La ballata delle prugne secche

di Pulsatilla
Edizioni Castelvecchi

In questi ultimi dieci giorni ho letto tre libri di cui mi piacerebbe parlare su queste pagine. Si tratta di tre libri molto diversi tra loro, ma questo alla fine non ha molta importanza. Conta di più il fatto che sono libri che ti prendono e ti portano via per mille motivi a loro modo comprensibilissimi. Il primo (in ordine di lettura) è La pecora nera di Ascanio Celestini e rimane primo, nella mia personale classifica, per un sacco di ragioni letterarie e non solo. Il secondo è Questo libro ti salverà la vita di A.M. Homes ed è l'americanata più riuscita che mi sia capitato di leggere in questo anno prossimo a chiudere i battenti. Il terzo è La ballata delle prugne secche che è arrivata in pompa magna (cioè in cinque copie non richieste) nella libreria di mia madre, che per inciso è una libreria esoterica e quindi poco ci azzecca con il nuovo stra-annunciato best seller del redivivo Castelevecchi. Il libretto in questione suscita simpatia fin dalla copertina, dalla sotto copertina illustrata (come diavolo si chiama veramente?) e dal prezzo (9 meravigliosi euro e basta) e vanta una quarta geniale che da sola candida la dolceamara Pulsatilla a finire piè pari nelle svagate recensioni dei settimanali più glamour (da Grazia al Venerdì di Repubblica, per intenderci), cosa che ovviamente è immancabilmente accaduta. Quindi, per prima cosa va detto che La ballata ha fatto il pieno di recensioni (chapeau al buon vecchio Castelevecchi), forse forse sta anche facendo il pieno di lettori e di lettrici. Detto questo, che meriterebbe una parentesi lunga un chilometro solo per commentare gli entusiasmi critici di Filippo La Porta e Loredana Lipperini, rimane l’analogia tra i “pieni” di Pulsatilla e almeno Il pieno di super della quasi dimenticata Rossana Campo, cantrice dei fasti e misfatti dei ventenni di un tempo (il mio) come l’ormai innominabile Lidia Ravera lo fu dei ventenni di anni ancora addietro. Insomma, che palle. Pulsatilla si offre simpaticamente al voyeurismo di coetanei e attempati lettori senza l’erotismo a cottimo di Melissa P., sfuggendo a gambe levate dalle melensaggini retrive di Moccia, ammiccando alla comicità un tanto al chilo che riempie i teatrini affollati dai provinciali dentro e regala perle di saggezza sul foggiano, la cucina pugliese, l’I-Ching, i trattamenti anticellulite, le fogge di cazzi e culi. Compiaciute in quanto donne di leggere chiare parole di rivendicazione della naturale esistenza dei peli “superflui”, gratificate dal postfemminismo di una ventenne del sud emigrata nel nord (il nord più nord che ci sia ovvero Milano) possiamo rifletterci nel comodo specchio di una generazione che avanza senza rinunciare a parrucchieri e centri benessere. Ne avevamo davvero bisogno. Caso mai ci fosse venuto il dubbio che l’ossessione per l’intimo fosse un pericoloso indicatore di superficialità, ora possiamo dirci tutte (dai venti ai quarant’anni almeno) fieramente certe che il cervello non c’entra con la scelta accurata delle mutande da indossare. Che fossero il principio già ce l’aveva detto la Campo, ora sappiamo che loro, le mutande, sono anche il nostro presente e, presumibilmente, il nostro ineluttabile futuro.

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