Foie Gras #06
Mentre la facevo a pezzi pensavo alla sua vita. Più misera della mia, c’è da giurarlo. Mi accorsi che non la odiavo più come solo il giorno prima e mi meravigliai. Tagliavo la carne con attenzione, quasi non volessi farle male. La sua faccia, fissata in quella smorfia ridicola, era indirizzata altrove. Oltre me, in un punto impreciso e lontano. Quel suo sguardo stralunato, immobile nell’orrore, mi calmava e io andavo avanti senza più ripugnanza. Presi a bisbigliarle piano: i vicini non dovevano sentire parole che mai erano state dette. La televisione mi copriva con altre parole, altri toni. Le raccontavo di quando ero piccolo, del rancore che era cresciuto insieme a me come un gemello. Le davo della troia, sottovoce e senza astio. Una semplice considerazione che andava fatta. Parlare mi faceva stare bene. Mi sentivo a posto e tagliavo. Tagliavo. L’acqua prese a puzzare. Un brodo dove galleggiavano stracci di carne putrida. Presi un secchio e con l’aiuto di una pentola lo riempii di quell’acqua rancida e la vuotai nel cesso. I frantumi di carne li mettevo da parte per non otturare lo scarico del condominio. Sarebbe stato veramente uno spettacolo per l’idraulico quello che avrebbe visto e tirato fuori da lì. Già li sentivo i commenti. Avrebbero detto quello che si dice in questi casi, roba del tipo – mai visto una mattanza del genere! – E invece, a parte quella boiata che c’era dentro la vasca, fuori il bagno era pulito come ogni giorno. Niente sangue schizzato sui muri per capirci. O pappa di cervello stampata sulle piastrelle. Io tenevo tutto pulito. Sempre. Continuai a sezionare mia madre per l’intero pomeriggio. Tenevo le tapparelle abbassate e i vetri socchiusi per fare circolare l’aria; il tanfo della carne macerata incominciava a diffondersi e io presi ad avere l’ansia. O era la bronchite risvegliata da quello spiffero crudele che mi mordeva la schiena. Fatto sta che presi a respirare male. Cazzo! Dovevo liberarmi in fretta di quel trito di carne sepolto in cinque sacchi di plastica del supermercato insieme con le bucce. Lei arrivò inaspettata e mi colse il panico. Sentii suonare il campanello, mentre chiudevo l’ultimo sacchetto e lo mettevo in corridoio con gli altri. Subito pensai di non aprire, ma era impossibile: mi ero dato per malato e poteva essere uno della pizzeria che veniva a controllare con una scusa. Quel bastardo di proprietario ci faceva spiare a turno e io lo sapevo. Chiusi la porta del bagno e lasciai la luce accesa, se avessero chiesto di mia madre avrei detto che faceva il bagno e avrei detto la verità. Lanciai un – arrivooo – e mi piombai in camera. Ero sporco lercio. Bagnato di infamia fino al collo. Mi cambiai come potevo. Indossai un pigiama di flanella a righine sottili e fitte, corto di gambe. Feci in fretta. Il dito sul campanello era quello della mia ragazza. Entrò tappandosi le narici, insofferente – Ma che puzza! – Che puzza! – si lagnava. Proprio lei che sapeva di piscio di gatto. Quella stronza, chi cavolo si credeva! La feci sedere sul divano. Lei cercò di carezzarmi una guancia chiedendomi come stavo. Io non mi feci toccare. Le risposi che stavo da cani e che sarei rimasto a casa ancora un paio di giorni e che lo andasse a dire al mio capo per piacere. Lei voleva baciarmi. Le dissi che le avrei trasmesso i microbi. Lei mi rispose che non gliene fregava un accidente. Lei allora si alzò e mi baciò sulla bocca e mi infilò la lingua dentro. Il mio uccello si rizzò subito e mi presi spavento. La allontanai con uno spintone. Come cazzo facevo a scopare su quel divano e con quell’avanzo di mamma che mi aspettava di là in bagno! Presi a stare male sul serio e vomitai una bavetta spumosa sui quadrati scozzesi. Giurai che quel divano l’avrei fatto sparire al più presto.
