Donne in opera
Parole e immagini
END Edizioni Non Deperibili
Ci siamo. END, che in queste pagine si è annunciata per mesi come casa editrice piccola per vocazione e con le idee chiare, finalmente è uscita dal silenzio, ha stampato un oggetto-libro, una sorta di catalogo, una prima raccolta di testi ancora grondanti di inchiostro. Si tratta di una pubblicazione d'occasione ma in senso assolutamente buono. L'occasione è stata fornita da un concorso letterario e per illustrazioni - quel Donne in opera che dà il titolo all'antologia - riservato a bambine, ragazze, donne d'ogni età chiamate a raccontare con parole e/o immagini la storia di una scrittrice del presente o del passato, di un'artista del tutto reale oppure inesistente e resa viva per sola forza delle parole. Tra le ragioni del concorso c'era il desiderio di scoprire le madri letterarie, le artiste di riferimento, le intellettuali che abitano l'immaginario delle tante donne che scrivono per passione, compulsivamente o solo di tanto in tanto, che nutrono ambizioni letterarie precise o si siedono davanti a un monitor mosse dagli stessi bisogni, confusi e impellenti, che nel lontano 1952 Alba de Céspedes attribuiva alla protagonista del suo Il quaderno proibito: Ho fatto male a comprare questo quaderno, malissimo. (...) Dal tabaccaio c'era molta gente. Nell'aspettare il mio turno, col danaro già pronto, vidi una pila di quaderni nella vetrina. Erano quaderni neri, lucidi, spessi, di quelli che usano a scuola e sui quali - prima ancora di incominciarli - scrivevo subito, in prima pagina, con trasporto, il mio nome: Valeria. - Mi dia anche un quaderno - dissi frugando nella borsa per trovare altro danaro. Ma, quando rialzai gli occhi, vidi che il tabaccaio aveva assunto un'espressione severa per dirmi: - Non si può, è proibito. La proibizione di cui racconta la de Céspedes era allora solamente legata alle regole del commercio domenicale e almeno formalmente non implicava l’impossibilità da parte delle donne di tenere diari intimi, di scrivere per sé e magari, nel caso delle più audaci o di chi era nata in ambienti progressisti, di poter scrivere anche per gli altri, di pubblicare libri, insomma. Vero è, però, che la scrittura – quella pubblica soprattutto, ma anche quella privata – è stata per le donne una conquista sempre, nel Settecento quando l’être savantes ha finito per essere ridicolizzato e perciò neutralizzato nel più volgare e subdolo dei modi, nell’Ottocento quando i nomi maschili servivano ad occultare ingombranti talenti femminili, nel Novecento e ancora oggi quando si preferisce bollare come minori o anche solo dimenticare autrici in realtà fondamentali per la nostra storia letteraria. Penso, per esempio, ad Amelia Rosselli, di cui tra breve ricorreranno i dieci anni dalla morte e chissà se qualcuno (qualcuno, oltre alle solite femministe) avrà voglia di ricordarselo. Ma penso anche a Natalia Ginzburg, assurta agli onori dei Meridiani ma espulsa ormai da tempo dalle scuole, dopo avere fatto compagnia con il suo Lessico famigliare a Calvino, Pasolini, Primo Levi, Rigoni Stern in una collana scolastica einaudiana a cui non si può fare a meno di ripensare senza brividi di nostalgia. E cosa ne è nella nostra società devastata dal berlusconi-pensiero (quello, tanto per intenderci, che fa dire ai seguaci del cavaliere, con involontaria comicità, che i soldi alla cultura vanno tolti perché tanto la cultura in Italia è tutta di sinistra) della magnifica opulenza barocca di Anna Maria Ortese? Qualcuno, anche di quelli che credono solo alle classifiche, si ricorda che Il cardillo addolorato è stato uno degli ultimi grandi romanzi del Novecento italiano ad essere letto da più di cinquanta persone? Tornando all’antologia “Donne in opera, i racconti selezionati nell’ambito dell’omonimo concorso non si segnalano tanto per la qualità dello stile, non danno vita ad un’opera collettanea che merita di essere letta e di trovare poi posto sullo scaffale della propria libreria in ragione di un indubbio e omogeneo valore letterario, ma certamente si impongono all’attenzione dei lettori per la valenza culturale e politica che esprimono. Non solo vi appaiono, prevedibilmente, madri letterarie di cui tutti sappiamo, ma inedite genealogie di sole donne tracciano i confini di un’identità femminile che rivendica con forza la propria originalità, la propria autonomia di fronte ad un universo letterario che, a partire dai tanti canoni che davvero in troppi si affaticano a definire, non può dirsi estraneo al perpetuarsi di discriminazioni su base sessuale né può dichiararsi immune dai pregiudizi derivati dal più becero e sempre serpeggiante (specie nel clima di diffusa e arrogante ignoranza in cui viviamo) maschilismo.