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Arrivarono in albergo che la cameriera non aveva ancora rifatto la camera. Si spogliarono in fretta, si scaldarono l’uno nell’altra, si assopirono, e tornarono a svegliarsi senza staccarsi dall’abbraccio.
– Cosa ci succede? chiese lui.
– Stiamo bene, disse lei. Stiamo bene e abbiamo voglia di scopare.
Lui rise, – questo è evidente, disse, ma non ti pare che stiamo esagerando?
– No, non credo. La gente viene a Parigi per questo, no? Affondò il viso nell’incavo della spalla di lui, pensò che questa sensazione di vita sospesa, e felice perché sensazione e non pensiero, era ciò che doveva conservare per sempre.
– Marion…
– Sta’ zitto, ti prego sta zitto, sussurrò e cercò la sua bocca.
Più tardi a cena, aspettando il filetto che un tranquillo cameriere di colore pareva non avere nessuna fretta di portare loro, lui disse – C’è una cosa che ti devo dire.
Marion si sentì tremare dentro. Il suo corpo era stato bene, i suoi sentimenti erano rimasti come ibernati, era stata una festa dei sensi, e doveva rimanere così. Non voleva sapere dove sarebbe stato il giorno dopo, chi avrebbe incontrato, non voleva nemmeno che dicesse ancora come era stato bello, più bello che in passato. Certo che era stato più bello, perché lei era più libera, non era innamorata ed era libera, e non voleva…
Ma lui voleva parlare, lì al ristorante lei non poteva impedirglielo con i baci, e poi d’improvviso si rese conto che non avrebbe avuto più la forza per farlo: come sempre lui sarebbe riuscito alla fine a fare quello che voleva. Lui faceva sempre quello che voleva, e lo faceva subire agli altri. Una volta aveva deciso che lei doveva andare a un convegno sui problemi della traduzione dei testi freudani, in un posto remoto, in mezzo alle montagne del Trentino, aveva promesso che l’avrebbe raggiunta per il fine settimana, ma poi venerdì le aveva detto frettolosamente al telefono che non poteva muoversi da casa. Lei era stata sicura che non era a casa, era con un’altra che in quel momento gli premeva di più. Il dolore l’aveva come paralizzata, ed invece di partire subito era rimasta, in quella camera d’albergo in cui da giorni lo aspettava. Aveva preso un paio di sonniferi, ma non era riuscita ad addormentarsi. Aveva sentito per tutta la notte il crescendo della pioggia. La mattuna dopo la strada era bloccata da una frana ed aveva dovuto rimanere in questo orribile fino a lunedì.
Così doveva sentirsi un capriolo in trappola.Ed allora aveva giurato che mai più gli avrebbe più permesso di farle del male.
Ed invece eccolo di nuovo con il suo stolido sorriso…
Ma in quel momento non sorrideva.

3 commenti a Una madre venuta dal nord #24 »»


Commenti

  1. Commento di Giacinta Baudin | 2006/06/01 alle 16:04:45

    Che qualcosa stia per cambiare alla nostra desolatissima Marion?

  2. Commento di Siloé | 2006/06/01 alle 20:32:39

    Se non sorrideva… allora c’è da temere che le faccia una proposta seria. Fuggi, Marion! E presto!

  3. Commento di Viviana | 2006/06/02 alle 08:04:11

    Magari avrà una brutta malattia!


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