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	<description>Il piacere di leggere</description>
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		<title>Io sono soltanto un cane</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Jun 2013 17:36:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Buttazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Jutta Richter Beisler edizioni Titolo impagabile per un romanzo – uno dei tanti, verrebbe da dire – raccontato proprio dalla voce di un cane, dietro la quale si nasconde la penna di Jutta Richter (l’unica, e sola). Io sono soltanto un cane appaga un’attesa lunga un decennio, quello che ci separa dalla pubblicazione per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Jutta Richter</strong></p>
<p class="first-child "><a href="http://www.beislereditore.com"><span title="B" class="cap"><span>B</span></span>eisler edizioni</a></p>
<p>Titolo impagabile per un romanzo – uno dei tanti, verrebbe da dire – raccontato proprio dalla voce di un cane, dietro la quale si nasconde la penna di Jutta Richter (l’unica, e sola). Io sono soltanto un cane appaga un’attesa lunga un decennio, quello che ci separa dalla pubblicazione per Beisler de <a href="http://www.corpo12.it/?p=107">Il cane dal cuore giallo o la storia dei contrari</a> (2003, sempre tradotto da Bice Rinaldi). Il pubblico tedesco ha dovuto invece aspettarne tredici, di anni, dal 1998 al 2011, per poter rivedere un cane protagonista assoluto delle pagine di Jutta. Attesa appagata appieno, malgrado la scarsa foliazione – meno di cento pagine – che vede articolarsi i dieci capitoli del libro, ciascuno introdotto da un riassuntino che sa molto di romanzo picaresco (capitolo primo, nel quale all’inizio me ne sto al sole felice e contento). Se il protagonista de Il cane dal cuore giallo si chiamava Cane e andava matto per la pelle di galletto, stavolta l’arruffato eroino si chiama Brendon, risponde al nome di Anton, si pappa volentieri le orecchie di maiale e viene dalla puszta ungherese, un luogo popolato da pecore racka dal dubbio comprendonio, minacciosi sciacalli dorati e lune piene verso cui sgolarsi. Anton ha un passato difficile e come tutti i cani da pastore è più abituato a cavarsela all’aria aperta che tra quattro mura, ma nel corso del libro il suo spirito da outsider saprà farsi valere in quella che chiamiamo civiltà… non senza scossoni, goffaggini, colpi al cuore e gesti salvifici. Jutta Richter riesce come al solito a inchiodare alla pagina grandi e piccini, ma il libro seduce anche grazie alle scarne illustrazioni in bianco e nero e a un’inusuale impaginazione del testo – lo sbandieramento a sinistra – che conferisce al romanzo un’aria da filastrocca lunga. Motivo di più per leggerselo tutto d’un fiato, magari ad alta voce, con lo sguardo alla luna (e il pensiero alla puszta).</p>
<p>Questo libro è stato tradotto da Bice Rinaldi e contiene illustrazioni di Hildegard Müller.</p>
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		<title>Steve Jobs</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jun 2012 08:54:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Cecconi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Walter Isaacson Mondadori All&#8217;inizio del terzo millennio, Steve Jobs contattò Walter Isaacson, fresco di pubblicazione di un&#8217;accurata biografia su Henry Kissinger, proponendogli di scrivere la propria. Isaacson rifiutò, in ragione del fatto che Jobs era ancora molto giovane e che, dunque, la sua carriera non poteva dirsi conclusa: aveva ancora davanti a sé molte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Walter Isaacson<br />
<a href="http://www.mondadori.it/" target="_blank">Mondadori</a></em></p>
<p class="first-child "><span title="A" class="cap"><span>A</span></span>ll&#8217;inizio del terzo millennio, Steve Jobs contattò Walter Isaacson, fresco di pubblicazione di un&#8217;accurata biografia su Henry Kissinger, proponendogli di scrivere la propria. Isaacson rifiutò, in ragione del fatto che Jobs era ancora molto giovane e che, dunque, la sua carriera non poteva dirsi conclusa: aveva ancora davanti a sé molte occasioni per lasciare il segno. Isaacson aveva ragione per quanto riguarda la carriera &#8211; dopo averlo contattato, Jobs creò, con la squadra Apple, il nuovo sistema operativo Unix, Mac Os X, l&#8217;iPod, l&#8217;iPhone, l&#8217;iPad e tutta una serie di nuovi straordinari Macintosh -, si sbagliava invece sul fatto che Jobs avesse davanti a sé ancora molti anni di vita. Il fondatore della Apple era già a conoscenza del cancro che gli devasterà prima il pancreas, per poi condurlo alla morte nel 2011. Nel 2009 fu la moglie di Jobs a contattare nuovamente Isaacson, avvisandolo: &#8220;Se ci tiene a scrivere la sua biografia, non le resta più molto tempo per farlo&#8221;. Comincia così un biennio di interviste col tecno-visionario più importante e famoso dei nostri tempi, di incontri coi suoi amici e avversari, di indagini meticolose negli archivi della società e in quelli privati della famiglia Jobs. Il ritratto che compone Isaacson non è