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di Mario Quattrucci
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Claudio Maria Messina, ovvero lo storico animatore dei due classici marchi editoriali romani Robin e Voland, non è nuovo alla pubblicazione di gialli. Di abbastanza nuovo c’è invece la collana I luoghi del delitto che nelle intenzioni dovrebbe tingere di rosso sangue scenari definiti, regioni come il Veneto o la Provenza, città come Roma o Trieste e consentire così al lettore di scoprire il lato in ombra di piazze, vie, paesi altrimenti esperiti non andando oltre l’innocua superficie delle cose o meglio delle case, strade, incroci e paesaggi vari che si offrono agli sguardi più o meno distratti di residenti o turisti casuali. La realtà è che ogni giallo che si rispetti si nutre di scenari (location?) non meramente pretestuosi, vive cioè all’interno di ambienti geografici e sociali, metropolitani o agresti, ripercorsi e rivisitati palmo a palmo dallo scrittore che lega saldamente intreccio e personaggi proprio grazie al collante narrativo delle descrizioni o, per meglio dire, delle ambientazioni. Non abbiamo, dunque, bisogno di una cartina riprodotta fedelmente per vedere i luoghi oscuri di Los Angeles e della provincia americana rievocati con folgorante lucidità da James Ellroy e la Svizzera, in fin dei conti, non è mai stata così Svizzera come negli ultimi romanzi di Patricia Highsmith. Venendo a casa nostra, non ricorre a mappe militari Davide Longo, che comunque ci trascina nel suo ultimo romanzo, Il mangiatore di pietre, lungo gli antichi (e credibilissimi) sentieri del contrabbando alpino, e non affastella indicazioni toponomastiche Massimo Carlotto, che da anni fotografa il baratro di corruzione e malaffare in cui è precipitato il nord est più incontrovertibilmente padano. Eppure vediamo eccome. Vediamo che i luoghi in cui si consumano i delitti sono luoghi qualunque – villette, appartamenti, parchi pubblici, strade affollate o solitarie –, luoghi che chiunque può trovarsi a frequentare e che d’improvviso possono perdere la loro innocente banalità e trasformarsi in spaventevoli scene del crimine. L’attrazione che gialli e noir da sempre esercitano sul pubblico nasce anche da questo, dalla rappresentazione del Male che irrompe nella quotidianità e del Bene che faticosamente si fa strada per ricomporre l’ordine perduto. Cosa succede, quindi, quando luoghi noti, posti da ricchi e potenti come l’Appia Antica diventano l’ambiente in cui si consuma un delitto? E quando a morire per mano ignota è un ricchissimo, perfido e ovviamente corrotto uomo d’affari avvezzo a manipolare chi gli sta intorno? E quando si scopre che alle ricchezze sporche si associa sempre una moralità latitante e divertissements dal sapore orgiastico? In casi come questi non succede proprio niente, la nostra bella normalità di ceto medio lontanissimo dagli intrighi dell’alta finanza rimane perfettamente intatta, il Male è liquidato ad inizio del romanzo e dobbiamo armarci di pazienza e voyeurismo per seguire il commissario di turno che rintraccia il braccio armato del Bene, il giustiziere insomma, transitando per i salotti dei corrotti senza speranza di redenzione e le caserme dell’Arma abitate da carabinieri lontanissimi in quanto a sagacia da quelli delle barzellette. L’infelicissimo paragone di Maurizio Cucchi, avanzato in un articolo prenatalizio sul Corriere, tra amore per i gialli e inspiegabili passioni per la Settimana enigmistica (confronto ampiamente stroncato dal mero buonsenso di critici, autori, lettori stanchi di ascoltare argomentazioni becere sul giallo che sarebbe ma non è letteratura vera) casca però a proposito nel caso di questo quarto episodio della serie del commissario Maré. Dovremmo appassionarci a un rebus che rebus non è? Diciamocelo, il commissario Maré non è Maigret, dell’Appia Antica Quattrucci non ci dice niente di più di quanto già non sia noto anche solo ai parziali conoscitori di Roma e della sociologia dell’Urbe e dei ricchi non veniamo a sapere altro che già non stia dentro comodi cliché. La cronaca fa di più e di meglio: ci stupisce, ci impensierisce anche, talvolta ci fa paura. Di questi gialli così noiosamente calati nel genere (e così poco Letteratura davvero), così fintamente gaddiani per l’ostentata babele di regionalismi messi in bocca alle forze dell’ordine, geograficamente eterogenee come vuole la migliore tradizione della commedia all’italiana, non sappiamo cosa farcene. Innocuo e soporifero come la Settimana enigmistica il povero commissario romano serve forse a far passare il tempo sotto l’ombrellone. Forse. E peccato che sia ancora febbraio e che Il Falcone Maltese, il mystery magazine che sempre le encomiabili edizioni Robin danno alle stampe con crescente successo, sia decisamente una lettura più gradevole e stimolante del romanzo di Quattrucci, se non altro perché se ne possono ricavare utili indicazioni per orientarsi nel labirintico mondo del giallo, noir e derivati. E imparare a scegliere, ora che la narrativa presente in libreria è spesso gialla o non è, finisce per essere una qualità imprescindibile per chi non intende essere la vittima predestinata di un’editoria che pubblica indistintamente romanzi purché ci sia almeno un morto ammazzato ad occupare la scena.

