Foie Gras #05
Mia madre era sempre uguale. Come la nostra vita. Adesso lei se ne stava più spesso a letto, così io trasferii la televisione in camera sua. La misi sopra al comodino. La camera divenne ancora più piccola: una scatola ripiena di carne. Le portavo i pasti tre volte al giorno, fra me e lei era tutto qui. Volevo buttare via il sofà, mi limitai a lavare la fodera a novanta gradi. Appena avessi avuti i soldi ne avrei comprato uno nuovo, è sicuro. Stavo quasi bene. Facevo progressi. Ora avevo quasi un appartamento e avevo una ragazza. Se non fosse stato per quell’odore che mi ricordava la presenza di lei avrei potuto portarmela a casa la mia fighetta e scoparmela tutte le volte che volevo. Perché non è mica facile far fuori una che pesa centoventi chili. Non è facile per niente. E io dovevo far le cose per benino. Non avevo certo voglia di finire in uno di quei centri per adolescenti schizzati e meno che mai sulle pagine dei giornali. A me piaceva starmene in pace senza nessuno che mi venisse a rompere. Così la pensavo. Mia madre faceva il bagno una volta al mese, quasi sempre di sabato. Proprio nuda non l’avevo mai vista, lei si lavava da sola. Intravedevo il suo corpo enorme e floscio attraverso i vetri smerigliati della porta; si sedeva nella vasca e poi faceva scorrere l’acqua, faceva così per non farla traboccare. Ci stava una mezz’ora o poco più; quel tempo era l’unico trascorso senza la televisione, se escludiamo le ore di sonno e quei minuti per pisciare. Ammazzarla lì avrebbe avuto il vantaggio di non sporcare troppo: il sangue sarebbe defluito via con l’acqua insaponata. Le avrei infilato il coltello nel cuore: quello che il cuoco usava per sezionare la carne, e poi l’avrei vista morire. Balle! Ammazzare per davvero non è mica semplice come nei film. Lei avrebbe urlato, io mi sarei infuriato e non avrei combinato un cazzo. Magari avrebbe anche chiamato la polizia. O ci avrebbero pensato i vicini. No, il coltello era escluso: mia madre era troppo spessa per fare centro al primo colpo. Strozzarla era impossibile: il suo collo era una damigiana, avrei dovuto stringere chissà per quanto e lei avrebbe avuto il tempo di reagire. Si sarebbe divincolata, mi avrebbe guardato con quei suoi occhi cattivi, io mi sarei stancato e avrei mandato tutto a puttane. Lei doveva morire, questo ce l’avevo ben chiaro in testa, ma il come ancora mi sfuggiva. Trovai la risposta sulle pagine di un quotidiano locale. Avevo letto che uno era crepato facendo cadere dentro alla vasca dove stava immerso, l’asciugacapelli. Si trattava di un suicidio. Un modo pulito per andarsene da questo schifo di mondo. Già, potevo farlo anch’io e magari far credere che fosse stata un’idea della troia. Ma chi ci avrebbe creduto! Una grassona idiota che si fa fuori! Impossibile! Quando mai gli idioti si ammazzano? Avrebbero dato la colpa a me, c’è da giurarlo. E non era neppure il caso di inscenare un incidente: la seduta della vasca stava dalla parte opposta della presa e non era credibile che centoventichili di lurida carne si incastrassero nella parte più bassa. Non ero mica scemo, sapevo che loro erano furbi e mi avrebbero fatto domande. I curiosi mi fanno incazzare e quando sono incazzato mando tutto in vacca e mi frego. Questo lo sapevo bene. Il phon poteva pure andare, ma lei dopo doveva sparire.
La spiavo sedersi dentro alla vasca. Il suo culo spaventoso sembrava un enorme prosciutto in gelatina. I vetri smerigliati esaltavano la carne tremula. Lei si muoveva piano. Alzava una gamba e poi l’altra. Faceva attenzione a non cadere. A me veniva da ridere. Tutte quelle cautele e poi zac! una bella scarica l’avrebbe spedita all’altro mondo. Sarebbe bastata? La sentii aprire il rubinetto; sarei entrato prima che lo richiudesse. Lei si sarebbe stufata. Mi avrebbe insultato e l’acqua avrebbe continuato a scendere e sarebbe stata più abbondante. Non è che ci fosse molto spazio fra lei e la vasca, pensavo che tra le gambe l’acqua poteva essere sufficiente. Avrei lasciato cadere il phon proprio lì, su quella figa schifosa che un’altra sorpresa l’aveva già avuta diciassette anni fa quando mio padre ci sborrò dentro. Beh, io le avrei fatto provare di nuovo quel turbamento, ma così intenso da mandarla diritta al creatore. La scarica sarebbe bastata? Ero teso, è sicuro. Andai in cucina e mi bagnai i capelli, tanto per avere una scusa, poi entrai. Come avevo previsto lei incominciò a insultarmi e si coprì i seni con le mani. Non è che ci riuscisse: le mani le erano rimaste misteriosamente piccole. Io aprii l’armadietto dove c’era il phon, inserii la spina nella presa e aspettai che le sue gambe si aprissero. Com’è che era diventata pudica? Lei continuava a sbraitarmi qualcosa. Io non l’ascoltavo