un&#8217;agiografia: la forte personalità di Jobs è raccontata attraverso gli episodi della sua vita, da quelli più felici a quelli più infausti, quando l&#8217;anima autoritaria e arrogante del figlio prodigio della Silicon Valley raggiungeva vette di crudeltà inaudita. Il tutto accompagnato dal come e dal quando e con quali intuizioni Jobs rivoluzionò non un business, bensì sei: i personal computer, la musica in rete, l&#8217;editoria digitale, la grande distribuzione, la telefonia e il cinema d&#8217;animazione, quest&#8217;ultimo grazie al suo investimento nella Pixar, condotta con successo fino alla fusione con la Disney. Due sono state le idee guida di Jobs, sulle quali ha costruito, anche a prezzo di pesanti sconfitte e di sacrifici personali, la fortuna sua e dell&#8217;innovazione tecnologica. Prima idea: considerare la tecnologia come uno strumento da allacciare alle arti umanistiche e figurative. Seconda idea: controllare ogni aspetto dell&#8217;esperienza dell&#8217;utente, progettando quindi sistemi &#8220;chiusi&#8221;, in contrapposizione ai cosiddetti sistemi &#8220;aperti&#8221; in stile Microsoft (da non confondere col &#8220;free and open software&#8221;), dati in licenza a una quantità di produttori di hardware. Il controllo è stata la sua ossessione, il suo orizzonte, il suo dogma. E la ragione per cui i prodotti Apple sono &#8220;lo stato dell&#8217;arte&#8221; e, ad ogni nuova uscita, spostatano più avanti l&#8217;asticella di ciò che credevamo possibile. Isaacson ha mandato in stampa una biografia perfetta che, delicata e precisa, regala al lettore il piacere d&#8217;apprendere quale forza di carattere è necessaria per produrre qualcosa, nella propria vita, di cui essere fieri.</p>
<p>Ps: la presente recensione è scritta su computer Apple.</p>
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		<title>Yugoland</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jun 2012 16:22:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Cecconi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fumetti]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Ragona e Gabriele Gamberini BeccoGiallo Ibrido tra reportage di viaggio e piccole storie a fumetti in bianco e nero, Yugoland si presenta come un volume dalla piacevole lettura, come una fonte di possibili itinerari, tanto a chi i Balcani già li conosce, quanto a chi intende avvicinarsi a queste terre complesse, ai suoi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Andrea Ragona e Gabriele Gamberini<br />
<a href="http://main.beccogiallo.net/" target="_blank">BeccoGiallo</a></em></p>
<p class="first-child "><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>brido tra reportage di viaggio e piccole storie a fumetti in bianco e nero, <a href="http://www.beccogiallo.org/shop/77-yugoland-in-viaggio-per-i-balcani.html" target="_blank">Yugoland</a> si presenta come un volume dalla piacevole lettura, come una fonte di possibili itinerari, tanto a chi i Balcani già li conosce, quanto a chi intende avvicinarsi a queste terre complesse, ai suoi popoli rimescolati, alle sue culture in bilico tra Occidente e Medio Oriente, alle sue fantasmagoriche e talvolta drammatiche storie. Le domande che sottendono ai viaggi degli autori e che diventano occasioni di conversazioni con artigiani, intellettuali, baristi, dalla Slovenia alla Macedonia, passando per la Croazia, la Serbia, la Bosnia-Erzegovina e il Montenegro, sono: &#8220;Esiste ancora la Jugoslavia?&#8221;, &#8220;Cosa ne è rimasto?&#8221;, &#8220;Quando è finita?&#8221;. Le narrazioni a fumetti sono un eccellente complemento visivo/emotivo; su tutte spicca quella di Sr&#273;an Aleksi&#263;, giovane serbo ucciso dai miliziani nazionalisti perché volle difendere il suo amico musulmano. La <a href="http://www.balcanicaucaso.org/Libreria/Yugoland" target="_blank">prefazione</a> è di Luka Zanoni, direttore dell&#8217;Osservatorio Balcani e Caucaso, che traccia un bilancio a vent&#8217;anni dalla fine dai conflitti degli anni &#8217;90: &#8220;In gioco c&#8217;è più di un viaggio. C&#8217;è l&#8217;incontro con l&#8217;Europa, quella fatta di alterità e minoranze. L&#8217;incontro con l&#8217;altro da noi, con il diverso, con chi si è fatto la guerra. Ma allo stesso tempo con il fratello, con le comunanze, con quello che siamo: bastardi e meticci. Ed è qui che ritrovo la Jugosfera. Ovvero le relazioni tra le comunità, i popoli e i Paesi che facevano un tempo parte di un unico stato federale: tutto ciò che c&#8217;è di comune, dalla lingua alla cultura, tutto ciò che quei popoli hanno fatto e fanno assieme. A più di venti anni dall&#8217;inizio dello sfaldamento violento della Jugoslavia, ormai irrimediabilmente ex, manca molto a una riconciliazione delle comunità che vi vivono. L&#8217;elaborazione del passato è ancora lontana, la giustizia per le vittime troppo spesso inevasa. Si celebrano gli anniversari, ci si ricorda di esserci stati, ma in generale poco si parla di questi luoghi al di là dell&#8217;orizzonte bellico o di quello strategicamente commerciale. La conoscenza che si ha dei nostri vicini d&#8217;oriente è ancora scarsa e superficiale. Paesi che emergono ritmicamente e con fragore con i fatti di cronaca, lampi nel quotidiano buio d&#8217;attenzione&#8221;. Ed è per sconfiggere questo &#8220;buio della mente&#8221;, che il libro &#8220;non è rivolto solo a chi ha amato e ama la Jugoslavia, a chi ha amato e ama i paesi che sono sorti dalle sue ceneri. E&#8217; un libro per tutti. Come un taccuino pieno di tasche, per infilarci gli indirizzi e i biglietti raccolti strada facendo, i pezzi di vita attraversata, le foto, le matite, gli acquerelli&#8221;. Andrea Ragona ha creato altresì uno <a href="http://yugoland.blogspot.it/" target="_blank">yugo-blog</a>, che l&#8217;ha accompagnato durante la stesura del volume. Libro e sito sono vivamente consigliati.</p>
