La casa della moschea

di Kader Abdolah
Iperborea editrice

Quando all’inizio di un libro, tra la dedica e la citazione in esergo, troviamo un albero con dei nomi al posto dei rami, possiamo starne certi: abbiamo una saga davanti a noi, una saga famigliare. E il libro di Abdolah non tradisce le aspettative, semmai le raffina consegnandoci una saga che all’unità di luogo – la casa della moschea, per l’appunto – e allo srotolarsi del tempo, aggiunge un’ironia solitamente assente dal genere “saga”, stolido, arcigno e nodoso come una vecchia quercia. L’Iran raccontato da Abdolah prende le mosse dai tardi anni ’60, quelli degli americani sulla Luna, e arriva a sovrapporsi con le vicende di Persepolis, cioè a dire il rovesciamento dello scià e la presa di potere dell’ayatollah Khomeini. Il parallelismo con l’opera di Marjane Satrapi non è unicamente motivato dal fatto che entrambi gli autori sono iraniani e parlano dell’Iran. Entrambi se ne sono andati da là – Marjane in Francia, Kader in Olanda – ed entrambi scrivono “per l’Occidente”. Tracciano, cioè, un’immagine dell’Oriente tanto fedele all’originale quanto comprensibile per chi non conosce l’Oriente abbastanza bene da evitare i soliti stereotipi. Oriente per principianti dunque, Iran for dummies? Sì, ma con un ricorso a spiegazioni didattiche e a note a pie’ di pagina (o meglio, un agile glossario a fine volume) che non banalizzano mai la materia trattata, né in chiave favolistica – è tutto bello, laggiù! – né tanto meno giustificatoria. Inutile addentrarsi nella trama, densissima, della Casa della moschea, o nel gremito parterre di protagonisti e comprimari. Basti dire che il romanzo narra di una famiglia che vive accanto a una grande moschea, e indaga le relazioni tra il privato e il pubblico, tra l’andirivieni degli imam e la quotidianità di un gruppo di persone che invecchiano, si trovano e si lasciano, mettono al mondo bimbi inattesi – come Lucertola, una figura davvero memorabile – e si scontrano quotidianamente con i tempi che cambiano e i dettami della sharia. Va detto che l’autore, Kader Abdolah, si è rifugiato nei Paesi Bassi nel 1988 dopo essere stato perseguitato sia dal regime dello scià, sia da quello di Khomeini. La casa della moschea è scritto in nederlandese come tutti gli altri romanzi di Abdolah (ad esempio Scrittura cuneiforme, 2003) ma non per questo si coglie livore o distanza dalla materia narrata. La casa della moschea, al contrario, affronta la vita di tutti i giorni dell’Iran di trennt’anni fa con la stessa franchezza e perché no, il medesimo lirismo di un disco di Yusuf Islam (Cat Stevens). Irresistibili, inoltre, i momenti in cui l’autore immagina la vita privata delle icone dell’epoca, da Farah Diba – la moglie dello scià – a Khomeini filmato di nascosto da un suo stretto collaboratore in combutta con la CNN, che lo immortala mentre inciampa e perde il turbante accanto a un laghetto. Si tratta di una licenza poetica che solo la migliore letteratura si può permettere, dato che il rischio di cadere nel ridicolo o nel grottesco è molto alto. Ci sono riusciti Don De Lillo in Cane che corre (Pironti, 1991), o un altro bravo autore Iperborea, il finnico Kari Hotakainen in Colpi al cuore (2006). La casa della moschea è il romanzo di un maestro e una lettura prelibata. Due caratteristiche che, spesso, si escludono a vicenda.

Traduzione e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo.

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