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con un saggio di Giuseppe Fornari

di Daniele De Giorgis
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In Valle d’Aosta le domande raramente trovano posto sullo scaffale degli articoli di moda. Eppure, in determinate circostanze, porre – e porsi – dei quesiti non rappresenta esclusivamente un fatto d’opinione. Riflettere ed interrogarsi, a volte, risponde infatti alla necessità di metabolizzare accadimenti ed eventi, per collocarli correttamente nel contesto che li ha scatenati e superarli (in particolar modo se il loro impatto è stato collettivo).

Per questo, l’assenza di libri che andassero oltre la cronaca giornalistica su tre momenti specifici della vita contemporanea della Valle ha sempre costituito una mancanza, culturale, ma anche di anticorpi del tessuto sociale valdostano. Nessuno aveva avvertito l’esigenza, fino ad oggi, di far scorrere criticamente la penna a proposito del rogo nel tunnel del Monte Bianco (1999), o dell’alluvione del 15 ottobre 2000, oppure ancora del delitto di Cogne (2002).

Ancor prima che fatti di cronaca, veri e propri traumi per una comunità di poco meno di centoventimila persone. Nell’incendio del traforo tra Italia e Francia persero la vita, carbonizzati, trentanove automobilisti. L’esondazione di numerosi corsi d’acqua dell’anno successivo causò venti vittime. L’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi calò la Valle in un girone mediatico, nefasto in alcune sue manifestazioni (vedi il “plastico” di “Porta a Porta”), tale da segnare profondamente la popolazione del paese ai piedi del Gran Paradiso.

Nei primi due casi, la risposta delle Istituzioni fu rapida e concreta. Le misure introdotte dopo i lavori di sistemazione fanno del tunnel sotto “il tetto d’Europa” una struttura all’avanguardia in fatto di sicurezza. Le opere di ricostruzione del post-alluvione ammontano a centinaia di milioni di Euro ed hanno cancellato i segni lasciati dalla furia delle acque. Nella terza vicenda, la giustizia ha fatto il suo corso e Annamaria Franzoni, riconosciuta colpevole, sta scontando la pena comminatale.

Eppure, nelle coscienze dei valdostani, le ceneri ardono sotto le braci. Non può che essere così, anche perché i segnali giunti dalle autorità sono accomunati dal muovere in una stessa direzione, ovvero mostrare come, attraverso un intervento pronto e importante (pure economicamente), sia quasi possibile allontanare definitivamente l’ipotesi del ripetersi di fenomeni del genere. Chi vive tra queste montagne, specie chi si è trovato in prima fila in una di tali situazioni, sa bene che purtroppo non è così.

Qualcuno se n’è accorto. Si chiama Daniele De Giorgis e, assecondato dalle edizioni “End”, ha scelto di consegnare alla perpetuità della carta tutto ciò che, da anni, costituiva un personale, quanto ingombrante, bagaglio sull’alluvione dell’ottobre 2000. Il risultato ha per titolo “Noire, Autobiografia di un disastro” e costituisce il lavoro destinato, finalmente, a colmare parte di un vuoto editoriale del quale la Valle non poteva certo farsi un vanto.

Il giovane autore, partendo dal significato della catarsi artistica (concetto a lui caro, vista l’attività di scultore e insegnante in istituzioni di settore), rileva anzitutto come la catastrofe sia stata superata strutturalmente, visti i molti lavori eseguiti, ma non umanamente, poiché, malgrado le celebrazioni che pure sono state imperniate sul ricordo, l’attitudine è stata costantemente quella di allontanare il più possibile i fatti. In questa tendenza, De Giorgis avverte un rischio non indifferente: “non voglio che le emozioni, quelle che superficialmente si reputano negative, come la paura o il dolore, diventino come quei segreti di famiglia che, proprio perché ben nascosti, producono danni a volte irreparabili”.

Proprio per questo, esorta coloro che, durante la lettura, venissero assaliti dallo sconforto o dalle lacrime, a non scacciare quelle sensazioni, anzi a condividerle con altri, lasciandole emergere, esattamente come fa lui riga dopo riga. Lo fa dopo aver osservato, in varie occasioni, come lo spettacolo teatrale tratto dal testo condensato nel libro (che costituisce, in buona parte, la tesi di Laurea dell’autore all’Accademia Albertina delle Belle Arti) lasci agli spettatori un “blues” che, nove volte su dieci, li imbarazza.