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		<title>Tutti i racconti 1956 &#8211; 1962</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jun 2012 14:59:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Cecconi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di James Graham Ballard Fanucci Per inaugurare il nuovo, oscuro Millennio, i tipi della Fanucci mandarono in stampa tre tomi, la raccolta completa dei racconti dello scrittore britannico di fantascienza. Il primo di questi ripercorre gli esordi di J. G. Ballard, riproponendo le prime pubblicazioni avvenute sulle riviste di settore. Nell&#8217;introduzione, l&#8217;autore avverte che &#8220;cinquant&#8217;anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di James Graham Ballard<br />
<a href="http://www.fanucci.it/" target="_blank">Fanucci</a></em></p>
<p class="first-child "><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>er inaugurare il nuovo, oscuro Millennio, i tipi della Fanucci mandarono in stampa tre tomi, la raccolta completa dei racconti dello scrittore britannico di fantascienza. Il primo di questi ripercorre gli esordi di J. G. Ballard, riproponendo le prime pubblicazioni avvenute sulle riviste di settore. Nell&#8217;introduzione, l&#8217;autore avverte che &#8220;cinquant&#8217;anni fa, la forma del racconto godeva d&#8217;immensa popolarità presso i lettori [...] Purtroppo la gente di questi tempi ha perso il gusto di leggere racconti, forse in reazione alle pletoriche e prolisse narrazioni delle serie televisive&#8221;. Questi volumi diventano, dunque, una preziosa occasione per accostarsi per la prima volta a un genere letterario che ha tra i suoi indiscussi maestri &#8220;Borges, Bradbury e Poe&#8221;, capaci di distillare racconti &#8220;coniati in metallo prezioso, con un aureo fulgore che non cesserà mai di ardere nel cuore della vostra fantasia&#8221;. E sebbene Ballard non citi se stesso tra i maestri &#8211; diamogli atto della sua umiltà &#8211; la mole impressionante di racconti scritti e la perfezione di alcuni è lì a testimoniare la qualità del suo lavoro. Nel primo tomo, scopriamo perle e temi che diventeranno costanti della riflessione ballardiana, espressa anche in eccezionali romanzi: la contrazione, l&#8217;estensione e la sovrapposizione della percezione del tempo; lo spazio sovraffollato; il pianeta terra prossimo a morire per l&#8217;usura dettata dall&#8217;uomo (problema ecologico ante litteram); gli effetti del suono sulla mente umana. Una nicchia d&#8217;onore la meritano le vicende ambientate a Vermillion Sands, luogo immaginario, paradiso residenziale post-atomico del futuro: non perdetevene nemmeno una e dedicate un&#8217;attenzione speciale &#8220;alla scultrice di suoni&#8221;.</p>
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		<title>Alan Turing, il genio che inventò il computer</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jun 2012 21:07:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Cecconi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Simone Buttazzi Area51 Alan Turing è considerato l&#8217;inventore dell&#8217;idea di &#8220;macchina pensante&#8221; (il computer, diremmo oggi) e altresì colui grazie al quale l&#8217;Inghilterra e gli Stati Uniti poterono decifrare il codice Enigma, usato dalla Germania per proteggere le sue comunicazioni militari durante la Seconda Guerra Mondiale. Con una scrittura brillante, con pennellate efficaci, Simone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Simone Buttazzi<br />
<a href="http://www.area51editore.com/">Area51</a></em></p>
<p class="first-child "><span title="A" class="cap"><span>A</span></span>lan Turing è considerato l&#8217;inventore dell&#8217;idea di &#8220;macchina pensante&#8221; (il computer, diremmo oggi) e altresì colui grazie al quale l&#8217;Inghilterra e gli Stati Uniti poterono decifrare il codice Enigma, usato dalla Germania per proteggere le sue comunicazioni militari durante la Seconda Guerra Mondiale. Con una scrittura brillante, con pennellate efficaci, Simone Buttazzi sintetizza la tragica vita e gli studi di Turing, presentando <a href="http://area51publishing.wordpress.com/2012/06/09/alan-turing-una-biografia-digitale/">un&#8217;agevole biografia</a>. Operazione ancor più degna di nota in quanto, per far conoscere ad un vasto pubblico l&#8217;opera di uno dei maggiori matematici del &#8217;900, il formato scelto è quello elettronico e il prezzo estremamente contenuto.</p>
