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di Anna Funder
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Come titolo usa l'incipit classico di una fiaba. Come una fiaba, racconta d'un sogno, una speranza. L'uguaglianza, la fine dello sfruttamento dell'umanità ad opera del capitale (industriale, economico e finanziario). Una fiaba finita male e liquidata in tutta fretta. Chi passeggia oggi per la capitale della Germania riunita, Berlino, sa bene quanto la superficie dell'Est inganni; apparentemente, luminosamente, i quartieri orientali si sono riuniti alla parte ovest della città sotto la spinta del desiderio di libertà, di riunificazione, di un maggior benessere. Subito dopo la caduta del Muro (la dolce rivoluzione che non ha lasciato feriti sul campo), si procedette a ricongiungere i tram e la metropolitana, a rendere edificabili i tratti di terreno dove passava la barriera difensiva antifascista (lunga 50 km), a restituire le proprietà espropriate dalla nazionalizzazione socialista a chi ne aveva diritto, a vendere i pezzi obsoleti dell'industria nazionale della Germania Est. A 15 anni da quell'autunno incandescente e pieno di speranze e canti di libertà - che, ricordiamolo, furono per una Repubblica Democratica Tedesca diversa e umana, quasi mai per una sua sparizione - le luci dei negozi in Alexanderplatz, le boutiques degli stilisti in Französisch Strasse, i pubs e i centri sociali di Oranienburger Strasse raccontano un'altra storia. Anna Funder non si ferma alla sostanza dei commerci che inesorabilmente stanno occupando gli spazi lasciati vuoti dalla scomparsa del socialismo reale, vuole capire cosa ha lasciato negli animi dei tedeschi dell'Est un governo che ha fatto dello spionaggio capillare lo strumento del controllo sociale. Anna Funder vuole indagare la Stasi, cosa ha distrutto nella vita di chi s'è, senza ragionevole motivo, scoperto indagato, perseguitato, incarcerato, rilasciato, spiato, boicottato, diffamato, torturato, confinato e infine espulso dalla vita sociale della DDR. I numeri sono impressionanti, lontani da ogni possibilità di trovare una ratio: nella Germania dell'Est, ogni 100 abitanti, c'erano due agenti dello spionaggio; con una popolazione di 17 milioni di abitanti, la Stasi contava 300.000 dipendenti (regolari e irregolari, informatori e agenti). E' come se in Italia, con 60 milioni di abitanti, 1.200.000 persone lavorassero per il SISDE, tutte dedite a controllare informazioni attraverso l'intercettazione di telefonate e conversazioni, a spiare i salotti e le camere da letto, a prendere appunti sulle riunioni di condominio. E alcuni di questi dipendenti, quelli più crudeli ed efficienti, fossero anche: torturatori e assassini agli ordini della classe politica. Non si tratta d'un saggio politico; con sapienza, la scrittrice australiana narra della sua permanenza nella capitale tedesca, della sua amicizia con donne ferite a sangue (nel mente e nel corpo) dalle privazioni subite. E' un racconto di cuore, un omaggio postumo a chi ha saputo conservare la propria dignità lottando contro la dittatura e a chi l'ha persa sconfitto dal potere sconfinato dello stato. Un'indagine su cosa di questa paura pervasiva è rimasto nella coscienza dell'ex DDR; non nelle teste e nelle giustificazioni dei grandi leaders, ma nel popolo, quelle pedine minute che portano sulle spalle il peso delle manovre del Potere. Lo fa con precisione e con sensibilità nei confronti del dolore e della sofferenza, lo fa con la voce di chi più d'ogni altro s'è opposto (e forse, anche più d'ogni altro aveva creduto alla speranza d'un Paese migliore, diverso e tendenzialmente privo di ingiustizie sociali) alla dittatura della Stasi: le donne. Storie che raccontano delle loro famiglie smembrate, dei mariti prima scomparsi poi uccisi, dei figli espropriati, dell'impossibilità sempre e comunque (anche ora) di sapere perché sia successo. Questa mancanza di una ragione che tanto ricorda il nostro amatissimo Franz Kafka e il suo Castello è forse il dolore più grande, il punto interrogativo insoluto che tormenta le biografie delle donne che si raccontano e che sono raccontate. Il Potere è cieco e punta solo alla sua sopravvivenza. La forza bruta che è in grado di esercitare è come uno schiacciasassi lanciato a tutta forza per fermare una sparuta coccinella. Un brivido di terrore attraversa il lettore leggendo queste pagine. Non è un effetto cercato ed ottenuto dall'autrice, alla quale va invece riconosciuto il merito di scrivere pudicamente e senza ideologismi di una materia ambigua e sulla quale le speculazioni nascono come la gramigna. In Trama d'infanzia di Christa Wolf è l'autrice stessa il tema della biografia romanzata, che attraverso gli strumenti della narrativa s'interroga sulla sua storia e su quella del paese che ha prima contribuito a fondare, poi a correggere e criticare; qui, è l'occhio di una straniera australiana innamorata di questa fredda terra a narrare. Ancora una volta, ci scopriamo a guardare alla storia della Germania e della sua bellissima e contraddittoria capitale come a una chiave di lettura della storia europea. Le domande senza risposta che Berlino pone, le sentiamo nostre e il tentativo di trovare una soluzione ci coinvolge in prima persona. Da leggere.

