Timidezza e dignità

di Dag Solstad
Iperborea

Nell’episodio Il professore (1964) del film collettaneo Controsesso, Marco Ferreri dirige un Ugo Tognazzi feticista e nevrotico che dopo aver cercato di imporre la propria opinabile disciplina agli studenti, si lascia andare a un pianto dirotto contro un fontanone. Nel romanzo di Solstad, il crollo di nervi avviene a pagina 47 e la copertina (Ombrello abbandonato… di Tyler Clemens) ne anticipa l’umore uggioso, oltre che il “temibile” strumento brandito dal nostro intellettuale in crisi. Elias Rukla insegna Lettere in un liceo di Oslo. Nel suo vissuto scoviamo l’epoca sessantottina vissuta in prima linea, l’amicizia con il marxista (d’ispirazione kantiana) Johan Corneliussen e il matrimonio con Eva Linde, a suo tempo bellissima. I migliori anni della vita di Rukla sembrano ormai lontani, tant’è che l’incipit del romanzo equivale a una condanna: “In effetti era un professore sulla cinquantina leggermente alcolizzato, con una moglie che era lievitata un po’ troppo e con cui faceva colazione ogni mattina”. Timidezza e dignità prende le mosse dalla crisi del professore – quasi un racconto a se stante – e prosegue con un flashback mentale volto a ricostruire la vita del protagonista, che nel frattempo sta vagando per Oslo in preda ai postumi del patatrac. Delle due, la prima parte risulta più efficace, anche per via dell’effetto claustrofobico sortito da una classe di studenti svogliati costretti ad addentrarsi, di lunedì mattina, nei meandri meno ovvi del dramma di Ibsen L’anitra selvatica. Il prof, manco a dirlo, è ossessionato da una figura minore del dramma – il dottor Relling – e tenta donchisciottescamente di risvegliare negli allievi uno straccio di interesse, di accendere in loro un filamento di lampadina. Invano. Rukla si sente in trappola tra i due fuochi del corpo studentesco, inerte e ostile, e dell’accademia, con la quale si trova in pressoché totale disaccordo salvo riservare a Ibsen il ruolo principe nella rosa dei Quattro Grandi della letteratura norvegese (gli altri tre, a suo giudizio, sono Hamsun, Vesaas e Mykle). Un reietto in trappola nella Oslo immobile degli anni Novanta. Oltre a occuparsi della traduzione del testo, Massimo Ciaravolo ci regala una postfazione indispensabile per apprezzare lo stile di Solstad e la “sofferenza sociale” del suo protagonista-alter ego. Ciaravolo pone l’accento sulla terza persona attraversata dai pensieri e dagli stati d’animo del protagonista (quella che chiama “focalizzazione interna fissa”), sul discorso indiretto libero e sulla rinunzia alle virgolette per introdurre i dialoghi, stratagemmi che fanno di Dag Solstad un cultore del blocco di testo omogeneo, con pochi daccapo e nessuna suddivisione in capitoli. Lungi dall’essere un mattone, la sua prosa ha invece il dono dell’ipnosi, e una volta “cuciti” nel tessuto narrativo la lettura avanza spontanea e godibile. Fino all’ultima frase, sintomatica di questa tragedia di un norvegese ridicolo: “È terribile, ma non c’è via di ritorno”.

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