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		<title>L’appartamento e altri racconti</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 16:10:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Buttazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Deborah Monica Scanavino END Sono due volte di genere questi racconti editi dalle valdostane Edizioni Non Deperibili di cui corpo12, è giusto sottolinearlo per trasparenza, è da sette anni l’emanazione in forma di blog collettivo a scopi di critica letteraria. Per quanto sia raro, su queste pagine digitali, che si parli diffusamente dei libri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Deborah Monica Scanavino<br />
<a href="http://www.corpo12.it/">END</a></em></p>
<p class="first-child "><span title="S" class="cap"><span>S</span></span>ono due volte di genere questi racconti editi dalle valdostane Edizioni Non Deperibili di cui corpo12, è giusto sottolinearlo per trasparenza, è da sette anni l’emanazione in forma di blog collettivo a scopi di critica letteraria. Per quanto sia raro, su queste pagine digitali, che si parli diffusamente dei libri END. Questa recensione nasce da un incontro pressoché fortuito al Salone del Libro col libro di Deborah Monica Scanavino, presentato negli spazi della Val D’Aosta insieme all’editrice Viviana Rosi. La presentazione mi ha incuriosito e di ritorno da Torino ho dato la precedenza ai quattordici racconti dell’orrore firmati Scanavino – orrore nel senso più genuino ed efficace del termine. In senso anche positivo, visto che la prosa dell’autrice ha un piglio sicuro, un mestiere oserei dire, che la eleva rispetto alla media della produzione “de paura”, di solito più interessata al cosa che al come. Due volte di genere, dicevo. Una prima perché, da sempre, le Edizioni Non Deperibili hanno un occhio di riguardo per le differenze, in particolare quelle di gender. E questo libro non fa eccezione. Una seconda per il fatto, già menzionato, che l’autrice si rifà alla letteratura sclaviana e kinghiana (per citare i due esempi più illustri e “presenti”), mutuandone la capacità di scovare la paura nel quotidiano e di spodestare il lettore dal suo piccolo trono di sicurezze e certezze rassicuranti. Il racconto eponimo della raccolta è forse quello più debitore della vena fantastica di Tiziano Sclavi, in quanto narra di un appartamento – con tanto di coppia d’inquilini: Sauro Emanuele Altieri ed Elena Mimosa Rossi – che si stacca dal palazzo “come se fosse una custodia di plastica sfilata da un porta-cd a colonna” e viaggia dritto nello spazio, provocando più smarrimento che stupore, più dubbi burocratici che domande esistenziali. Il secondo racconto, <em>La chiromante</em>, narrato in prima persona, contiene invece più di un rimando a <em>L’occhio del male </em>di Bachman / King, il cui titolo originale è <em>Thinner</em>. Un dettaglio che mi conduce per mano verso il gruppuscolo di racconti più dolorosi e interessanti della raccolta, vale a dire <em>Le bambole non mangiano</em> e il fulminante <em>Thinspiration</em>, racconti che toccano – diciamo pure: sfondano – un tema delicatissimo come quello dell’anoressia. Anche in questo caso, il ricorso alla prima persona conferisce un’immediatezza, al narrato, che non può lasciare indifferenti. Altri racconti detonanti sono <em>DOPOtutto</em> e <em>Sexting</em>, incentrati rispettivamente sul trauma di una violenza sessuale e sull’abitudine molto diffusa tra gli adolescenti di scambiarsi foto “osé” via internet, anche se a volte l’interlocutore non è affatto un adolescente… Meno intensi ma sorretti da idee brillanti i racconti <em>L’ultima salita</em> – basato sull’esperienza diretta dell’autrice con gli sport estremi – <em>Il ragno</em> e <em>Un dolce per te</em>, questi ultimi dei piccoli gioiellini horror da leggere tutto d’un fiato con la speranza di poter poi dormire anche a luci spente. In conclusione, la curiosa raccolta di Deborah Monica Scanavino ha più di una freccia al proprio arco, e le frecce migliori sono quelle che si conficcano nella carne (nostra, e dell’autrice) provocando un sanguinamento copioso e difficilmente arginabile, poiché la ferita è interna, profonda, autentica. E fa un male cane.</p>
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		<title>Qual è il segreto di papà?</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Mar 2012 10:07:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Buttazzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Francesca Pardi e Desideria Guicciardini Lo Stampatello Una casa editrice per ragazzi che parla di omogenitorialità e più in generale di famiglia al plurale, abbracciando tutte le famiglie possibili (e reali) senza bisogno di snocciolare modelli o di entrare nel dibattito demente su cosa sia meglio di cosa, su cosa sia lecito, cosa illecito, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Francesca Pardi e Desideria Guicciardini<br />
<a href="http://www.lostampatello.com/" target="_blank">Lo Stampatello</a></em></p>
