Go Here

di Shirley Jackson
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Le “signorine” da una parte e gli “estranei” dall’altra, in mezzo una barriera prima solo simbolica, fatta di oggetti sotterrati per difendere magicamente un confine invisibile, poi divenuta reale, ma ancora capace di mettere in contatto il dentro con il fuori. Abbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo che monta come la panna, di cui si gusta ogni passaggio – dalla liquidità alla morbida consistenza finale -, ma che provoca un acuto piacere specialmente a ripensarlo dal fondo, risalendo riga per riga fino al titolo che parla di un castello mentre nel corso del racconto l’impressione è quella di vedere semplicemente una casa e i suoi abitanti, al più una vecchia villa cadente che conserva proterva il ricordo dei fasti di un tempo. Tutto giocato sull’inganno, come lettori siamo ora gli “estranei” ora le “signorine”, stiamo fuori a immaginare il dentro con curiosità e orrore o stiamo dentro a coltivare la nostra misteriosa felicità fatta di lavoro nell’orto, infinite varietà di conserve, frondosi nascondigli e piccole ritualità salvifiche. Anche il tempo si confonde e se mille particolari ci conducono verso un’epoca lontana di famiglie abbienti e inoperose, subito dopo appaiono automobili e altri piccoli segni di una modernità inconciliabile con l’immaginario dei giardini segreti e delle austere magioni gotiche. Le due protagoniste, la diciottenne Mary Katherine e sua sorella Costance, sembrano appartenere anch’esse ad un’età indefinibile, a metà tra il candore dell’infanzia e le inquietudini crudeli dell’adolescenza, e ogni indizio che conduce alla verità, anagrafica e non solo, sembra lasciato a posta per scombinare le carte che con tanta maestria Shirley Jackson mette in tavola. Acuto, sorprendente, magnificamente costruito, dolce come la panna, appunto, ma anche e soprattutto nero come una notte senza luna, questo romanzo è una festa e un regalo tardivo (perché una bella e curata edizione del 2009 di un libro del 1965?) per gli amanti di Stephen King e i più esigenti estimatori di Ambrose Bierce. Ma, forse, a ben vedere è anche qualcosa di molto di più: un coltello tagliente conficcato nella corposità materica del cliché della famiglia felice e invidiata, un veleno che cancella le apparenze, un caos creativo che mescola barbari invasori e quiete comunità di individui dai segreti inconfessabili, un lento sprofondare negli incubi dell’infanzia e nei suoi terribili e rimpianti segreti.

La traduzione è di Monica Pareschi

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