Il fuggitivo
di Olav Hergel
Iperborea edizioni
La grande notizia è che Iperborea, casa editrice molto fedele alla propria linea editoriale e adorabilmente “rigida” come Adelphi, ha deciso di inaugurare una nuova collana. La buona notizia è che il primo titolo di Ombre è imperdibile, ed è proprio il testo che andiamo a recensire. Ma una cosa alla volta. Prima di addentrarsi nelle 408 pagine di Flygtningen tradotte da Eva Kampmann vale la pena osservare come si presenta, all’occhio e al tatto, la nuova collana. Sono libri più larghi e più alti di quelli a cui Iperborea ci ha abituati, una parziale rinuncia alla “forma menhir”, autentica cifra stilistica dell’editore, che consentirà di pubblicare romanzi più corposi senza mai perdere in leggibilità. Fuor di metafora, Il fuggitivo si apre senza fatica e non oppone resistenza come alcuni dei classici titoli iperborei. Inoltre, la carta della copertina è lucida invece che opaca – anche se mantiene la “zigrinatura” – e sotto al titolo non campeggia un’elaborazione grafica, bensì una foto. Si tratta di uno scatto della serie Strude, che pochi anni fa portò alla ribalta la fotografa Trine Søndergaard. L’immagine ci restituisce il volto di una donna nordica coperto quasi integralmente da un vestito tradizionale che concede una fessura solo agli occhi. Una sorta di via danese al burqa, motivata tuttavia non da questioni religiose bensì dalla necessità, per le donne dell’isola di Fanø, di proteggersi dal forte vento e dalla sabbia. A colpire è lo sguardo pesto e abbassato della modella, che crea un cortocircuito tra i vari stereotipi di donna umiliata dalla società che abbiamo in testa: ma come, verrebbe da dire, una donna occidentale che indossa un burqa? I significati contrastanti che porta con sé la copertina fungono da anticamera perfetta per la lettura del “thriller politico che ha scosso la Danimarca e demolito il suo mito buonista”, come recita la fascetta. Un mito buonista che ha resistito all’amletico marciume, ai dogmi sadici di Lars von Trier e alla decapitazione della Sirenetta, tramandando l’immagine di una Danimarca ricca, mansueta, piatta e inoffensiva, a rischio sbadiglio. La Danimarca, unico soggetto collettivo ad aver ricevuto il riconoscimento di giusto fra le nazioni per aver salvato, durante la Seconda guerra mondiale, ben 7200 degli 8000 ebrei che vivevano sul suo territorio. Ebbene, pare dirci il buon Olav Hergel, tutto questo è roba vecchia. Benvenuti nella Danimarca “popolare” – in senso politico – degli anni Duemila, presente in Iraq a dare man forte agli americani.
Il romanzo prende le mosse nell’estate 2005 e descrive, nelle primissime pagine, il rapimento della giornalista Rikke Lyngdal (il cui motto, preso da Pippi Calzelunghe, recita “chi è forte deve essere anche buono”). Rikke finisce su al-Jazeera, teme di finire ammazzata dopo che le mozzano un dito ma alla fine riconquista la libertà grazie al buon cuore di Nazir, un diciassettenne bello come un dio greco che, colpito dalla sua dignità, decide di aprirle le manette. Rikke scappa e, per evitare che i terroristi che operano con Nazir lo facciano fuori, mente davanti alle telecamere di tutto il mondo, che la dipingono come la nuova Jessica Lynch e la mettono in condizione di pronunciare un primo discorso memorabile, al contempo emotivo e razionale, degno del Chaplin del Grande dittatore. Nelle dieci parti che compongono il romanzo avremo altre occasioni per leggere, o udire, la voce ferma e coraggiosa di Rikke. Ora, se avete l’impressione di aver già letto troppo della trama, non temete: queste informazioni non sono spoiler, ma solo il riassunto del primo quarto del libro, che da solo contiene abbastanza avvenimenti, dialoghi e riflessioni da infarcire altri tre romanzi.