9 commenti a Questione di tariffe, commissario Maré »»


Commenti

  1. Commento di Arpa | 2006/02/13 alle 10:08:26

    Immagino che la letteratura di genere (mi si passi il termine) non possa mai essere ignorata nella carriera di un lettore. Vuoi come riserva adolescenziale, come interesse che sopravvive alle noie, o come inesplorata flora tropicale con qualche vegetale ancora da classificare.

  2. Commento di Viviana Rosi | 2006/02/13 alle 22:36:49

    Per quello che mi riguarda la letteratura di genere è letteratura a tutti gli effetti. Merita una lettura attenta come ogni altra espressione letteraria. Sono però infastidita dall’eccessivo chiasso che si fa intorno ai gialli e da tutta l’importanza che viene data ad autori mediocri che hanno trovato nel giallo una facile via per la notorietà o anche solo per la pubblicazione. Per altro, non mi piace nemmeno vedere le librerie invase da romanzi gialli o noir come se non esistesse più altra forma di espressione narrativa… Gli eccesi danno sempre l’impressione che vi sia un vuoto da nascondere.

  3. Commento di Arpa | 2006/02/14 alle 10:33:06

    Più che di generi, o correnti, le quali dovrebbero essere identificate a posteriori, e non come programmatica creativa, anch’io sono dell’opinione che il giallo, il noir, ma anche il pulp e il rosa non debbano essere pregiudicati solo per alcuni elementi standard che contengono. Certo sta di fatto che questa letteratura, più democratica, più seguita dalle “obliate” masse, è forse più facile vittima di banalità e ripetizioni delle storie. Il campo d’azione è circoscritto a causa dell’incondizionabilità di elementi chiave come l’assassinato, la storia d’amore – nel rosa, le atmosfere notturne -nel noir, e le possibilità sono diventate quasi una rincorsa alla combinazione non sperimentata dei medesimi tasselli. Una maggiore attenzione nella trama, porta spesso ad una trascuretazze nella forma, ma questi sono dati statistici, e la singola opera fa storia a sé.

    Un maggior seguito di pubblico, com’è ovvio, non conporta obbligatoriamente una qualità sottratta, ma, è pur vero, che la complessità e profondità, già di forma che di diegesi, repulsano la gran parte dei lettori, esigui, e con poca voglia di sforzarsi col pensiero articolato.

    I grandi gialli combinano spesso una forma ottima con una fictio azzeccata, e, grazie a Dio, possono esistere. A mio avviso però, la maggioranza delle copertine fastosamente pubblicizzate non sono un gran ché dal punto di vista della funzione poetica. La sensazione di preconfezionato viene avvertita.

  4. Commento di Viviana Rosi | 2006/02/17 alle 22:05:05

    Generi e correnti non sono, ovviamente, la medesima cosa. I generi letterari esistono da tempo immemorabile e meritano letture attente. Ce lo spiegò a suo tempo, tra gli altri, Umberto Eco e comunque non è certo il caso di erigere palizzate tra cultura “alta” e (presunta) “bassa”. Il problema è piuttosto occuparsi criticamente di gialli proprio per evitare che buoni prodotti artigianali o pessimi romanzi con serial killer annesso (ad esempio “Io uccido” di Faletti) finiscano parimenti per esigere il plauso di tutti gli incauti lettori.

  5. Commento di Tiziana | 2006/02/21 alle 20:20:37

    Senza erigere palizzate, qualche distinzione tra letteratura alta e bassa forse è meglio farla, ma questa non dipende affatto dai generi, che sono validi tutti, bensì dalla qualità degli scrittori. Certo che la proliferazione di giallo e nero annoia, ma anche Faulkner scrisse racconti gialli. E i romanzi storici? Che facciamo, li buttiamo via per colpa del loro dilagare e buttiamo via anche la Yourcenar?

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