Questo libro è stato tradotto da Bruno Amato.

3 commenti a C’era una volta la DDR »»


Commenti

  1. Commento di Simone Buttazzi | 2006/01/18 alle 13:52:46

    Chi l’avrebbe mai detto: uno sguardo da down under che coglie al volo questo, di quaggiù. Appena incrociamo Christa la fermiamo e la guardiamo negli occhi.

  2. Commento di Maurizio Cecconi | 2006/01/18 alle 15:48:09

    Incontrare Christa Wolf equivale per me a una speranza coltivata da tempo. Pensa, magari proprio in Unter den Linden. Sarei emozionatissimo senza nulla da dire…


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  1. Pingback di duroplast rettet « Kicz | 2008/03/15 alle 14:29:01

    […] duroplast rettet   A un tiro di schioppo da Alexanderplatz, dirimpetto al Palazzo della Repubblica in lento corso di demolizione (placca dopo placca, ruggine dopo ruggine) sorge un nuovo museo volto a raccontare proprio la storia di questa repubblica smantellata: democratica e tedesca. Mi chiedo se il percorso museale saprà scrostare il dito di vernice (non polvere: vernice bruna e brillantinata) che ricopre l’argomento DDR, restituendoci coordinate il più possibile limpide e fedeli. Non basta il successo di un film  come Das Leben der anderen per placare il trend della Ostalgie, rincarato da quel piccolo blockbuster che è stato Goodbye Lenin. Per quanto divertente e fascinoso possa essere, questo trend. Né basta la ridda di libri e libercoli più o meno competenti (come quello di Anna Funder) per dissipare una fitta nebbia di pinzillacchere. La DDR è stata una realtà complessa: mica solo Stasi e alienazione. E mica tutti giravano a bordo delle Trabant, veicoletti immaginifici costruiti intieramente con un materiale plastico chiamato duroplast. Un hapax nella storia dell’industria automobilistica, tant’è che organizzano tuttora dei safari urbani – leggi cacce al tesoro – per rimettere in pista le celebri Volkswagen dei fratelli orientali, quelli con le pezze al culo. Che dire: certi dettagli sono così mitopoietici che diventa una gara dura tenere a freno la voglia di favoleggiare e di colorare tutto a tinte buffe. E basta una passeggiata lungo Karl Marx Allee, già Stalin Allee (esiste anche il gioco da tavolo: il Monopoli del Patto di Varsavia!), basta una passeggiata mento all’insù e bocca spalanca per cadere in tentazione. A volte la storia con la S maiuscola non ci interessa. Vogliamo solo grandi spazi, facciate maestose e macchinine di plastica.Il DDR Museum berlinese non è il primo nel suo genere. Ce n’è già uno in Sassonia, uno nei Paesi Bassi… un franchising? Egizi, impressionisti di questa fava, siete avvertiti: il vostro strapotere nel magnifico mondo del marketing culturale è minacciato da uno stato – uno spettro – che si aggira nei nostri cuori sciocchini, nei nostri sogni teleguidati come automobili Ravensburger. […]

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