<p class="first-child "><span title="U" class="cap"><span>U</span></span>na casa editrice per ragazzi che parla di omogenitorialità e più in generale di famiglia al plurale, abbracciando tutte le famiglie possibili (e reali) senza bisogno di snocciolare modelli o di entrare nel dibattito demente su cosa sia meglio di cosa, su cosa sia lecito, cosa illecito, cosa lesivo di chissà quali princìpi. Da un anno a questa parte lo Stampatello racconta, a puntate, la “piccola storia di una famiglia”, come recita la collana in cui rientra anche questo loro quinto titolo, <em>Qual è il segreto di papà?</em> Il segreto, diciamolo subito, si chiama Luca. Papà è separato da mamma e sembra nascondere qualcosa di grosso… che sia un rapinatore, una spia internazionale, che sia affetto da un morbo misterioso, si chiedono i piccoli Giulia e Carlo, di 6 e 9 anni? Poi un bel giorno papà si presenta a casa tenendo Luca per mano, e i fumetti sopra la testa dei due ragazzi si gonfiano di cuoricini. Certo, i compagni di scuola di Carlo lo tampinano con una strana parola – ghèi… – ma dopo che papà ne ha parlato con la maestra, la classe scopre che in inglese quella paroletta significa allegro. E quando Luca si presenta a scuola con la sua moto da poliziotto, l’entusiasmo è alle stelle. La salutare semplicità del libro scritto da Francesca Pardi e illustrato da Desideria Guicciardini è acqua fresca per i lettori di tutte le età, e rappresenta un’impresa eroica nel contesto italiano, per quanto l’anafalbetismo in tema di diritti e di vita vera sia appannaggio più di una certa classe dirigente che del cosiddetto Paese reale. Nelle trentasei coloratissime pagine del volume le due autrici toccano tutti i punti nevralgici della “questione omogenitoriale” e li sciolgono con leggerezza e solarità, anche grazie alla loro esperienza personale. Il progetto Lo Stampatello è infatti molto vicino all’associazione Famiglie Arcobaleno. Gli altri titoli finora presenti in catalogo sono <em>Più ricche di un re!</em>, <em>Piccola storia di una famiglia: perché hai due mamme?</em>, <em>Il grande grosso libro delle famiglie</em> (tradotto dall’inglese) e il primo libro della saga di <em>Piccolo uovo</em>, disegnato da Altan e candidato al Premio Andersen nella categoria 0-6 anni. Per la cronaca, il prossimo capitolo della saga vedrà Piccolo uovo alle prese col concetto di “ricchezza” ed è di imminente pubblicazione l’irresistibile <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Sissy_Duckling" target="_blank"><em>Bell’anatroccolo</em></a>. Uno squillante in bocca al lupo alle editrici Francesca Pardi e Maria Silvia Fiengo, affinché i libri de Lo Stampatello si diffondano nelle scuole, nelle biblioteche e dove c’è maggior bisogno che il loro messaggio venga recepito: in Parlamento.</p>
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		<title>L&#8217;arte del Piano B. Un libro strategico</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 09:38:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Buttazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[b-side]]></category>
		<category><![CDATA[controtempo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Franchi]]></category>
		<category><![CDATA[Piano B]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianfranco Franchi Piano B E&#8217; il 1996. Vai in un negozio di dischi e ti compri un singolo dei Radiohead, Street Spirit. Lo sai bene, un compact disc non è drastico e classista come il vecchio vinile, che tratta i due lati alla stregua di facce di Giano, ma il concetto è lo stesso: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Gianfranco Franchi<br />
<a href="http://www.pianobedizioni.com/">Piano B</a></em></p>
<p class="first-child "><strong><a href="http://www.pianobedizioni.com/"></a></strong><span title="E" class="cap"><span>E</span></span>&#8217; il 1996. Vai in un negozio di dischi e ti compri un singolo dei Radiohead, <em>Street Spirit</em>. Lo sai bene, un compact disc non è drastico e classista come il vecchio vinile, che tratta i due lati alla stregua di facce di Giano, ma il concetto è lo stesso: c’è la canzone principale, che conosci già (chiamiamola: Piano A) e c’è il b-side, magari un pezzo non incluso nell’album di origine. In questo caso, <em>Talk Show Host</em>. Resti di stucco da tanto è bello questo lato b che non ti aspettavi. Chiamiamolo: Piano B.</p>
<p>Gianfranco Franchi ha elevato il pianobismo a filosofia di vita, arte artigiana, strategia salvifica, stato mentale. Fuor di metafora: tutti noi conosciamo il Piano A, anzi spesso lo seguiamo volenti o nolenti. Trattasi di programma descritto in gran spolvero e a chiare lettere, inculcato come una dottrina. Ciononostante, il Grande Progetto Esplicito si rivela il più delle volte imperfetto e fallimentare, se non letale. E se non si prende l’abitudine di cambiare musica, il rischio è di rimanere imprigionati in una lettura del mondo che ci consuma lentamente, fino a farci fuori. Come quasi ogni pensiero dominante affacciatosi nella storia dell’uomo. L’antidoto, va da sé, sta nel lato b del nostro bel disco. Nel progetto alternativo e silente, meglio se sviluppato con estrema discrezione, abbondante fantasia e impeccabile lucidità. <em>L’arte del Piano B</em> parla di questo. Di come sia possibile sfuggire alle maglie dello sputtanatissimo Piano A e migliorarsi la vita. A maggior ragione adesso – nel 2011 – cioè a dire in tempi grami e recessivi, avari di Grandi Narrazioni sensate.</p>
