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di Mark Twain / di Henry David Thoreau
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Perché no. Vediamo http://envivo.regnumchristi.org/ l’effetto che fa la reazione chimica tra due Elementi dell’omonima collana targata Piano B – il cui intento, tanto metaforico quanto azzeccato, è di fornire al lettore una gamma di fondamentali utili a comporre un’ideale mappatura degli autori che ci hanno nutrito e liberato nel corso dei secoli. Da Seneca a Schopenhauer, da Wilde a Bloy, fino a due illustri americani del XIX secolo, maestri nell’arte del pamphlet e dell’invettiva. Stiamo parlando di Thoreau (1817-1862) e Twain (Samuel Langhorne Clemens, 1835-1910): il primo, oltre che scrittore, filosofo e naturalista – suo il celebre Walden, vita nei boschi – il secondo, oltre che grafomane, giornalista al vetriolo e umorista impietoso a cui dobbiamo, in estrema sintesi, Le avventure di Tom Sawyer, Il principe e il povero e i primi segnali di disincanto nei confronti del “quarto potere”, delle sue degenerazioni e delle sue contagiosissime idiozie. A prima vista, due profili antitetici: tanto è pensoso e ritirato Thoreau, autore da zaino per spiriti liberi e ribelli, quanto è spregiudicato e “urbano” Twain, che nel racconto di finzione Come diressi un giornale per agricoltori (1870) ironizza sul proprio pollice verde enumerando una serie di svarioni giornalistici di cui si è macchiato, dagli alberi di rape al guano descritto come “un bell’uccello”. In realtà, molto accomuna questa coppia di autori elementali, rispettivamente elio (Twain) e tungsteno (Thoreau). A cominciare dalla consapevolezza macignesca di vivere in un Paese dedito allo schiavismo, passando per uno sguardo impietoso sulla polis (spesso tradotto, da entrambi, in orazioni memorabili), fino alla coltivazione di uno spirito indipendente sì, ma non per forza individualista o propenso ad alzare staccionate. Lo spirito di chi si sente minoranza e al contempo sa che, lavorandoci sodo, anche una minoranza può fare egemonia. Cominciamo a sfogliare il volumetto di Twain, che reca in copertina l’aforisma “i giornalisti onesti ci sono – soltanto costano di più”. Nelle sue 112 pagine include dodici testi brevi tra cui spiccano Il privilegio dei morti: sulla libertà d’espressione, Un candidato governatore e Avviso alla gioventù. Nel primo si asserisce senza mezzi termini che solo ai cari estinti è concesso di dire il vero senza temere ritorsioni, un motto tristemente arrivato fino ai giorni nostri e che Marco Bellocchio, nel Regista di matrimoni (2006), mette in bocca al personaggio di Orazio Smamma (Gianni Cavina). Il secondo testo, impagabile e agghiacciante insieme, racconta di una candidatura dell’autore subito stroncata da una manovra di dossieraggio calunnioso ante litteram, mentre il terzo, più mansueto, s’immette nell’alveo dei “buoni consigli”, cantandole ai giovani come di recente hanno fatto anche Baz Lurhmann e Manlio Sgalambro. L’antologia di Thoreau, 176 pagine, presenta due inediti – Riforme e riformatori, Araldo della libertà – e altri cinque contributi che costituiscono l’ossatura del pensiero filosofico e politico dell’autore, nel dettaglio due conferenze, un saggio breve e due prelievi da Walden. La lettura di Thoreau è sicuramente meno gaia e spassosa di quella di Twain. Mentre in Libertà di stampa si punta allo sberleffo amaro, Uomini non sudditi contiene appelli accorati e molte, genuine fonti d’ispirazione. E se Twain è un grappino sgarbato, Thoreau è un bel bicchierone d’acqua fresca. In Dove ho vissuto e perché, ad esempio, l’autore auspica con le seguenti parole l’avvento di ciò che oggi chiameremmo decrescita: “Semplicità, semplicità, semplicità! Io dico: che i vostri affari siano due o tre e non cento e mille; invece di un milione contate mezza dozzina, e tenete i vostri conti sull’unghia del pollice!” E poco oltre: “La nostra vita – proprio come la Federazione Tedesca – è costituita da staterelli insignificanti, dai confini labili, al punto che neppure un tedesco potrebbe dirvi, in qualsiasi momento, entro quali confini stia vivendo” (p. 88). E dopo aver affrontato di petto il tema della schiavitù e dei suoi sanguinari sostenitori in Apologia di John Brown (un cittadino abolizionista impiccato nel 1860), la Conclusione è lasciata alle ultime, elegiache righe di Walden, capaci di accendere un lume di speranza tra tanta rabbia e disillusione. “Per quanto misera sia la vostra vita, affrontatela e vivetela; non evitatela, né insultatela. Non è cattiva quanto voi”, ci scrolla Thoreau, e per far sì che non scambiamo la resa col riposo, aggiunge: “Albeggia solo quel giorno al cui sorgere siamo svegli”. Un omaggio all’empirismo e all’importanza di esserci, a questo mondo.

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