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di Sergio Luzzatto
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“Senza il crocifisso negli edifici statali l’Italia non sarebbe più la stessa: sarebbe più giusta, più seria, migliore”: il libro dimostra con valide ragioni e argomenti potenti queste affermazioni che compaiono in copertina. Sintetizza le vicende anche giudiziarie che negli ultimi anni in Italia hanno avuto protagonisti cittadini che rivendicano la laicità dei luoghi pubblici: in particolare nelle aule scolastiche e di tribunale. Ripercorre l’introduzione del crocifisso nella forma attuale che, dopo l’anno Mille, ha sostituito la nuda croce e dimostra come la questione del crocifisso abbia meritato una battaglia di principio, perché si tratta del “rapporto tra lo Stato e la Chiesa-istituzione cattolica”.

Infatti nessuna “radice storica” può imporre agli italiani una presunta universalità del cristianesimo, poiché la Costituzione riconosce pari dignità sociale a tutti i cittadini indipendentemente dalle loro credenze religiose. Il testo coloca l’idea che l’identità italiana sia stata plasmata dalla presenza di Santa Romana Chiesa e che tale identità sia qualcosa di definito per sempre, immobile e immutabile, nel repertorio dei luoghi comuni, usati dagli agguerriti difensori del crocifisso. Tra di loro troviamo lo storico Franco Cardini e Licio Gelli, maestro della loggia massonica segreta P2, promotore del Movimento etico per la difesa del crocifisso.

Vengono altresì ripercorse le tappe e le ragioni politiche dell’introduzione del crocifisso negli edifici pubblici da parte del fascismo; emerge la constatazione che la difesa delle richieste della Chiesa per ragioni di convenienza politica è una costante della storia italiana post-risorgimentale. Purtroppo dopo Cavour e il suo lavoro incompiuto di costruzione di uno stato aconfessionale, il fatto religioso non è più soltanto “meramente privato” e, quindi, le incursioni della Chiesa nella Polis non vengono percepite come ingerenze illegittime.

Assistiamo a un fenomeno che può essere spiegato solo politicamente: meno il crocifisso è presente nelle case, più se ne difende l’ostensione nello spazio pubblico. Per poter restare dov’è, il crocefisso ha subito una metamorfosi semantica: da arredo sacro a icona transgender. Pur di mantenere il crocifisso, quale segno dell’influenza cattolica nella società italiana, s’accetta d’impoverirne il messaggio religioso e di ridimensionarne il significato di fede, riducendolo a elemento identitario o a oggetto della tradizione nazionale.

6 commenti a Il crocifisso di Stato »»


Commenti

  1. Ste
    Commento di Ste | 2011/04/29 alle 00:46:17

    A parte che all’universalità del Cattolicesimo (non cristianesimo: Cattolicesimo!) non importa niente di cosa può pensarne la radice storica, gli italiani o la Costituzione: il Cattolicesimo è universale perchè così ha voluto Cristo. Non giriamo la frittata.

    Allo stesso modo, dal fatto che il Fascismo o chiunque altro abbia difeso le richieste della chiesa per ragioni politiche, non consegue in alcun modo che il segno del Crocifisso debba essere tolto o lasciato in una stanza. Tra le due cose non c’è alcun nesso.

    Non è vero nemmeno che il fatto religioso non è più un fatto privato: semplicemente non lo è mai stato, se non a costo di trasformarsi in qualcos’altro. La religione è un fatto sociale: se non è nella società, è spiritualismo.

    L’ultima frase è un capolavoro di illogicità: si dice che del crocifisso si impoverisce il messaggio religioso, eppure si è appena osservato come il suo unico significato sarebbe l’influenza della Chiesa. Se è così, il problema non si pone, il crocifisso è realmente un simbolo politico, uno strumento di propaganda e va tolto. Eppure, nella stessa frase si fa riferimento al messaggio religioso e al significato di fede: dunque ci sono, seppure in questo bel discorsetto compiaciuto l’intera attenzione semantica e interpretativa si soffermi soltanto sul lato più comodo della questione. Invece che censurare un simbolo, non sarebbe più ragionevole cercare davvero di comprenderlo? Starsene per cinque, buoni minuti davanti alla Croce e chiedersi PERCHE’ DIAMINE quest’uomo si è lasciato uccidere, invece di ridurre Dio a un bisticcio di ideologia e semiotica spicciola?