La mia ragazza non era poi così stronza perché quella volta non fece la schizzinosa e mi curò come sapeva farlo. Avevo il terrore che andasse in bagno e le dissi subito che mia madre stava là. Trovò uno straccio in cucina e pulì il vomito con quello. Non doveva fermarsi troppo a lungo: doveva andarsene. Stavo male e presi a sudare, lei se ne accorse e decise di lasciarmi in pace. Lei disse che erano i sacchi dell’immondizia a puzzare e che dovevo sbarazzarmene. Io risposi che non potevo di certo uscire che c’avevo la febbre. Allora lei disse che li avrebbe buttati via lei. Uscì portandosi appresso i pezzi di mia madre. Si fermò davanti all’ascensore, la vicina di casa ne approfittò e uscì. Curiosa, cazzo! Quella di fronte era sempre stata una vecchia baldracca curiosa. Trovava il modo di spiarmi tutte le volte che uscivo o rientravo; vedevo la sua fetta di faccia incastrata fra il muro e lo stipite della porta, brutta come la morte. E quel suo naso di spugna! Grande come una pagnotta. Quel suo naso lì, offeso dall’odore che mi portavo addosso. Ma chi offendevo io? Quel cascame di donna? Quel corpo cancrenoso? Che se ne stesse buona quella che io le tipe come lei sapevo come conciarle! Me ne stavo lì, premuto contro la porta e ascoltavo con il cuore in subbuglio. – Sta male – disse la mia ragazza – C’ha la febbre. Gli butto via la spazzatura perché puzza -.
- Allora dovrebbe gettare via anche loro – rispose Nasodispugna. Mi venne da ridere. Mi piegai in due e misi una mano sulla bocca per non scoppiare. Che se ne stesse buona quella che io le rompiballe come lei sapevo bene come e dove buttarle! La fighetta tornò tre volte fino all’ultimo sacco. Aveva il volto sfigurato dalla nausea. Mi disse che i cassonetti sotto casa erano già pieni e che era dovuta andare più lontano. Mi disse che non lo avrebbe fatto più. Che le facevano troppo schifo. La ringraziai baciandola con voglia, il cazzo mi tornò duro. La spinsi fuori. Chiusi la porta e vi rimasi appoggiato, assaporando la mia fortuna. Quasi la metà del corpo di mia madre se ne era andato di casa insieme con il pattume. Mi rimanevano le interiora, la testa e le ossa tutte quante. Ancora tanta roba. E avevo poco tempo. E avevo l’uccello duro e una gran voglia di spararmi una sega. La luce rosata del bagno mi ricordava la grassona. Tutta quella trippa che ci stava là dentro. Mi passò la voglia. Tornai in bagno. Tornai da lei. Ancora tanta roba. A vederla era proprio spaventosa. Le gambe sgombre del grasso, si erano avvicinate e il corpo era scivolato un po’ verso il fondo della vasca. Sotto, rimanevano i piedi. La pancia enorme occupava ora tutto lo spazio, carezzata appena da due dita di acqua putrida. Le braccia, o quello che restava, stavano ritte fino ai gomiti poi si piegavano come rami spezzati. Rimanevano le mani. La faccia si trovava rivolta verso il soffitto. I capelli erano impastati di sangue e di filamenti carnosi. Presi a tagliare i seni: era la cosa più facile da fare. Poi cacciai la lama più a fondo, fino alle budella e le aprii la pancia. Le viscere ne sgusciarono come vermi. Grassi vermi pieni di merda. Un odore immondo mi invase; la testa prese a girarmi forte e per poco non svenni. Rimasi seduto sul pavimento e mi abbioccai. La televisione raccontava storie ai bambini.