Dopodiché, l’opera continua con interrogativi pesanti come le pietre trascinate a Valle, in quel sabato di quasi undici anni fa, dalle acque impazzite. Il più disturbante, al punto da essere ancor oggi senza risposta (e non solo da parte dell’autore), riguarda l’opportunità dell’aver cancellato, con gli investimenti per la ricostruzione, le tracce del disastro. “Nulla come un’esperienza olfattiva, gustativa, o visiva – scrive De Giorgis – sa scatenare una serie di ricordi e di vissuti più o meno inconsci, rinchiusi in un cassetto nella stanza più recondita del nostro cervello, del nostro spirito. […] In fondo ho bisogno di quei ‘segni’ perché davanti ad essi non si può arretrare, non si può far finta di nulla, non ci si può nascondere. Io ho bisogno di riportare a galla quelle sensazioni poiché, se non lo facessi, rischierei di affondare con esse”.

La questione è tutt’altro che di secondo piano e, pur riconoscendo la necessità della ricostruzione (che in molti luoghi è servita anche ad innalzare la sicurezza), c’è da chiedersi se non valesse la pena, all’indomani della tragedia, di approfondire maggiormente questo dubbio, invece di cedere ad un “voltare pagina” affidato al ripristino dei luoghi, quasi a voler riportare d’imperio la memoria collettiva al “prima”, come se, non potendosi più imbattere nella visione del problema, il “dopo” sarebbe stato meno difficile da affrontare.

L’altra serie di domande che ha l’effetto di un uppercut in pieno volto, l’autore (le cui riflessioni sono ancora più rinfrancanti, nel momento in cui riveste anche il ruolo di sindaco di Lillianes, quindi di amministratore coinvolto nel governo del territorio) la scarica riguardo alla mentalità corrente su disastri del genere. “[…]dove abbiamo perso il vero rapporto uomo/natura per affermare che la terra ci appartiene. – si chiede – Perché dobbiamo pensare che è la terra ad averci tradito e non, piuttosto, che noi abbiamo tradito lei? Perché non c’è più rispetto per gli eventi? Forse perché non avvengono come ci aspettiamo”.

La narrazione, per rendere ancora più evidente la contraddizione tra il sentire popolare e la storia “ufficiale” dell’alluvione, alterna le riflessioni di De Giorgis a passi del rapporto sull’evento stilato dall’Amministrazione regionale. La ricostruzione da una parte, il dolore dall’altra. Il raziocinio da un canto, le emozioni dall’altra. Il giorno in una mano, la notte nell’altra.

Insomma, “Noire” non è un’opera facile. In alcuni passi è l’autore stesso a chiedere quasi scusa (lo fa, ad esempio, per aver usato, nella descrizione dell’evento, vocaboli attinenti la sfera del piacere, riconosciuti però tra gli unici in grado di trasmettere efficacemente la violenza delle sensazioni di quei giorni) e, oltretutto, De Giorgis per primo è cosciente delle difficoltà che molti lettori potranno incontrare nell’affrontare il volume.

Le conosce, perché ci è inciampato dentro già nella fase di sviluppo del progetto: “quando spiego che cosa sto scrivendo c’è chi storce il naso, o chi si esprime dicendomi: perché non scrivi quanti morti ci sono stati, dove e come sono morti. Perché non dici quanti danni abbiamo subito, di quanti miliardi avremmo bisogno… allora sì che il tuo scritto potrebbe servire a qualcosa”.

De Giorgis non scrive quale risposta fornisce a queste obiezioni, ma è evidente come, nella comunità valdostana, quella che lui definisce “cecità cognitiva” indotta dall’alluvione abbia più peso di quanto si possa pensare. Le domande di cui è disseminato “Noire” (ed anche numerose riflessioni, vedasi quelle sulla civiltà di Internet) sono fondamentali e sono mancate (o, comunque, sono state affrontate parzialmente) durante le celebrazioni del decimo anniversario della calamità. Solo passando per la terapia del dolore rappresentata da questi interrogativi si potrà, non tornare “prima del disastro, prima che sogni e persone se ne andassero trascinate dalla furia degli eventi”, ma “liberarci e guardare avanti”. Ce n’è un gran bisogno.

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