Lettres à Jean Wahl, 1937-1947

di Rachel Bespaloff
Éditions Claire Paulhan

Vi sono persone il cui destino è di emergere molto piano nella lettura di altri. Quando la vita dello scrittore è strappata ad un evolversi, ad un itinerario lineare, la sua morte può ritardarne la conoscenza. Irene Nemirovsky è proprio uno di questi casi,  notevole, con il suo silenzioso manoscritto “Suite française” rivelato tardi per volontà di sua figlia e, da allora, riproposto con cascate di riedizioni, traduzioni, riscoperte di romanzi precedenti. L’interruzione nella carriera già avviata della Nemirovsky è stata radicale a tutti i livelli: non solo la sua vita ma anche la sua opera di scrittrice sono state negate, assieme.Ora, emerge un altro personaggio che appartiene a quella schiera di bambine (Anna Frank), giovani donne (Simone Weil), soldatesse (Hannah Senesh) o affermate filosofe (Hannah Arendt) – e sicuramente diverse altre – che hanno vissuto nello stesso periodo, non solo vissuto, ma segnato con il loro pensiero, la loro scrittura, il loro vivere la tragedia, parlandone a noi. Questo personaggio si  chiama Rachel Bespaloff  ed è filosofa,  ebrea,  francese e  russa, si rifugerà negli stati Uniti nel 1942 e lì morirà suicida, nel 1949. La sua opera riappare, lentamente, ora.

Perché ora? Che cosa ci chiama, insistentemente oggi, a questo ritornare indietro? La giusta distanza nel tempo che ci permette di rivedere ciò che è stato? Un’ambiguità che ci spinge a parlare molto dopo aver molto taciuto? I nostri tempi di maturazione che richiedono il passaggio attraverso una, due o più generazioni? La consapevolezza tutta umana che siamo giunti alla fine degli ultimi testimoni? Dimentichiamoci delle domande ed interessiamoci alla persona. Questa donna attraversa gli anni della guerra e del tormento con piena consapevolezza di ciò che sta accadendo; il 9 marzo 1940 scrive in una lettera indirizzata a suo fratello “Eppure, abbiamo mai smesso di aspettarla, questa guerra, nel corso degli anni inquieti in cui fingevamo di non crederci? Poiché noi vogliamo credere solo ciò che speriamo, pur sapendo che la verità è altrove.” Della “verità”, parlerà ancora la Bespaloff, in termini che ci riportano a quello che lei ha vissuto cercandone il senso nel momento stesso in cui lo viveva: “la verità non è al termine di una ricerca metodica ma al termine di una comprensione profonda che si apre solamente quando la nostra esistenza è coinvolta nel movimento ed è direttamente interessata alla soluzione ricercata” (Cheminements et Carrefours – Revue philosophique – janvier-février 1940).

Lei  è “coinvolta nel movimento”, totalmente, e gli spostamenti nella sua vita seguono i ritmi degli avvenimenti storici – dalla nativa Bulgaria dove i suoi genitori, ucraini, erano di passaggio nel 1897 alla Svizzera che accoglie tanti immigrati russi, alla Francia poi, innanzi tutto Parigi, che rimarrà la sua patria d’elezione. Lì incontrerà filosofi, intreccerà amicizie, letture, appassionate discussioni, e comincerà a scrivere le sue opere (articoli, critiche, recensioni, testi e molte lettere) con un senso della ricerca ad ampio raggio: nei profeti, nei testi sacri, nella poesia, nella filosofia indagatrice. La “soluzione ricercata” tuttavia, non la trova, non quella che lei desiderava profondamente ma, nel 1942, una soluzione immediata si impone: è urgente emigrare, questa volta negli Stati Uniti, e lì, con il grande dolore di aver lasciato la Francia, Rachel Bespaloff insegnerà, rimarrà in contatto epistolare costante con i suoi amici filosofi di Parigi, farà conferenze ed infine, di sua volontà, morirà, per sempre esiliata.

E’ un personaggio interessante per i suoi molteplici talenti: musicista, scrittrice, filosofa, e per il modo in cui il suo suicidio ci interroga; è uno sprofondare come quello di Virginia Woolf, di Sylvia Plath? con loro ha in comune i precedenti di crisi depressive (spiegazione di superficie, per rassicurarci) o il suo è un morire di dolore umano, di scandalo, poco importa a quanta distanza dagli avvenimenti, come forse è stato il caso per Primo Levi? “Bella come una principessa, se le principesse possiedono questa bellezza principesca. Era tutta intelligenza ed anima. Sua figlia dice che pensava di avere sempre ragione, ed aveva quasi sempre ragione. Forte di un’energia scattante ed indomita, non trovava consolazione che in sua figlia e negli alberi. Talvolta la stanchezza si impadroniva di lei, una grande stanchezza. Sentiva che la partita era persa; voleva la pace. Ora la sua fedeltà ai valori, alla tragedia classica, più alto e più lontano fino a Gesù, più lontano ancora, fino a Sion, più lontano e più vicino. Chi saprà dire che parte hanno avuto nella sua morte questi tormenti del pensiero?” Non abbiamo risposte, sappiamo soltanto quanto lei abbia cercato nelle tre direzioni indicate: il racconto mitologico classico – la fonte biblica – la religione, incrociandone le letture per ritrovare un valore da gettare “nel crogiolo delle nostre sofferenze, per essere fuso a nuovo” (Lettera del 1947 ad un amico prete, padre Gaston Fessard).