Forte di una prodigalità impressionante nell’articolare l’intreccio e di un’abilità naturale nel modellare i caratteri, l’autore si spinge ben oltre l’Iraq e ambienta il cuore del libro nel piccolo, civile stato di Danimarca, riservandoci sorprese che solo la lettura merita di dispensare. In questa sede è sufficiente soffermarsi sul maggior pregio del testo, oltre al fatto che una volta iniziato lo si finisce in poche ore, vittime di una straordinaria sindrome di Stendhal libresca. Il fuggitivo è un romanzo che andrebbe letto e studiato all’università, in qualsiasi corso di giornalismo o più in generale di Scienze della Comunicazione. Per capire perché, basta incontrare personaggi come lo “gnomo” senza scrupoli Arne Hansen, articolista da battaglia che da noi farebbe scintille nelle redazioni del «Giornale» o di «Libero», o Claes Killand, direttore dell’inesistente – ma plausibile – «Morgenavisen Danmark», che ha costruito il successo commerciale della testata finanziando un sondaggio volto a individuare i tre lettori-tipo. Gli esiti sono stati talmente positivi che Killand ha dato un volto e un corpo a queste tre figure demoscopiche, esponendole in redazione sotto forma di sagome di cartone. Ecco, ad esempio, Jakob: “laureato in ingegneria, middle manager nell’industria informatica, uno stipendio lordo annuo di seicentomila corone, e sposato con Nina, che faceva l’infermiera ma sognava di lasciare il lavoro quando avrebbero avuto il secondo figlio. Jakob era iscritto a un circolo di degustatori di vino e sognava di invitare gli amici a bere grandi vini, ma ancora non se lo poteva permettere. Era un sostenitore dell’economia di mercato, di idee nazionalistiche, e man mano che i musulmani avevano invaso la Danimarca, era diventato sempre più cristiano. Considerava l’armatore Mærsk il più grande danese di tutti i tempi, guidava una Ford Mondeo, però aveva messo gli occhi su un’Audi, e il suo codice postale corrispondeva a Bagsværd, che avrebbe ambiato con quello di Vedbæk non appena fosse salito di un gradino nella gerarchia dei middle manager. E la nuova casa avrebbe avuto le tegole invetriate nere. Jakob era dell’idea che la Danimarca fosse dei danesi, ma non era razzista” (p. 33).
Non è facile, per una giornalista di ferro come Rikke Lyngdal, sopravvivere tra le scrivanie del «Morgenavisen Danmark», un giornale sempre pronto a far leva sull’assassinio di Theo van Gogh o a scagliarsi contro Christiania per distogliere i propri lettori da notizie moleste o per assecondare la linea politica del premier Hans Peter Christensen, anch’egli inventato ma, come dire, già visto qua e là nella storia recente dell’Europa unita e messa a repentaglio dai localismi più disparati. E non è facile, per Claes Killand, resistere alla tentazione di licenziarla o estrometterla, a maggior ragione ora che Rikke è diventata un’eroina nazionale. Nel descrivere passo passo il walzer di verità dolorose, bugie necessarie e pugnalate alla schiena che scandisce la trama del Fuggitivo, Hergel ci consegna un saggio sul quarto e sul quinto potere ai tempi della guerra in Iraq… camuffato da romanzo. In questo senso, l’etichetta di “thriller” è quantomeno riduttiva. Va inoltre sottolineato che Olav Hergel, classe 1956, è un giornalista di fama, vincitore nel 2006 del medesimo, rinomatissimo premio Cavling che nel libro fa assegnare al disgustoso Hansen. Lo stesso anno 2006 che vide l’uscita in Danimarca di questo suo primo, controverso romanzo, portato sullo schermo nel 2009 da Kathrine Windfeld. È quindi con cognizione di causa che l’autore, nella nota conclusiva, afferma: “Qualsiasi somiglianza con persone, istituzioni e media esistenti, per dirla con Heinrich Böll, non è né intenzionale né casuale, ma inevitabile”.