<p>Le prime pagine declinano questo concetto in chiave vagamente imprenditoriale, tirando in ballo il proverbiale Homo Faber e dispensando consigli di metodo degni dei manuali di Robert Sutton. Il cambio di passo, e di tono, si verifica a pagina 21, grazie alla più bella delle frasi: Ti racconto una storia. Da quel momento il latobismo, o pianobismo, spicca il volo verso altri lidi, tracciando un identikit a 360° del(la) pianobista, a volte spiazzante (quando inserisce i tag spiritualità, o italianità), più spesso seducente e giocoso. Significativa l’adozione della seconda persona singolare in alcuni capitoli (ad esempio il secondo e il tredicesimo), in quanto evoca la dimensione ludica dei vecchi librogame, la molteplicità dei percorsi che si possono tessere tra pagina e pagina a seconda della propria sensibilità. Tanto per sguazzare ancora negli anni Novanta, l’avatar de <em>L’arte del Piano B</em> potrebbe benissimo chiamarsi Guybrush [Threepwood] o Zack [McKracken], e affondare i cinque sensi nella realtà come per rovistare in un’enorme scatola degli attrezzi, omino bufo pronto ad assemblare l’improbabile e a ottenere risultati eccellenti. Risultati da Piano B.</p>
<p>Il volume strategico e guascone di Franchi si articola in 23 capitoli, con tanto di interludi (in numero di tre) e di doppio epilogo. Tre anche le macrosezioni: i princìpi del Piano B, le applicazioni del Piano B, gli esempi del Piano B. Al lettore il piacere di immergersi nei singoli capitoli tematici, di imbattersi in esemplari figure pianobistiche e di leggere tutto d’un fiato gli splendidi dialoghi-siparietto inseriti qua e là, che agiscono sulla lettura come una scala che tlacchete, diventa uno scivolo. In questa sede restano invece due osservazioni da fare. La prima riguarda la presenza di un libro chiamato <em>L’arte del Piano B</em> nel catalogo di un editore chiamato Piano B. Non è un caso, ma non si tratta nemmeno di una marchetta. Autore ed editore, come si legge nelle ultime pagine, hanno concordato la stesura del testo, che ha le carte in regola per diventare un buon manifesto tanto delle edizioni Piano B quanto, più in generale, dell’editoria indipendente di qualità. Illuminante, da questo punto di vista, l’apposito capitolo XVI. La seconda riguarda la musica, grande assente soprattutto se si pensa a quello che Franchi ha saputo fare con <em>A Kid</em>, librone sine qua non che passa ai raggi X i testi dei Radiohead. A rimediare alla falla ci pensa il progetto grafico della Ifix di Maurizio Ceccato, che piazza sulla copertina rigorosamente b/n (e in rilievo) un fantomatico disco in vinile di quelli di una volta, come se il volume fosse un b-side lungo 150 pagine. Come se tu andassi in un negozio di dischi – è il 1996 – comprassi il singolo di <em>Wonderwall</em> e ci trovassi, sul lato B, un pezzo magistrale, che non ti aspettavi, con un titolo che è tutto un programma. <em>The Masterplan</em>.</p>
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		<title>Tutta colpa di Miguel Bosé</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 10:57:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Schiavon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Sciltian Gastaldi Fazi Il corposo ultimo lavoro di Gastaldi potrebbe essere descritto come un romanzo della nostalgia, anzi un noioso romanzo della nostalgia, dato che la nostalgia è essenzialmente noiosa quando si struttura di un’infinita sequela di ricordi più o meno dettagliati che condividono tutti coloro che, come me e Sciltian, sono nati nei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Sciltian Gastaldi<br />
<a href="http://www.fazieditore.it/">Fazi</a></em></p>
<p class="first-child "><span title="I" class="cap"><span>I</span></span>l corposo ultimo lavoro di Gastaldi potrebbe essere descritto come un romanzo della nostalgia, anzi un noioso romanzo della nostalgia, dato che la nostalgia è essenzialmente noiosa quando si struttura di un’infinita sequela di ricordi più o meno dettagliati che condividono tutti coloro che, come me e Sciltian, sono nati nei primi anni Settanta.<br />
