Canale Mussolini
di Antonio Pennacchi
Mondadori
All’inizio di quest’anno, ho recensito “Fascio e martello. Viaggio nelle città del Duce”. Dopo un mese, ho ricevuto una mail di Antonio Pennacchi: si lamentava per una mia imprecisione storica e, secondariamente, si complimentava per l’analisi del testo. Nel breve scambio epistolare che ne è seguito, è riuscito a insultare per due volte l’arrogante Berlusconi che, peraltro, è l’editore del suo ultimo lavoro, “Canale Mussolini”, vincitore del Premio Strega 2010. Quando scrivi una e-mail a Pennacchi, ti risponde sempre un messaggio automatico: “Se proprio vi servo, cercatemi per telefono”. Messaggio che riassume perfettamente il carattere dell’autore: riceve e legge le comunicazioni, ma vi depista; come a dire: “Ragazzo mio, se vuoi guadagnarti la pagnotta, la strada è lunga e tortuosa”.
La visione del documentario “Latina / Littoria: una città” mi ha regalato un’intuizione. Antonio Pennacchi è il nostro Clint Eastwood: alieno ai titoli accademici, il suo sapere l’ha conquistato sul campo. E’ un gran rompiballe con la passione per i fatti (e con la capacità di osservarli obliquamente).
Lungo e accidentato è stato il viaggio dell’autore. La sua biografia è esemplare dell’attitudine ad abitare i contrasti e i conflitti del Novecento. Figlio di coloni giunti dal Veneto per la bonifica fascista dell’Agro Pontino, Pennacchi nasce in una famiglia numerosa con altri sei fratelli. Si dedica alla politica, fin da giovanissimo, ma, a differenza dei fratelli, che aderiscono ad organizzazioni di sinistra, s’iscrive al Movimento Sociale Italiano. Espulso, aderisce ai marxisti-leninisti di Servire Il Popolo e partecipa alla contestazione del Sessantotto. Successivamente milita nel Partito Socialista, emigra in seguito nel Partito Comunista e dalla CGIL è espulso per due volte, con accuse pretestuose di essere filo-brigatista. Operaio per trent’anni, sfrutta un lungo periodo di cassaintegrazione per laurearsi in Lettere e inizia la sua avventura di scrittore.
“Canale Mussolini” è la sintesi del suo approccio storico/autobiografico alla materia scottante della storia: l’Italia sconvolta dalla lotta di classe tra i latifondisti e i mezzadri e i braccianti; l’avanzare del socialismo, bruscamente interrotto dalla “deviazione” fascio-comunista del Duce; il progetto mussoliniano di modificare la composizione di classe e i suoi rapporti di forza, attraverso la bonifica della moltitudine di zone malariche della penisola, dal sud al nord, dalla Sicilia alla Sardegna, dalla Romagna al Lazio; le guerre coloniali in Africa e in Albania; i genocidi compiuti nel nome dell’Impero, a suon di gas mortali vietati dalla Convenzione di Ginevra; la fatale alleanza con l’ammirato amico Hitler e con l’orgogliosa e accecata Germania nazista; la sfida suicida all’Inghilterra e agli Stati Uniti d’America; il capitombolo infame e senza dignità dell’8 settembre 1943; la fuga indegna dei Savoia al sud; lo sbarco degli Alleati prima Nemici; l’Italia spaccata in due dall’occupazione di due eserciti, il centronord in mano ai fascisti-nazisti e il centrosud in mano agli anglo-americani.
Costruito adattando i filò alla pagina scritta, “Canale Mussolini” è carne viva, parola detta e ripetuta davanti a un fuoco, nell’aia, nella stalla, sulle sedie dei vicini una volta e sulle panche della cucina di casa un’altra. E’ la nostra storia, narrata attraverso le vicende di una grande famiglia patriarcale di mezzadri che, dopo mille peripezie, emigra dal ferrarese all’Agro Pontino. Qui, contribuiscono alla bonifica delle terre strappate alla zanzara anophele, occupano un podere assegnato loro dall’Opera Nazionale Combattenti e partecipano, nel bene e nel male, alle imprese del fascismo.
La stessa voce narrante di questo romanzo generazionale, don Pericle Peruzzi, figlio di un amore sensuale e rinnegato dalla morale contadina, è il messaggio conclusivo che Pennacchi consegna al lettore. La verità è bastarda. Non possiamo sceglierci né madre né padre. Guardarli negli occhi, questo sì possiamo. Poi, ognuno per la sua strada, a costruire l’accidentato filò che consegneremo ai nostri nuovi nipoti.