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di Elfriede Jelinek
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È una certa ostilità alla vita che mi ha condotto al teatro […] Al teatro voglio strappare la vita. Così sia. La scena di click to read more è un luogo assurdo e desolato, popolato di fantocci. Compreso il suo, il fantoccio dell’Autrice, che fa sconcertante mostra di sé in un angolo di Sport e ha l’ultima parola: un appello al silenzio e alla riflessione su quanto (tanto, tanto) ascoltato fino a quel momento. Sport tradisce un afflato wagneriano per le cose in grande – sette ore di spettacolo, più di cento tra attori e comparse – che va infrangersi contro un non-pensiero del teatro in quanto tale. Un ragionamento per odio e sottrazione: sottrazione di chiarezza e di forma a fronte di un’addizione costante di input, di gesti liberi e parole precise, precisissime, fluviali, volte allo stordimento di chi assiste. Ubulibri ha raccolto in un solo volume due opere (in realtà quattro, visto che la seconda è trina) relativamente recenti di Elfriede Jelinek, corredandole di un apparato critico vasto e necessario. Anche le frequenti note della traduttrice ci vengono incontro là dove la scrittura dell’autrice, al contrario, ci volta le spalle con sdegno. Questa, da sempre, la forza e l’handicap della scrittrice austriaca, strenua oppositrice del proprio Paese al pari di Thomas Bernhard, e come Bernhard votata a una prosa abbondante e difficile, che fa della divagazione la forma dominante. In Bernhard, la Forma era la ripetizione, l’eterno ritorno delle parole; e mentre Bernhard punta all’ipnosi e alla seduzione – un po’ malvagia – del lettore, Jelinek è bisbetica e indomita, aggressiva e disturbante. Del suo Paese – che odia, e da cui trae costante ispirazione – mantiene tuttavia quello stato di follia lucida, di severità sadomaso. Anche quando si occupa dell’Iraq (nel recente click to read more) Elfriede non fa che allargare il raggio di quella rappresentazione grottesca e astiosa della realtà che ha sempre applicato alla sua Austria, o alla sua Stiria. La penna di Jelinek è un fucile, un po’ come la chitarra imbracciata da Johnny Cash. E i proiettili colpiscono la Quercia della Stiria (Schwarzenegger, idolatrato e disastrosamente emulato in patria), Haider, l’attrice Paula Wessely (prototipo della Schauspielerin nazista), se stessa. Con autoironia feroce di quella ferocia che lacera. I testi teatrali proposti da Ubulibri sono fascinosi e illeggibili, un po’ come tutto ciò che porta la firma di Elfriede. Le indicazioni per la messinscena sono di fatto assenti così come l’azione. Per Sport, l’autrice si limita a raccomandarsi che tutti gli attori indossino tute sportive, il che, aggiunge, potrebbe facilitare convenienti sponsorizzazioni. Il resto è parola. Monologhi di pagine, senza reale feedback, come quelli che erano soliti scrivere Bernhard, o Herbert Full Article. Molti affiancano il teatro di Jelinek a quello di Beckett, per l’assenza di una struttura “tonda”, l’incapacità di arrivare al punto (che non esiste, ecco perché) e il proliferare di aneddoti e osservazioni a scapito di una narrazione classica, omogenea, dotata di una progressione drammatica. Sicuramente, laddove Beckett crea dialoghi come match di ping pong, Jelinek punta allo sfinimento mediante la prolissità e la propensione al criptico e all’arbitrario; nonostante la scena sia zeppa di corpi – pure un coro greco! – quel che s’impone è solo monologo dopo monologo, senz’alcuna speranza di sviluppo o di narrazione. L’autrice non crea: monta. Il suo è un bricolage di frasi preesistenti e citazioni più o meno cristalline. Sport (1997) porta al parossismo questa logica. Sette ore che ridicolizzano la costruzione del corpo e la mettono a confronto con l’idiozia delle logiche belliche - i Balcani soprattutto. Una piccola trilogia della morte (1999) è composta da due monologhi e da un bizzarro dialogo tra Biancaneve e il cacciatore, ispirati ad altrettanti Lieder di Schubert. Come nella Pianista, la musica è riferimento costante e dato per scontato, vissuto dall’autrice in maniera ossessiva e snob: anticamera coatta per una dodecafonia delle parole. Ich schlage sozusagen mit der Axt drein, disse nel 1984. Per così dire, infliggo essays speech about bullying quotes. Testi che mozzano, sanguinano e brancolano i suoi. Da trangugiare d’un fiato, da somministrarsi senza cura.

La traduzione è di Roberta Cortese.

10 commenti a Sport. Una pièce / Fa niente – una piccola trilogia della morte »»


Commenti

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