Via della Trincea
di Kari Hotakainen
Iperborea
Fede, speranza, carità. Tre virtù per tre romanzi firmati Kari Hotakainen, il “Paasilinna urbano”, autore classe 1957 dalla tastiera affilata come un rasoio e dalla testa piena di personaggi da film. Non a caso, il suo precedente titolo apparso per i tipi di Iperborea è il sulfureo Colpi al cuore (2006), che reimmagina la storia della lavorazione del Padrino di Coppola in salsa Nokia, ovvero contemporanea, crudelgrottesca, finlandese. Ma dicevamo delle tre virtù cristiane. Il curatore Nicola Rainò, nella postfazione, le tira in ballo per descrivere l’ideale trilogia romanzesca di cui Juoksuhaudantie (2002) è il primo tassello, seguito da La cattedrale di Sant’Isacco (2004, la speranza) e I negligenti (2006, la carità), ancora inediti in Italia. Via della Trincea, ovvero Juoksuhaudantie – che lingua, dev’essere, il finlandese, borbotta Nori nello scritto che precede la postfazione – è un libro che parla di fede, di fede integralista. Ma non fede in un dio o in una religione ufficiale, da otto per mille. No. Il protagonista del libro, Matti Virtanen, ha una fede cieca e assoluta in una trinità tutta sua: la moglie Helena, la figliola Sini e la loro futura casa. Va detto che Matti, le prime due, non le ha più da quando gli scappò un cazzotto ed Helena sbatté la porta di casa. Va detto che la terza, antico sogno di Helena che Matti ha sempre preso sottogamba, diventa un’ossessione magnifica e forse impossibile, un traguardo onnicomprensivo. Matti si convince che una volta acquistata la casetta monofamiliare dei sogni di Helena, riavrà anche moglie e figlia. Ma chi è ‘sto Matti? Nelle parole di Helena, scribacchiate per la polizia, salta fuori questo identikit: “Veste quasi sempre in tuta sportiva, anche quando non deve correre. […] Dà l’impressione di essere ottuso, ma non lo è. Dà l’impressione di essere violento, ma non lo è. […] Dà l’impressione di essere socievole, ma non lo è. Dà impressioni di ogni tipo, perché è uno che dà un’impressione. […] Di musica rock ne sa quanto un politologo televisivo di politica. È capace di fare qualunque cosa in qualunque momento, perché non ha fatto quel che voleva quando era tempo. [...] In genere non esce di casa. Ha fatto dell’immobilismo una virtù, e se ne vanta. […] Si definisce un reduce del fronte domestico. Ha intenzione di acquistare una casa. Vuole recuperarci” (pagg 223-224). Matti, ex maratoneta, corre e fuma, fuma e corre, cardiofrequenzimetro alla mano, lavora come magazziniere, massaggia parti intime e ricetta roba illegale per ammassare il denaro sufficiente all’Acquisto con l’A maiuscola capitellata. Matti tiene un taccuino-diario dove annota i suoi piani d’azione, descrive le persone con cui ha a che fare e ogni tanto si lascia andare a tirate poetiche. Matti si considera, in primis, un reduce. Uno che la guerra non l’ha fatta, ma ne ha fatta un’altra, tra quattro mura. Si è dato interamente alla casa, alla cucina e alle due creature che ama – annullandosi, per certi versi, fino a instillare il disprezzo tipico di chi riceve a iosa senza aver occasione, o voglia, di dare. Ecco perché, umiliato da Helena una volta di troppo, Matti perse le staffe e tirò il destro (maldestro) che lo ha rovinato. I pugni crescono alla velocità dei pini (pag. 55), annota Matti. Si abbeverano delle gocce di pioggia che prima o poi fanno traboccare il vaso. Uno che invece la guerra, quella grande e grossa, l’ha fatta, è Taisto (che in suomi significa battaglia), il vecchio veterano proprietario della catapecchia gialla in Via della Trincea che Matti vuole acquistare a tutti i costi. Quali sono le differenze semantiche tra un reduce del fronte domestico e un reduce d.o.c.? Sono questi due campi, a detta di Matti: Ordinanza restrittiva / Ordinanza di custodia / Diritto di visita / Affidamento condiviso / Centro d’accoglienza vs Prima linea / Cannoneggiamento / Linea del fronte / Condizioni di pace / Ricostruzione (pagg. 176-177). Quel che è certo è che fare l’amore e la guerra ai tempi della Nokia non è una passeggiata, soprattutto se le case sono molto più care che nei tardi anni Quaranta e vige la legge degli agenti immobiliari e di riviste altoborghesi come la famigerata «Casa Giardino». Ecco perché i sei mesi narrati nel libro sono l’odissea di un “perdentista” (parola di Nori), uno sfigato da manuale la cui volontà di ferro e i cui metodi pragmatici cozzano con un mondo incapace di dargli quel che vuole. Il romanzo è suddiviso in capitoli che annunciano chi sta parlando (Matti, Helena, L’agente immobiliare, Il veterano, La polizia, Gli Uni e Gli Altri, cioè i vicini da barzelletta) e si articola in quattro macrosezioni metaforiche – Fondamenta e condotti di drenaggio, L’armatura, La posa dell’ultima trave e Il giorno del trasloco, quest’ultima vissuta minuto per minuto senza bisogno di indicare il parlante. Forte della sua architrave narrativa e dei tanti personaggi che lo animano, Via della Trincea è un romanzo in prima persona e in stato di grazia, bestseller nel Paese d’origine e ispirazione di un film finnico uscito nel 2004. Impianto corale nonostante, è il personaggio morettiano di Vitranen che resta nel cuore, con i suoi idoli rock smentiti dalle asprezze della vita (Johnny Rotten, Mick Jagger), i suoi nobili fini e i suoi mezzi, diciamo così, deliziosamente opinabili. Uno che grida al mondo “pronta la fiera al suo feral disegno“ e corre senza sosta, per disperazione, perché “il movimento attutisce i sentimenti” (pag. 39).
Traduzione e postfazione di Nicola Rainò. Con uno scritto di Paolo Nori.