. Salto triplo carpiato sulla sedia quando incorro nelle due castronerie più clamorose: Candy Candy è un’orfana alla ricerca dei genitori (p. 118!) e il calciatore di cui tutte/i eravamo innamorate/i si chiamava Andrea Cabrini (p. 199) (ANDREA! Ma se lo chiamavano il Bell’Antonio!). Vedete gli scherzi che fa la nostalgia (canaglia, of course).
Superate a fatica le prime 205 pagine che lasciano impressi nella mente centinaia di fotogrammi bidimensionali che inquadrano immagini topiche, dal culo di Miguel Bosé (e chi se lo scorda?), alla morte di André in Lady Oscar, via via fino al crollo del muro di Berlino, finalmente il romanzo comincia a raccontare una storia, quella di un ragazzo che ha sempre saputo di essere bisessuale e che cerca di trovare il suo posto nel mondo fra prove di coming out, disastrosi avvicinamenti all’ArciGay e viaggi in Interrail. Qui la scrittura diventa più godibile, in alcuni momenti è anche divertente, leggera e sempre ironica e autoironica (l’ironia è un altro must della mia generazione, in fondo). Insomma, alla maturità del protagonista corrisponde anche la maturità del racconto, lo sguardo sulla vita e le vite degli altri si fa più profondo e il punto di vista di un ragazzo “metrosessuale” disegna una prospettiva allegra e un po’ naïve, come di qualcuno che non è mai al posto giusto e al momento giusto e che, proprio in virtù di una postura sbilenca e teneramente clownesca, apre valutazioni interessanti e non scontate, sempre, però, improntate ad una gradevole leggerezza e mai saccenti.
Nelle ultime pagine ritorna lo spettro della nostalgia, ma qui ha tutta un’altra matrice. Evandro, questo il nome del protagonista, finalmente esce allo scoperto con amici e famigliari e trova il suo posto nel mondo grazie, anche, al “Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli” che, a differenza della tracotante Arcigay, lo accoglie nella sua diversità fra diversi. Una sorta di happy end, quindi. E allora perché la nostalgia? Perché il romanzo si chiude sulla storica sfilata del World Pride di Roma del 2000, al quale il protagonista partecipa con il fidanzato e i genitori, e le ultime otto pagine sono tutte impregnate dell’entusiasmo di quei giorni, del senso di libertà, della musica, dei colori, del sole romano che bacia in fronte gay, lesbiche, transessuali, bisessuali, eterosessuali, bambini, cani e gatti… Ecco: poi chiudi il libro assaporando ancora questo mix di belle sensazioni e, per la legge del contrappasso, che non ci abbandona mai, ti vengono immediatamente in mente le infinite polemiche, le ripicche, le defezioni, le accuse, i dispetti che hanno segnato e segnano la vigilia dell’Euro Pride che si terrà a Roma il prossimo giugno e che sembrano ricreare il clima velenoso e tetro nel quale si è concluso il Pride a Bologna nel 2008.
Forse Gastaldi riesce comunque a chiudere in bellezza il lungo racconto perché non vive in Italia da qualche tempo e da dove sta non riesce a sentire questa strana aria, quest’odore stantìo da crollo di un impero dove anche i movimenti e l’associazionismo GLBT partecipano della lenta corrosione del tessuto sociale e culturale e non sembrano più in grado di inventare prospettive nuove per ridare slancio ad un futuro che, da qui, pare sempre più difficile immaginare.
E tu, Sciltian, da lì cosa vedi?

7 commenti a Tutta colpa di Miguel Bosé »»


Commenti

  1. Commento di giova | 2011/05/22 alle 15:02:26

    vabbè bullarsi della propria generazione, sentirsi sempre un tantino più fighi degli altri e tutto il resto, ma perchè l’ironia sarebbe un must della tua?
    comunque, complimenti per essere riuscita a raggiungere la fine di questo lungo libro. io ho sbocconcellato qualche pagina e ho pensato che io ho già dato avendo letto generation of love.

  2. Commento di Francesca Schiavon | 2011/05/22 alle 16:29:08

    cara giusvina,
    “Generation of love” è un libro di Matteo B. Bianchi che, a mio parere, è mooooolto meglio di S. Gastaldi.
    A proposito dell’ironia: è stata una grande moda degli anni Ottanta (tutti blateravano sull’ironia e su quanto era figo essere ironici e non prendere nulla sul serio) anni che, tra l’altro, sono stati i meno ironici del secolo. Boh, misteri della cultura pop.
    baciuzzi

  3. Commento di giova | 2011/05/29 alle 14:26:45

    ‘ste risate, alla fine, non hanno seppellito proprio nessuno. accidenti.

