http://www.gratisfon.net/

di Jason Lutes
http://www.stscommunity.com/

Come si chiamava? Rosa Luxemburg. Perché la dobbiamo ricordare? Perché l’hanno uccisa. Chi l’ha uccisa? I Freikorps. E perché? Ha aiutato Karl Liebknecht a fondare il partito comunista tedesco. Quando è successo? Il 15 gennaio 1919. E cosa è successo a Rosa? L’hanno portata in un canale e l’hanno annegata. Dove l’hanno annegata? Io… io non lo so: non ce l’hai mai detto. È successo proprio android app spy text messages, hanno buttato la povera Rosa giù da questo ponte. La nuvoletta di parole pare galleggiare sull’acqua bianca e nera. Tavola successiva: una maestra scrive sulla lavagna: 9 novembre 1918. Spiega: è un giorno importante, il giorno della rivoluzione di novembre. Il giorno in cui è finito l’impero tedesco ed è cominciata la repubblica tedesca. Ma è oggi, dice uno dei bambini. Sì e no, ribatte lei. Oggi è il 9 novembre 1928. Comincia nell’autunno di Weimar un romanzo bello come i romanzi veri e necessari, che dialoga con la storia e tenta di avvicinarci al dolore, suo elemento primo. Nell’autunno del 1928 Marthe Müller prende un treno e va a vivere nella grande città, Berlino. In carrozza incontra il giornalista Kurt Severing, il cui motto è stare al di sopra delle parti. Essere oggettivi. Difficile, in un periodo in cui la città è arroventata da opposti schieramenti e analogo odio. Le prime braccia destre tese da un lato, chi vuole la rivoluzione - ma d’ottobre - dall’altro, anche se Trotzkij è già stato allontanato e l’ideale del comunismo ha cominciato a imbastardirsi. La grande città ammassa tutto quanto e lo percuote, generando frastuono narrativo. Berlino cosa sembra: un direttore d’orchestra scapigliato, tutto intento a costruire una sinfonia. Come il free spyware for windows phone che Walter Ruttmann girò proprio in quegli anni, o il cheap writing paper di Thomas Schadt del 2002. Sinfonie di una grande città. Città che brulica, cresce, collassa per un attimo e ricomincia daccapo: un leviatano di suoni che stordisce e commuove. Nelle tavole di questo romanzo non c’è disordine: sono i pensieri, a frotte, che s’insinuano tra le immagini e fanno rumore. Come il ticchettìo incessante di mille macchine da scrivere. Marthe è una ragazza borghese, di buona famiglia. Non deve stare all’erta come le famiglie ebree, per le quali l’aria si fa sempre più ostile; è in imbarazzo quando scopre che la sua migliore amica è lesbica; le viene sbattuto in faccia un manifesto, morte al fascismo: ma lei è seduta al tavolo di un ristorante, protetta da un vetro. La sua è una vita a latere, una vita da osservatrice. Lei disegna quel che vede. Non le interessano né la prospettiva né i dettami della Nuova Oggettività che in quei giorni risuonano ovunque, dalle aule dell’accademia ai cabaret dove le piume delle chanteuses attorcigliano il fumo. Lutes, invece, disegna quel che s’immagina, nel contesto di una Storia che conosce bene: plausibilità è il suo imperativo nel creare un libro corale, orchestrale. Libro di strumenti umani che s’incrociano, vanno brevemente all’unisono e hanno i propri assoli. Otto i capitoli in questo volume, fino al primo maggio 1929: in strada si incontrano i lavoratori col berretto leninista e le camicie brune appena arringate da Göbbels. Tra i due fuochi, la polizia. Piovono pietre. Si spara. Si muore. Berlin non finisce qui. Affresco in progress, feuilleton forse colossale, come Heimat: lo spirito del tempo (che passa) e il polso di una nazione. I bei romanzi a puntate danno il sollievo della continuità, come quando Maus o Give me liberty erano in corso di (lenta) pubblicazione. Eppure questo volume 1 mostra già la completezza e il respiro del racconto autonomo. Con il suo tratto pulito, la sintassi impeccabile ed estrosa, l’uso poetico di soggettive e sospensioni, l’empatia con cui modella i personaggi e ce li consegna in grembo, Jason Lutes si rivela immenso narratore dei nostri tempi.

Questo libro è stato tradotto da Elena Fattoretto.

5 commenti a Berlin »»


Commenti

  1. Commento di Maurizio Cecconi | 2006/01/18 alle 03:40:44

    Me lo lasci sulla mensola sopra la scrivania? T’ho sottratto C’era una volta la DDR. L’ho finito e recensito. Dio ti benedica per le tue poetiche scelte. Dio benedica il desiderio e la chat. Voglio leggere anche l’altro che ho visto; non lo togliere, ci rimarrei male.

  2. Commento di Simone Buttazzi | 2006/01/18 alle 13:48:00

    Te lo porto su al prossimo giro: l’ho lasciato da leggere a mia madre. L’attesa aumenterà la gioia della lettura.

  3. Commento di Maurizio Cecconi | 2006/01/18 alle 15:49:07

    Che brava la tua mamma!

  4. Commento di Viviana Rosi | 2006/01/18 alle 20:43:11

    Forse converrebbe aggiungere fumetti come categoria descrittiva. Berlin, infatti, è un fumetto, grandioso, impeccabile, angosciante proprio come deve essere. Non è peccato dirlo, non è peccato nemmeno dire che la Coconino Press riserva sempre sorprese letterarie come questa, fatte di segni (di-segni) che si imprimono nella retina. E’ una casa editrice da tenere d’occhio. Berlin lo comprai l’anno passato alla fiera romana dei piccoli editori, lo lessi e lo feci leggere a un piccolo grande fumettista che non sa ancora di essere tale. Ora che si agggira confuso nella città di Pazienza, speriamo che lo capisca…

  5. Commento di Maurizio Cecconi | 2006/01/18 alle 20:54:47

    Hai ragione Viviana. Fatto.


Lascia un commento »»