neppure. Mi avvicinai e presi a guardarla fisso. Mi sentivo un uomo e non quella mezza sega che ero di solito. Sapevo che ce l’avrei fatta. Mi avvicinai: volevo che lei capisse. Con tutti i film che si era pappata, prima o poi ci sarebbe arrivata. E ci arrivò quando sentii il ronzio del phon. Allora lei aprì le gambe e prima di aprire la bocca, il phon cadde nell’acqua fra le sue cosce. Il suo corpo ebbe delle contrazioni. La faccia si irrigidì in una smorfia nuova. Adesso avevo paura. Avevo paura che la scarica non bastasse. Presi il rasoio elettrico e infilai la spina nella doppia presa e lo gettai dove capitava. Cadde sulla pancia e sfrigolò. L’acqua incominciò a debordare dalla vasca, mi ero dimenticato il rubinetto aperto. Era pericoloso. Uscii dal bagno. Aspettai, poi tolsi la corrente. Il salvavita era sempre stato difettoso. Avevo avuto una gran botta di culo. Chi ci pensava al salvavita? Tornai in bagno. Staccai le spine. Chiusi il rubinetto. Asciugai l’acqua dal pavimento. Strizzai lo straccio e lo rimisi al suo posto. Fra una cosa e l’altra mi vidi riflesso nello specchio sopra il lavandino. Trovai il volto che conoscevo: quello anonimo di uno qualsiasi. Ero stanco. La casa era muta. Per la prima volta ascoltai il rumore della vita vera. Ebbi un sussulto di paura. Cosa avrebbero pensato i vicini? Ripristinai in fretta la corrente e la televisione tornò a vivere. Tra poco mi toccava il turno in pizzeria, non dovevo arrivare in ritardo, non lo avevo mai fatto e poi avevo fame. Quella sera non mangiai la solita pizza. Mangiai una costata di manzo con le patate al forno: avevo bisogno di energia io. Domani avrei avuto un lungo lavoro da sbrigare.
Faceva freddo. Indossavo una giacca di eco pelle che non teneva caldo per un cazzo. Sapevo cosa avrei trovato a casa. Camminavo lento. Il telefonino nella tasca lasciato a morire. Alla ragazza avrei detto che non avevo i soldi per la ricarica. Non era il tempo per le smancerie. La vecchia l’avrei trovata nella vasca ancora colma d’acqua ripugnante. Avrei dovuto toccarla; sotto la giacca tenevo il coltello affilato: avrei dovuto toccarla con quello. Camminavo lento e il freddo mi penetrava nelle ossa quasi a castigarmi. Quella non era una notte facile: c’era una mamma morta di mezzo e questo significa pure qualcosa. Non presi l’ascensore, feci le scale a piedi. Piano. Uno scalino dopo l’altro. Non avevo fretta di incontrarla. La casa mi accolse fra le chiacchiere di un mondo virtuale e stupido. Incosciente della morte. Entrai nel bagno. Lei se ne stava lì. Incastrata dentro la vasca. Le braccia quasi conserte le coprivano i capezzoli pallidi. Un pasticcio immenso di carne morta e cascante. Mia madre. Ero carne di quella carne lì. Provai nausea e vergogna e una gran voglia di liberarmi in fretta di quel grande corpo livido. Incominciai a sezionare a caso. Non era comodo, dovevo stare piegato e cercare di non battere il coltello contro la vasca: per i vicini sarebbe stato un rumore insolito. Presi a spolpare la carne dall’osso di un braccio; fette di grasso scivolavano facilmente sotto la lama senza imbrattare le piastrelle. Il sangue rappreso defluiva appena. L’acqua prese a tingersi di rosso. Cercai fra le cosce il tappo dello scarico, un liquido marrone fuoriuscì da sotto le natiche. Mi venne da vomitare. Mi svuotai della bistecca e delle patate al forno dentro la tazza del water. Cazzo che casino avevo combinato! Ero già stanco. Avevo voglia di tornare indietro, di cancellare tutto e di riprendermi quella troia come madre e imparare a sopportarla, almeno. Giuro, questo è quello che pensavo allora. Mi lavai la faccia e ripresi a tagliare. Ero arrivato ai muscoli che liberai dalle ossa con dei colpi netti. Erano piuttosto piccoli e atrofici. Meglio. Me ne sarei sbarazzato più facilmente. Il grasso lo avrei fatto sciogliere; la polpa, divisa come uno spezzatino, invece l’avrei gettata nella spazzatura in cassonetti diversi. Lavorai tutta la notte, il giorno dopo mi diedi malato. Telefonai anche alla mia ragazza che se l’era presa. Le raccontai la storia dell’influenza e la calmai con quel tipo di stronzate che piacciono tanto alle donne. Non avevo molto tempo, un paio di giorni al massimo: l’odore della carne morta presto avrebbe sostituito quell’altro e poteva crearmi dei fastidi. Il grasso lo scioglievo nel pentolone dove la nonna cuoceva gli spaghetti; di notte, con la finestra aperta, quel sentore dolciastro si perdeva nel rigore dell’inverno. Il liquido giallognolo lo gettavo poi nello scarico del cesso. Dopo una notte e una mattina trascorse a tagliare, bollire e a fare a strisce la pelle residua, mi sentivo troppo stanco per continuare. Decisi che avevo il mal di schiena e che sarei andato a letto a dormire.