  4. Commento di Sciltian Gastaldi | 2011/06/24 alle 03:08:17

    Cosa vedo Francesca? Vedo che la recensione l’hai copiata da Maurizio Ceccon. Almeno tutta la prima parte, quella negativa. In alternativa, lui mi ha “gentilmente” spedito la tua recensione in post@ firmandola a nome suo. Su 400 pagine ci sono un paio d’errori, sì, ma considerando che Antonio Cabrini appare una volta come Antonio e una come Andrea, ho trovato un po’ gratuito sottolineare quel genere di imprecisione lì, o per lo meno scorretto omettere che il calciatore appare due volte in 400 pagine: una col nome giusto e una no. Ammesso e non concesso che questo genere di svista sia tale da poter pregiudicare il gradimento di un romanzo intero.

    Mi costringi a indicarti ciò che altri hanno notato: la cifra del libro è nella saga familiare dei Chiericato, che tu e Maurizio sembrate non avere proprio colto, eppure occupa metà romanzo – ma forse due paroline sui personaggi dei familiari di Evandro ci stavano, in una recensione a una saga familiare. Altri ancora hanno apprezzato il l tratteggio a volo d’uccello della storia del costume italiano degli ultimi 25 anni del XX secolo, prendendo come bussola la cattiva sorella televisione, e riflettendo anche su come questo mezzo è cambiato proprio negli anni Settanta – Ottanta – Novanta. Altri recensori hanno dato grande rilevanza a questi aspetti, e per mia fortuna hanno apprezzato l’intero lavoro proprio in virtù di quelle chiavi di lettura. Voi due vi siete fermati al livello “non ci piacciono le operazioni nostalgia”, che è una posizione legittima, per carità, ma è anche vero che l’operazione nostalgia c’è e la volevo proprio fare, è altrettanto legittimo, e penso pure di averla fatta in modo originale e interessante rispetto ad analoghe operazioni precedenti. Però in questa vostra recensione a 4 mani e a una firma sembra che anche l’arguzia e l’ironia siano una roba negativa, per cui mi arrendo. Quando pubblicherete voi un romanzo da 400 pagine con Fazi, vedremo cosa saprete fare, giusto?

  5. Commento di Viviana Rosi | 2011/06/24 alle 11:40:50

    Sciltian, che brutta bestia è la presunzione e che tristezza quando la risposta a una critica sono parole stizzite e gratuitamente malevole! La recensione è stata scritta da Francesca Schiavon e non da Maurizio Cecconi che forse forse non ha nemmeno letto il tuo libro. Conoscendolo ha solo preso la recensione di Francesca come pretesto per innescare un po’ di sane polemiche e l’ha segnalata di qua e di là per raccogliere le reazioni. Comunque, di questo dirà lui. Personalmente, come sai, ho apprezzato Angeli da un’ala soltanto, ma ho trovato questo tuo ultimo romanzo decisamente deludente. Ora, non avrò colto nemmeno io la cifra della saga familiare o quella della storia del costume? Mi sembra un po’ improbabile che un qualsivoglia lettore non capisca che si parla di una famiglia (e allora?) e che si riassumono per pagine e pagine trame di film e di altri prodotti audiovisivi e televisivi che tutti conosciamo. Il risultato sono sicuramente 400 pagine pubblicate da Fazi, ma davvero questo significa poco. Fazi, come tutti gli editori, pubblica libri belli e libri brutti, e non pare nemmeno garantire una cura editoriale encomiabile. Antonio o Andrea Cabrini, chi era costui? Conta poco per chi non vuole fare una “storia del costume italiano degli ultimi 25 anni del XX secolo”, ma se invece l’intenzione è questa la svista onomastica ha il suo peso, se non altro in quanto segno di sciatteria. E’ sciatta, nel senso di povera di argomenti, anche la tua replica che allude a recensori “veri” che capiscono e quiindi ovviamente (?) apprezzano e recensori “falsi” che non arrivano a comprendere e per questo criticano. Ma da quando le “stroncature”, chiamiamole così, sono segno inequivocabile di incomprensione? Da quando se uno critica con una certa dovizia di argomenti un libro, un film, un prodotto artistico di qualunque tipo lo fa necessariamente a torto perché non pubblica da Fazi (e poi, vabbè, Fazi, mica Einaudi…), non è un regista, non espone nemmeno al Macro? Ma dai, Sciltian, puoi fare di meglio sia come scrittore di ” operazioni nostalgia” (più originale di altri? sarà, ma a me non sembra…) sia come lettore di recensioni. Insomma, che risposta è “chi ha capito veramente il mio libro lo trova bello e interessante”? Non so come dire, ma mi sembra che a furia di tornare indietro negli anni siamo arrivati ai tempi dell’asilo.

  6. Commento di Francesca Schiavon | 2011/06/24 alle 11:53:32

    Caro Sciltian,

    1. Ho letto qualche recensione del tuo romanzo in giro per la rete, prima di scrivere la mia. Vero: tutte più o meno sottolineano che la cifra è la saga dei Chiericato e che la Tv, cattiva maestra, è il fil rouge della storia di Evandro. Sono recensioni fotocopia, probabilmente riecheggiano la scheda di Fazi, non so. Io il libro l’ho letto e ho scritto quello che penso, non mi viene facile scrivere quello che decide qualcun altro. A mio avviso non c’è nessuna saga, ci sono alcuni personaggi che appartengono alla stessa famiglia. Basta per fare una saga?