    CHE COSA E’ questo significato di fede e, una volta compreso, vale davvero la pena di metterlo a tacere?
    E per cosa? …per la costituzione?? Ma voi siete fuori di testa.

    Se il crocifisso dà luogo a un problema, questo problema è soltanto negli occhi di chi guarda: per la precisione negli occhi di questo signor Luzzatto, che evidentemente avrà visto un sacco di crocifissi, ma non si è mai sognato di guardarne realmente uno.

  2. Commento di airbag | 2011/05/04 alle 20:42:06

    Il problema forse è proprio questo: “all’universalità del Cattolicesimo (non cristianesimo: Cattolicesimo!) non importa niente di cosa può pensarne la radice storica, gli italiani o la Costituzione: il Cattolicesimo è universale perchè così ha voluto Cristo.”
    Questo potrebbe essere un incip che già di per sé fa cadere qualsiasi tipo di discorso dialogico, e lo fa cadere proprio dalla parte dalla quale ce lo si aspetta. E’ così, l’ha voluto Cristo. Punto.
    Il discorso è un po’ più complesso purtroppo e in realtà necessita di una discussione seria e non di slogan.
    La religione è ovviamente un “fatto sociale”, però come tante altre cose nella storia della cultura. Se il crocifisso è davvero simbolo di un uomo che si è lasciato uccidere per la nostra salvezza sempiterna, perché c’è la necessità di inserirlo a forza in istituzioni laiche?
    Specifico. Al di là della retorica politica, questo paese è laico, noi siamo laici. La divisione non è tra laici e credenti ma tra laici e clericali.
    Anche i monumenti ai partigiani sono un esempio di chi si è sacrificato perché noi avessimo la libertà di scrivere queste cose, non mi pare si mettano i monumenti nelle aule, scolastiche o di tribunali che siano.
    Il senso si trova ovviamente nel significato politico della Chiesa di Roma, e nel consenso politico che trova terreno fertile in Italia, e nella sua retorica “macchiettistica”.
    Il fondo è lì: all’universalità ( ma poi, universalità di che? ) del Cattolicesimo non importano le nostre quisquilie illuministico-relativistiche. Chiediamo venia, forse siamo troppo secolarizzati, però mi sembra un discorso un po’ assurdo, dato che il sacrificio, in fondo, è stato fatto anche per noi miscredenti demoniaci.
    Il dato curioso sta nel fatto che nel mondo laico si dibatte, come è giusto che sia, anche su queste questioni, ascoltando i terribili moniti a senso unico della Chiesa. Intolleranti, ingerenti, anacronistici.
    Grazie a Dio sono ateo. Fossi credente, nulla mi offenderebbe più della Santa Romana Chiesa.
    Il fastidio nel commento precedente è proporzionale al fastidio che la Chiesa prova per il dibattito, per quanto possa essere rispettoso e propositivo.
    Si parte dalla premessa che chi discute i suoi dogmi vetusti sia nel torto, e questo non è un dialogo, ma è demagogia.
    Ed è per questo che Chiesa e politica si trovano così a braccetto.
    La religione è un fatto sociale che si distacca dallo spirituale, ahimè, e passa per possedimenti territoriali, per tirannie, per una storia sulla quale non si potrà far luce fino in fondo, per strutture medievali o addirittura più antiche. Egizie.
    Il paese occidentale antidemocratico per eccellenza, e che ancora resiste e vota contro convenzioni Onu e cose simili. Poi, per onestà intellettuale, sentirmi dare dell’intollerante dalla Chiesa Cattolica è francamente troppo.
    Dire che sia una questione spirituale mi sembra un po’ azzardato, quantomeno riduttivo, per quanto romantico.
    No?

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