Negli ultimi anni la nostalgia collegata al vissuto di questa disgraziata generazione è diventata un mantra che ha dato luogo a blog, pagine su facebook, fan club e revival, il tutto introdotto dal fatidico “quelli che…”. Quelli che per telefonare andavano nella cabina a gettoni, quelli che guardavano la tv dei ragazzi, quelli che dopo Carosello a letto, quelli che si facevano le pippe con le copertine di Espresso e Panorama, e via così, in una escalation di noia sempre più ammorbante. Ecco tutta la prima metà di “Tutta colpa di Miguel Bosé” si risolve in una interminabile lista frignona in stile “quelli che”. In alcuni punti alla noia subentra il fastidio, per esempio quando l’autore racconta dettagliatamente le trame di alcuni film di culto della generazione “quelli che”. Roba da urlare, nell’ordine il nostro ci sciorina:<em> Il vizietto</em>,<em> Il tempo delle mele</em>, <em>Laguna blu</em>, <em>Ufficiale e gentiluomo</em>, <em>Victor victoria</em>, <em>A chorus line</em>, <em>Maurice</em>, <em>Amici, complici amanti</em> e <em>Priscilla</em>. Il problema di fondo è che per chi sostanzialmente condivide lo stesso background culturale dell’autore, compresi cartoni animati giapponesi e Italia campione del mondo nell’82, tutto questo rigurgito più o meno dettagliato delle nostre infanzie e gioventù risulta come un interminabile <em>déjà vu</em>, a tratti stucchevole. Ma i picchi di fastidio si provano, comprensibilmente, quando si incorre in imprecisioni ed errori di ricostruzione, non così infrequenti. Per capirci: visto che mi stai massacrando con un malloppo tipo Bignami espanso sugli anni settanta/ottanta, fai almeno attenzione a non scrivere grossolane stupidaggini perché il nervo è scoperto. Salto triplo carpiato sulla sedia quando incorro nelle due castronerie più clamorose: Candy Candy è un’orfana alla ricerca dei genitori (p. 118!) e il calciatore di cui tutte/i eravamo innamorate/i si chiamava Andrea Cabrini (p. 199) (ANDREA! Ma se lo chiamavano il Bell’Antonio!). Vedete gli scherzi che fa la nostalgia (<em>canaglia</em>, of course).<br />
Superate a fatica le prime 205 pagine che lasciano impressi nella mente centinaia di fotogrammi bidimensionali che inquadrano immagini topiche, dal culo di Miguel Bosé (e chi se lo scorda?), alla morte di André in Lady Oscar, via via fino al crollo del muro di Berlino, finalmente il romanzo comincia a raccontare una storia, quella di un ragazzo che ha sempre saputo di essere bisessuale e che cerca di trovare il suo posto nel mondo fra prove di <em>coming out</em>, disastrosi avvicinamenti all’ArciGay e viaggi in Interrail. Qui la scrittura diventa più godibile, in alcuni momenti è anche divertente, leggera e sempre ironica e autoironica (l’ironia è un altro <em>must</em> della mia generazione, in fondo). Insomma, alla maturità del protagonista corrisponde anche la maturità del racconto, lo sguardo sulla vita e le vite degli altri si fa più profondo e il punto di vista di un ragazzo “metrosessuale” disegna una prospettiva allegra e un po’ <em>naïve</em>, come di qualcuno che non è mai al posto giusto e al momento giusto e che, proprio in virtù di una postura sbilenca e teneramente clownesca, apre valutazioni interessanti e non scontate, sempre, però, improntate ad una gradevole leggerezza e mai saccenti.<br />
Nelle ultime pagine ritorna lo spettro della nostalgia, ma qui ha tutta un’altra matrice. Evandro, questo il nome del protagonista, finalmente esce allo scoperto con amici e famigliari e trova il suo posto nel mondo grazie, anche, al “Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli” che, a differenza della tracotante Arcigay, lo accoglie nella sua diversità fra diversi. Una sorta di <em>happy end</em>, quindi. E allora perché la nostalgia? Perché il romanzo si chiude sulla storica sfilata del World Pride di Roma del 2000, al quale il protagonista partecipa con il fidanzato e i genitori, e le ultime otto pagine sono tutte impregnate dell’entusiasmo di quei giorni, del senso di libertà, della musica, dei colori, del sole romano che bacia in fronte gay, lesbiche, transessuali, bisessuali, eterosessuali, bambini, cani e gatti… Ecco: poi chiudi il libro assaporando ancora questo mix di belle sensazioni e, per la legge del contrappasso, che non ci abbandona mai, ti vengono immediatamente in mente le infinite polemiche, le ripicche, le defezioni, le accuse, i dispetti che hanno segnato e segnano la vigilia dell’Euro Pride che si terrà a Roma il prossimo giugno e che sembrano ricreare il clima velenoso e tetro nel quale si è concluso il Pride a Bologna nel 2008.<br />
Forse Gastaldi riesce comunque a chiudere in bellezza il lungo racconto perché non vive in Italia da qualche tempo e da dove sta non riesce a sentire questa strana aria, quest’odore stantìo da crollo di un impero dove anche i movimenti e l’associazionismo GLBT partecipano della lenta corrosione del tessuto sociale e culturale e non sembrano più in grado di inventare prospettive nuove per ridare slancio ad un futuro che, da qui, pare sempre più difficile immaginare.<br />
E tu, Sciltian, da lì cosa vedi?</p>
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		<title>Libertà di stampa / Uomini non sudditi</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 21:48:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Buttazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[di Mark Twain / di Henry David Thoreau Piano B Perché no. Vediamo ancora una volta l&#8217;effetto che fa la reazione chimica tra due Elementi dell’omonima collana targata Piano B – il cui intento, tanto metaforico quanto azzeccato, è di fornire al lettore una gamma di fondamentali utili a comporre un’ideale mappatura degli autori che ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Mark Twain / di Henry David Thoreau<br />