Bespaloff compie uno sforzo intellettuale per arginare lo sgomento ed il suo pensiero, affilato dall’angoscia dei giorni del nazismo, si dipana nella sua lettura “Dell’Iliade” pubblicato nel 1943, a New York. L’Iliade, lo stesso testo attorno al quale pure Simone Weil stava riflettendo, di certo non a caso: “Dall’Europa oppressa si levano nello stesso momento le voci di queste due studiose di Omero; entrambe lasciando il vecchio continente hanno voluto fissare lo sguardo su uno dei suoi due libri maggiori. E ognuna aveva al tempo stesso il pensiero rivolto verso l’altro Libro, che lo completa.” Messe di fronte alla guerra, le due filosofe ritornano ad Omero, all’immagine della forza, bruta ed eroica. La fonte mitologica illumina di senso umano la sofferenza che sta vivendo l’Europa ed, in filigrana, la fonte biblica, quella dei profeti letti dalla Bespaloff suggerisce un’assenza divina, disperante. Un testo ritrovato tra i suoi manoscritti, pieno di cancellature porta traccia di questa perdita: “ Ma Dio ha taciuto durante questa guerra. Soltanto il Dio degli eserciti ha parlato con la sua formidabile voce. Il Dio che regna sulle nazioni e non conta le anime. Il Dio della Bibbia e la Nemesi dei Greci. Ma Cristo non è risorto. Forse stava in quella fabbrica di morte tra i suoi fratelli. Nessuno lo ha visto. Non ha consolato nessuno. […]” Il manoscritto termina così: “Non dico che Dio sia morto. – dico che l’immagine che mi sono formata di lui è morta. Che spetta a Lui rivelarsi di nuovo.”

Ripartiamo dal libro di David Grossman “Ad un cerbiatto assomiglia il mio amore” (Mondadori 2008) e proviamo a risalire la corrente. Dopo esserci meravigliati del riapparire nel tempo di figure attorno alle quali la morte brusca aveva creato un momentaneo silenzio, abbiamo qui una morte che crea un libro, uno scrittore che lega per sempre il gesto dello scrivere con quello dell’allontanare la morte. Forse invano?

Questo libro, come lo dichiara l’autore stesso nell’ultima asciuttissima pagina, è un tentativo di proteggere dalla morte il figlio, Uri, che sarà ucciso durante la stesura del testo, il 12 agosto 2006. Ed è il lungo racconto della dura camminata di una madre che si allontana da casa sua, a Gerusalemme, compiendo un circuito che la riporti al punto di partenza, attraverso le montagne, i fiumi, la Giordania, gli incontri con cani selvatici ed umani minacciosi. La madre non vuole dare la possibilità alla morte di venire a bussare a casa sua ed annunciarle la morte del figlio. Non deve esserci per tutto il tempo in cui questo annuncio è possibile. L’amore della madre è un rifiuto completo di suo figlio; è un pensiero magico e intriso di fede: se cammino, se lo penso tutto il tempo, se non sono a casa quando vengono a cercarmi, se parlo di lui continuamente, se faccio rivivere ogni millimetro della sua vita, lui è protetto. Così anche Grossman, al termine del romanzo scrive: “A quel tempo io avevo la sensazione – o meglio, covavo il desiderio – che il libro che stavo scrivendo lo proteggesse.” Forse l’unica cosa che sono riusciti a proteggere, sia il personaggio che lo scrittore, è stato il tempo dell’attesa, l’angoscia del presente.

Ma laddove l’ultima scelta non esiste più, laddove si tratta di morire in un carro bestiame, nella camera a gas o sotto tortura, trova l’uomo la risorsa suprema che gli permetta di affermare il suo essere al di là della propria distruzione?Non c’è risposta a questa domanda: solo coloro che non sono sopravvissuti potrebbero rispondervi. La dialettica dell’istante resta sospesa a questa impossibile risposta.” (trovato in un manoscritto incompiuto di Rachel Bespaloff )

La risalita nasce da questo legame tra lo scrivere ed il morire. Grossman ha scritto per amore, ed il personaggio che lo incarna è una donna, perché nella dedizione e nell’ossessione questo suo amore è materno. Protettivo e disperato. Il testo di Grossmann è pervaso dalla scrittura biblica, per la presenza stessa della terra di Israele, del cantico di amore verso natura e uomini, e della contemporaneità della guerra. Scrive questo padre, prima, durante e dopo la morte del figlio, per ragioni ogni volta diverse, prima per raccontare a lui e noi la storia, durante per proteggerlo dalla morte, dopo, forse per terminare quello che ha iniziato a raccontare. Scrive Rachel Bespaloff, prima di morire, per cercare le risposte, e perché noi le leggiamo, dopo la sua morte, e continuiamo a cercare:Ma vi è,  vi sarà sempre, un certo modo di dire il vero, di proclamare il giusto, di cercare Dio, di onorare l’uomo che ci è stato insegnato all’inizio e non cessa di esserci insegnato di nuovo, dalla Bibbia e da Omero”.

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Commenti

  1. Commento di Orietta Zerega | 2009/12/18 alle 19:06:39

    Aspettiamo l’edizione italiana degli scritti della Bespaloff, questa “ultima” testimone di una tragedia. Grazie della bella recensione che apre ad un personaggio, credo ignoto, almeno in Italia, al grande pubblico.


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