Mi svegliai nel cuore della notte. Dalla finestra entrava un freddo cane. In silenzio ripresi il mio lavoro. Gli intestini mi scivolavano fra le mani e si incastravano fra le schegge delle ossa spolpate: non riuscivo a tagliarli. Mi aiutai con le forbici. Per evitare che sgocciolassero sulle piastrelle del pavimento, misi i brandelli dentro a un vecchio asciugamano e poi in un sacchetto di plastica del supermercato. Ne avevo già riempiti due quando lo vidi. Il fegato! Quella grande massa scura doveva proprio essere il fegato. “Quattrocento grammi di fegato d’oca in un solo pezzo”, questo recitava la ricetta della Bionda. Me la ricordavo, come ricordavo il suo volto, le sue labbra carnose e la gran voglia di figa che mi opprimeva. Lo presi: già puzzava! Non potevo buttarlo via. Non approfittare di quella occasione sarebbe stato un ciao per sempre al foie gras: dove avrei trovato un altro fegato così? Era di mia madre d’accordo e allora? Ma non era anche lei un’oca?
Lo lavai bene sotto l’acqua del lavandino in cucina; appena un filo per non fare rumore. Il telegiornale degli insonni mi era complice, ma era più sicuro andare cauti. Eliminai la parte esterna già nera e la infilai in un sacchetto ricolmo, poi sezionai il rimanente e lo misi nel congelatore. Chiusi il frigorifero. E pensai a come staccare la testa. La tirai fuori dall’acqua e la lasciai scolare fuori dal bordo della vasca. Sotto avevo messo degli stracci per non bagnare troppo. La testa mi faceva soggezione. Una lingua quasi nera usciva immonda dalla bocca. Non gliela avevo mai vista la lingua. Lei mangiava da sola. E quando si stava ancora con la nonna intorno a un tavolo, non mi ricordo che la tirasse fuori mai. La testa rigida restava come impalata. Lo sguardo si era velato di nebbia. Tagliai la carne del collo. Prima da una parte, poi dall’altra. I muscoli non furono un problema. Neppure i tendini. Faticai con le vertebre della spina: mica potevo staccarle con un colpo netto: avrei allarmato i vicini e, a dirla tutta, non ne avevo neanche la forza. I colpi furono silenziosi e brevi e diversi. Alla fine la testa si staccò e cadde sulle mie ginocchia come a chiedere perdono. La infilai in un sacchetto nuovo. Ai lati ciuffi di capelli impastati di sangue e grasso stillavano dense gocce; li avvolsi in uno straccio e seppellii definitivamente il volto di mia madre dentro alla plastica. Quello era l’addio. Senza la testa mia madre diventò una semplice carcassa. Allora sentii come un sasso nello stomaco. Per la prima volta ero veramente solo. Non che a mia madre fosse mai importanto un accidente di me e che a me fosse importato un accidente di lei, ma in qualche modo io ero suo figlio. E lei era mia madre. E in questo lurido mondo di cane io ero il figlio di qualcuno che c’era. E adesso invece non ero più niente; non appartenevo più a nessuno. Quella faccia unta mi mancava. Strano, pensai, anche le persone che si detestano lasciano un vuoto quando se ne vanno. Presi a pescare con le mani le frattaglie annegate nell’acqua compatta come una gelatina. Piccoli pezzi di quel grande corpo. Carne, grasso, ossa, sangue: gli ingredienti di una ricetta che solo due giorni prima si chiamava mamma. E adesso era il rigurgito di un ciclope. Mi aiutai con lo scolapasta; setacciavo, selezionavo i ritagli: quelli grandi nella plastica, gli altri giù nel cesso. Tolsi il tappo della vasca e lo scarico prese a gorgogliare forte, feci spazio con le mani. Le dita infilate nei buchetti per liberarli dai filamenti. Piano piano l’acqua prese a defluire. Lenta scopriva uno scheletro impuro. Lenta portava verso il mare la linfa più intima della vecchia. Rimanevano le mani. I piedi. Le ossa tutte quante.