<a href="http://www.pianobedizioni.com/">Piano B</a></em></p>
<p class="first-child "><span title="P" class="cap"><span>P</span></span>erché no. Vediamo <a href="http://www.corpo12.it/?p=757">ancora una volta</a> l&#8217;effetto che fa la reazione chimica tra due Elementi dell’omonima collana targata Piano B – il cui intento, tanto metaforico quanto azzeccato, è di fornire al lettore una gamma di fondamentali utili a comporre un’ideale mappatura degli autori che ci hanno nutrito e liberato nel corso dei secoli. Da Seneca a Schopenhauer, da Wilde a Bloy, fino a due illustri americani del XIX secolo, maestri nell’arte del pamphlet e dell’invettiva. Stiamo parlando di Thoreau (1817-1862) e Twain (Samuel Langhorne Clemens, 1835-1910): il primo, oltre che scrittore, filosofo e naturalista – suo il celebre <em>Walden, vita nei boschi </em>– il secondo, oltre che grafomane, giornalista al vetriolo e umorista impietoso a cui dobbiamo, in estrema sintesi, <em>Le avventure di Tom Sawyer</em>, <em>Il principe e il povero </em>e i primi segnali di disincanto nei confronti del “quarto potere”, delle sue degenerazioni e delle sue contagiosissime idiozie. A prima vista, due profili antitetici: tanto è pensoso e ritirato Thoreau, autore da zaino per spiriti liberi e ribelli, quanto è spregiudicato e “urbano” Twain, che nel racconto di finzione <em>Come diressi un giornale per agricoltori</em> (1870) ironizza sul proprio pollice verde enumerando una serie di svarioni giornalistici di cui si è macchiato, dagli alberi di rape al guano descritto come “un bell’uccello”. In realtà, molto accomuna questa coppia di autori <em>elementali</em>, rispettivamente elio (Twain) e tungsteno (Thoreau). A cominciare dalla consapevolezza macignesca di vivere in un Paese dedito allo schiavismo, passando per uno sguardo impietoso sulla polis (spesso tradotto, da entrambi, in orazioni memorabili), fino alla coltivazione di uno spirito indipendente sì, ma non per forza individualista o propenso ad alzare staccionate. Lo spirito di chi si sente minoranza e al contempo sa che, lavorandoci sodo, anche una minoranza può fare egemonia. Cominciamo a sfogliare il volumetto di Twain, che reca in copertina l’aforisma “i giornalisti onesti ci sono – soltanto costano di più”. Nelle sue 112 pagine include dodici testi brevi tra cui spiccano <em>Il privilegio dei morti: sulla libertà d’espressione</em>, <em>Un candidato governatore</em> e <em>Avviso alla gioventù</em>. Nel primo si asserisce senza mezzi termini che solo ai cari estinti è concesso di dire il vero senza temere ritorsioni, un motto tristemente arrivato fino ai giorni nostri e che Marco Bellocchio, nel <em>Regista di matrimoni</em> (2006), mette in bocca al personaggio di Orazio Smamma (Gianni Cavina). Il secondo testo, impagabile e agghiacciante insieme, racconta di una candidatura dell’autore subito stroncata da una manovra di dossieraggio calunnioso ante litteram, mentre il terzo, più mansueto, s’immette nell’alveo dei “buoni consigli”, cantandole ai giovani come di recente hanno fatto anche Baz Lurhmann e Manlio Sgalambro. L’antologia di Thoreau, 176 pagine, presenta due inediti – <em>Riforme e riformatori</em>, <em>Araldo della libertà</em> – e altri cinque contributi che costituiscono l’ossatura del pensiero filosofico e politico dell’autore, nel dettaglio due conferenze, un saggio breve e due prelievi da <em>Walden</em>. La lettura di Thoreau è sicuramente meno gaia e spassosa di quella di Twain. Mentre in <em>Libertà di stampa</em> si punta allo sberleffo amaro, <em>Uomini non sudditi</em> contiene appelli accorati e molte, genuine fonti d’ispirazione. E se Twain è un grappino sgarbato, Thoreau è un bel bicchierone d’acqua fresca. In <em>Dove ho vissuto e perché</em>, ad esempio, l’autore auspica con le seguenti parole l&#8217;avvento di ciò che oggi chiameremmo decrescita: “Semplicità, semplicità, semplicità! Io dico: che i vostri affari siano due o tre e non cento e mille; invece di un milione contate mezza dozzina, e tenete i vostri conti sull’unghia del pollice!” E poco oltre: “La nostra vita – proprio come la Federazione Tedesca – è costituita da staterelli insignificanti, dai confini labili, al punto che neppure un tedesco potrebbe dirvi, in qualsiasi momento, entro quali confini stia vivendo” (p. 88). E dopo aver affrontato di petto il tema della schiavitù e dei suoi sanguinari sostenitori in <em>Apologia di John Brown</em> (un cittadino abolizionista impiccato nel 1860), la <em>Conclusione</em> è lasciata alle ultime, elegiache righe di <em>Walden</em>, capaci di accendere un lume di speranza tra tanta rabbia e disillusione. “Per quanto misera sia la vostra vita, affrontatela e vivetela; non evitatela, né insultatela. Non è cattiva quanto voi”, ci scrolla Thoreau, e per far sì che non scambiamo la resa col riposo, aggiunge: “Albeggia solo quel giorno al cui sorgere siamo svegli”. Un omaggio all’empirismo e all’importanza di esserci, a questo mondo.</p>
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