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Finirò con il dover fare pulizie ad ore in giro per le case, pensò Marion. Certo alla fine della telefonata Alexander le aveva detto che le avrebbe fissato un’intervista per quella settimana, ma tra loro era cresciuto una specie di fastidio reciproco che non sarebbe stato facile eliminare, lei per prima non aveva alcuna voglia di smussare gli spigoli e fingere che tutto andava bene.
Aveva cominciato a nevicare, fiocchi larghi e lenti che in un momento avevano imbiancato i tetti. Marion disfece la valigia, cercando di non provare niente, la saponetta all’olio d’oliva le provocò un momento di struggimento, ma la fece sparire subito in un cassettino del mobile in bagno. Fece sparire anche le scarpe nuove che non avrebbe più messo fino a primavera inoltrata, e grazie alle quali non avrebbe potuto permettersi di comprare gli stivali per l’inverno. Mangiò tre noci e due datteri, che aveva comprato proprio in previsione di un momento come questo.
Buttò via i biglietti del treno, il prezzo era quello di un cappotto nuovo. Si disse, ma senza troppa convinzione, che nessun cappotto nuovo avrebbe dato al suo corpo il calore gioioso delle due notti precedenti, e quando buttò via dei fazzolettini usati che aveva sparsi nella borsa, le capitò in mano il cellulare, spento dal giorno prima. Lo accese e lo mise in carica.
Andò in bagno e si guardò allo specchio, faccia spenta. A Parigi il bagno era pieno di luce, con due grandi finestre su un cortiletto interno pieno di piante e di biancheria stesa, ma era una luce gentile, forse era il vetro opacizzato a renderla gentile, in ogni caso Gabriele le aveva detto –sei molto bella, non semplicemente sei bella, che è una banalità, bensì proprio –sei molto bella, e lei nello specchio si era vista davvero bella, forse era la voglia di sorridere, la voglia di sorridere tira su la faccia meglio di un lifting.
Adesso invece la faccia cadeva, le palpebre sulle occhiaie, le guance in pieghe amare ai lati della bocca.
Sentì il borbottio del cellulare che annunciava un sms, era proprio un borbottio sgradevole, avrebbe dovuto darsi la pena di cambiare suoneria, e poi no, visto che non poteva essere che Alexander il borbottio era del tutto appropriato.
Gabriele.
– Parigi è già dimenticata?-
E un messaggio precedente – La stanza è vuota senza di te – .
Tutti e due i messaggi erano del giorno prima.
Le storie esistono solo nelle parole con cui ce le raccontiamo. La fatica di raccontarle e poi la fatica di crederci. In piedi davanti all’inverno Marion si chiese se aveva senso continuare.
– E se non scrivessi più a nessuno?


Con questo punto interrogativo si conclude Una madre venuta dal nord, il primo feuilleton di corpo12. Lasciamo ai lettori il compito di interpretare questo segno di interpunzione come un finale vero e proprio, un’interruzione o un’apertura ad altri, eventuali interventi. Ci piacerebbe farne un cadavere squisito. Ma ci piace anche così, trenta frammenti di un puzzle narrativo. Marion sventola il fazzoletto in lontananza e dice arrivederci. Alle prossime puntate. Qualsiasi esse siano.

Un commento a Una madre venuta dal nord #30 »»


Commenti

  1. Commento di Siloé | 2006/07/24 alle 12:25:53

    Ma come! Un attimo di distrazione, una pausa estiva… e Marion sventola il fazzoletto!
    Allora, piuttosto, vada per il cadavre exquis…

    In piedi, occhi aperti, mano sul cellulare, Marion decise di cadere, una buona volta. Tanto, non ci voleva molto a tagliare i fili: Gabriele non avrebbe insisto molto, ed il computer, non l’avrebbe acceso. Si lanciò la sfida: vogliamo vedere quanto giù si può andare, vogliamo provarlo il gusto amaro della solitudine, senza mosse, finte, fine settimana parigini, mails a sorelle sconosciute.
    Intanto, fece la sola cosa che la invogliava in quel momento: rituffarsi nel letto, la coperta sulla testa.

    Sono partita alla disperata, adesso a chi tocca?
    Maldestramente o per bene, a più mani, a paragrafi, righe, pagine o puntate, occupiamoci di Marion, ancora un poco!


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