    2. Quando uscì “Il treno dell’ultima notte” di Dacia Maraini trovai, sul forum del suo sito di Rizzoli, il post di un lettore puntiglioso e saccente che faceva notare all’autrice alcune “imperdonabili” imprecisioni che aveva riscontrato nella storia di Amara. Maraini rispose: “grazie per la segnalazione, le sue informazioni mi sono molto utili”. E non era sarcasmo.

    3. Prima di parlare o di scrivere di un film di Scorsese bisogna aver girato 50 film? Avverti Morandini, Silvestri, Ciotta, De Tassis e compagnia.

    4. La recensione l’ho scritta io, tutta da sola. C’è stato sicuramente un equivoco perché mi viene difficile pensare che Maurizio abbia bisogno di appropriarsi di testi altrui.

    5. Io non userei mai l’espressione “operazione nostalgia”.

    6. Non ho dato nessun valore negativo alla tua ironia, anzi. Leggi bene, per favore.

  7. Commento di Sciltian Gastaldi | 2011/08/08 alle 03:15:12

    Cara Viviana, te lo dico con tutta la bonomia possibile: io non credo che se un autore non abbozza a una stroncatura sia presuntuoso.

    Ho portato degli argomenti a difesa del mio lavoro, ho fatto una critica alla critica, penso a mia volta di aver colto delle mancanze e delle leggerezze nella stroncatura di Francesca. Poi per carità, ogni interpretazione ha valore, su questo hai ragione. Io francamente non credo che “Angeli” sia un romanzo migliore di “Bosé”, per diversi motivi, tra cui il fatto oggettivo che il primo è nettamente più semplice e lineare del secondo, ma lì entra in gioco il gusto soggettivo: se sei un lettore che guarda soprattutto o soltanto alla trama, può darsi che “Angeli” soddisfi di più di “Bosé”, chissà. Eppure in “Bosé” c’è tutto un gioco di dialogo intertestuale con “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino (avrete notato i nomi dei personaggi, che sono gli stessi? O proprio nisba? E i riferimenti alla Cimmeria?), c’è un insistere sul tema sempre calviniano della leggerezza, è il primo romanzo italiano sulla bisessualità, c’è un racconto di 25 anni di storia del costume, alcuni hanno anche visto un presentare la televisione in modo non negativo, che è un’interpretazione anche interessante, per certi versi. E poi c’è il racconto di una comunità GLBT all’interno di una storia di formazione e di una saga familiare (quella dei Chiericato, per capirci, con riferimenti piuttosto estesi per poterla negare).

    Francesca, prendo atto che la stroncatura è tua e non di Ceccon, magari gli andrebbe detto di non spedire i tuoi testi con la sua firma dal suo indirizzo di email, ecco tutto. Ho fatto leggere la tua stroncatura a un paio di persone prima di risponderti e tutt’e due mi hanno detto che secondo loro c’erano degli elementi di ingenerosità e degli elementi di gratuità, assieme a elementi di verità, dei quali ho riconosciuto a te e ad altri prima di te l’esattezza. Io difendo il mio lavoro, non è che mi offendo se me lo stronchi: stroncare è lecito, ma aspettarsi una risposta dall’autore mi pare normale, no? Posso solo ribadire che un “Andrea” al posto di un “Antonio” in 400 pagine è un tipico errore di svista che un editor avrebbe dovuto scorgere, ma anche gli editor sono persone e possono non cogliere tutto. Appendere un romanzo su quell’errore lì è una cattiveria, a modo di vedere mio e di altri. Per te non è così, lo hai spiegato, amen. Più azzeccata è a mio parere la critica sulle sezioni dei film, ma non per i motivi illustrati da te, semmai per un oggettivo problema di registro o di tono di voce, che in quelle sezioni esce dai binari del resto del romanzo.

    Solo per fare un esempio, ma ne potrei fare diversi, vi invito a leggere cosa ha scritto quest’altro recensore sullo stesso libro: http://anellidifum0.wordpress.com/2011/08/07/tore-ha-letto-tcdmb-e-gli-e-piaciuto-assai/

    Non pare anche voi incredibile che il romanzo recensito sia lo stesso? Eppure sembrano due libri diversi, a leggere la tua stroncatura e quella recensione lì. E’ il bello della critica letteraria: chiunque può dire quel che vuole, sottolineando, omettendo e cogliendo ciò che gli pare importante, e tutte le interpretazioni hanno alla fine uguale valore. Ma questo, Francesca e Viviana, deve poter valere anche per le critiche verso le critiche, come ho fatto io qui sopra nella mia prima risposta e come continuo a fare con questo secondo intervento. Sennò come funziona? Io sudo su un romanzo, me lo vedo stroncato da una persona sconosciuta e non posso nemmeno difendere il mio lavoro se penso di avere degli argomenti? Il tutto, all’interno del riconoscimento che gli errori da voi evidenziati ci sono, eh, non ho mica detto che ve li siete inventati. Peace.


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