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di Luca Gallo
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Uscito a maggio 2009, a forza di consigli su aNobii di lettori non si sa quanto spassionati, di costanza e determinazione da autore esordiente di piccola casa editrice, Come l’insalata sotto la neve continua lento e implacabile la sua strada di romanzo commovente e ironico, a suo modo imperdibile. Rientra nella categoria dei libri con protagonisti adolescenti, sicuramente non molti nel nostro paese, che tuttavia vanta come genere a sé campioni di incassi del livello di Moccia e Ammaniti. Tra i due Gallo è senz’altro più Ammaniti, un anti Moccia  esplicitamente manifesto, ma con poco mestiere, molta e ridondante buona volontà e una casa editrice alle spalle che ha qualche evidente difficoltà a gestire tipograficamente gli a capo e soprattutto a curare l’editing. Troppe parole e divagazioni un po’ compiaciute, che ad esempio Einaudi avrebbe saputo come eliminare senza rimpianto, fanno di Gallo un Bajani mancato, tanto per citare un altro scrittore torinese che invece  sa come fare per rendere ogni frase assolutamente essenziale e indispensabile nell’economia generale del testo. Un peccato, certo, ma non un dramma in un romanzo che esce miracolosamente indenne da tutte le bizzarrie temporali, i sentimentalismi e i clichés che pure lo contraddistinguono.

Intanto i nomi dei personaggi principali – Gambier, la voce narrante, e Tari, il fratello maggiore – sono presi in prestito dal misterioso mondo della concia del pellame e già di per sé hanno una forza mitizzante degna di Ismaele (quello di Moby Dick) e di Pippi (quella con le calze lunghe). Intorno a loro, segnandone le esistenze, troviamo una famiglia disgraziata con tanto di padre ottuso e violento e madre inerme e incapace di reagire, una città – Torino – bella e per lo più indifferente agli umani casi, degli amici del cuore simpaticamente scombinati (Virgilio detto Lingua) o altrettanto simpaticamente preda di puberali ossessioni porno erotiche (Giuseppe) e una classe di terza media che racchiude in sé come uno scrigno una ragazzina, bella, intelligente, anticonformista e socialmente impegnata come non è affatto difficile trovare nella realtà, persino nella triste patria del bunga bunga.

Al centro di tutto c’è ovviamente lui, il tredicenne Gambier, poetico e teneramente disadattato, che smette di parlare per uno spavento e però continua instancabile a vivere nel suo mondo di sempre, comunicando a sguardi e bigliettini in attesa che la voce ritorni. Non è patetico Gambier e detesta la compassione altrui con la stessa genuina intensità con cui ama, ma non invidia il ribellismo scoperto e carismatico del fratello Tari. Refrattario ai cellulari, all’uso e abuso di termini inglesi, persino a internet, Gambier vive in un tempo che non coincide esattamente con nessun presente, dove i film di Bud Spencer e Terence Hill convivono con la musica de Il parto delle nuvole pesanti e dei Manonegra. E se anche sorge il sospetto che l’autore abbia in parte confuso la propria adolescenza con quella di un ragazzino dei nostri giorni, sembra che tutto concorra a restituirci l’irruente freschezza di un’età in cui i gusti e i pensieri sono ancora liberi da etichette, in cui la curiosità e la voglia di conoscere e di imparare possono miracolosamente superare ogni ostacolo se solo si ha la fortuna di avere un fratello maggiore accudente e un’amica intelligente di cui innamorarsi.

Peccato, questo sì, per un eccesso di disgrazie, accidentali o meno, che rischiano di fare sembrare tutto troppo e di trasformare il racconto di una adolescenza complicata, ma non per questo infelice, in un insopportabile drammone con tanto di scontato lieto fine.

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