Due diari di viaggio in Transiberiana

con tutti i posti che ci sono…
cronache semiserie lungo la Transiberiana
di Paolo Cagnan
Edizioni Vallecchi

in Transiberiana
con Han, Kidane, Bemnet, Bashir
di Angelo Maria Pellegrino
Edizioni Stampa alternativa

Nel 1991 avevo 16 anni, ero curioso, affamato di libri. Spendevo la mia scarsa paghetta in romanzi e saggi. Ma non erano sufficienti; la mia media di lettura oscillava tra i 3 e i 6 libri alla settimana. Così ricorrevo alla biblioteca di Budrio – che, come tutte le piccole biblioteche comunali, è un aperitivo che non sazia e ti lascia più affamato di prima; forse è intenzionale – e ai prestiti di un’amica colta. Quando Stampa Alternativa sconvolse lo mondo stantio mondo editoriale italiano, inaugurando una collana con testi dal prezzo del pane invece che dell’oro – i famosi “millelire” -, uno dei primi volumetti ad arrivare nelle librerie su “In Transiberiana” di Angelo Maria Pellegrino (nomen homen). Ne possiedo un ricordo vivido: più grosso della “Lettera sulla felicità” di Epicuro, copertina con sfondo bianco e un grosso binario disegnato in bianco e nero, direzione nord-est, pagine esili per risparmiare sui costi di fabbricazione. Potete immaginare da soli che data la penuria di denaro e la necessità di leggere, i “Millelire” hanno rappresentato per il sottoscritto un’insperata fortuna: così tanti libri (e interessanti) per così pochi soldi!

“In Transiberiana” è stato uno di quei libri ti aprono un orizzonte, ti portano in dote un sogno, una meraviglia esotica che prima o poi nella vita ti dirai: “Stavolta lo faccio!”. E parti per andar lontano. Il sogno è prendere questo treno antico (è stato inaugurato nel 1900 e presentato all’Esposizione Universale di Parigi), partire da Mosca (non prima di un saluto al compagno Lenin, per consigliargli, la prossima volta, di prestare più attenzioni ai successori) e da lì rollare placido fino agli Urali che, lo so, nella vostra zucca sono come montagne immense, giacché niente di meno che enorme può dividere l’Europa dall’Asia. Invece a malapena si possono definire “colline” che, lungo l’immota linea verticale che sottilmente disegna il confine naturale fra i due continenti, hanno osservato silenziose uomini e donne attraversarle e morir di freddo, pur di proseguire sulla “via della Seta”. Quel cammino che collegava il nostro arretrato continente medioevale al progredito “Impero della Terra di Mezzo”: la Cina.

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La famiglia fantasma

dico, pacs e matrimoni omosessuali: la politica italiana in crisi

di Gian Mario Felicetti
Edizioni Libreria Croce

Gian Mario Felicetti regala al movimento lgbt un saggio sulle “nuove famiglie omosessuali”, così “nuove” da avere quarant’anni sulle spalle. Uno studio accorato, etimologicamente “compiuto col cuore”, con passione, accompagnato dal sentimento per il proprio uomo. Felicetti miscela dunque spinte motivazionali del tutto personali (che lo legono, nel destino, alle migliaia di altre coppie omosessuali italiane, anch’esse senza diritti) a una rigorosa disamina della questione del riconoscimento giuridico delle coppie gay e lesbiche.

Il viaggio personale/politico di Felicetti non può che aver inizio dalla Costituzione Italiana. Agli artt. 2 e 3 leggiamo: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” e ” “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

In questi articolati, i padri e le madri costituenti hanno inteso porre le condizioni del benessere dei cittadini italiani: ad ogni individuo è riconosciuto il diritto a formare l’aggregato sociale prediletto, ovvero la famiglia che preferisce e lo Stato ha il compito di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono la piena realizzazione.

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Dove lei non è

di Roland Barthes
Einaudi

Ho molto amato alcuni libri di Roland Barthes e mi accosto con rispetto a questi frammenti, scritti dall’autore a partire dal giorno stesso della morte della madre – con cui aveva condiviso la quotidianità della malattia, dell’agonia e della morte – che sono riproposti nel testo uno per pagina, un appunto dietro l’altro, rendendo palpabile il supporto leggero, la scrittura rapsodica, franta, a brandelli, come si è nel lutto. Barthes scrive su foglietti che prepara lui stesso strappando fogli di A4. L’edizione ripresenta nell’ordine cronologico questi appunti, senza altri riferimenti. Le parole spiccano nella pagina bianca, come nel vuoto. Attraverso di esse Barthes affronta la comparsa del proprio dolore, la scoperta della nuova dimensione della solitudine radicale, nella esperienza della sopravvivenza, e della cura di sé, oggettivando lo smarrimento, a tratti con stupore delle proprie emozioni, dei propri sentimenti, come un viaggiatore perduto, che fraternizza col territorio ignoto della altrui e della propria morte. A noi che leggiamo viene restituita la radicale umanità del sentimento della solitudine, della quotidianità della perdita, accogliamo con le sue parole la dolcezza triste dell’abbandono. Un haiku dell’assenza.

Il peccato nascosto

lo scandalo dei preti pedofili e i silenzi della Chiesa
i documenti della commissione d’inchiesta sui casi irlandesi
le tante storie italiane dimenticate da giornali e TG

di Anonimo
Edizioni Nutrimenti

Dopo decenni di silenzio talvolta complice, i mass-media hanno accesso i loro riflettori sul fenomeno della pedofilia clericale. Preti, sacerdoti, frati, suore, non godono più delle omissioni che hanno accompagnato, nella maggior parte dei casi, i loro crimini ai danni di bambine e di bambini.

Stati Uniti d’America, Irlanda, Germania, Austria, sono i paesi dove le indagini delle autorità giudiziarie sono arrivate per prime a conclusione e, per questo, hanno attirato la doverosa attenzione dell’opinione pubblica. Anche in Italia, pur tra mille lentezze e reticenze, si fa strada la consapevolezza che la società non può assistere impotente ai soprusi di chi si dichiara “portatore della verità morale” e usa l’infanzia come un serbatoio inesauribile di eccitazione sessuale.

In questo momento storico – in cui la superiorità della Chiesa Cattolica è messa in discussione – la casa editrice Nutrimenti manda in libreria un volume il cui prezzo contenuto è inversamente proporzionale all’importanza dei documenti che pubblica.

Dietro l’anonimato, resosi necessario per proteggere le fonti di alcune rivelazioni, si cela un lavoro a più mani: giornalisti e persone di Chiesa, quest’ultime contrarie all’atteggiamento omertoso del Vaticano e delle diocesi di tutto il mondo.

“Il peccato nascosto” è diviso in tre parti: la prima è dedicata ai casi più significativi esaminati nel “Rapporto Murphy”, sintesi della commissione d’inchiesta indipendente che ha studiato 46 religiosi pedofili, tra le centinaia segnalati, reso pubblico in Irlanda nel 2009 e mai tradotto in italiano; la seconda parte è dedicata ai religiosi pedofili italiani; la terza, un’appendice, tratta del caso di don Andrea Agostini, prete condannato in primo grado a sei anni e dieci mesi per aver molestato sessualmente le bambine dell’asilo privato da lui diretto, al confine tra la provincia di Ferrara e quella di Bologna.

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Paraventi sacri. Il “ventennio” della Chiesa Cattolica dietro il ritratto dei suoi protagonisti

di Valerio Gigante
Di Girolamo Editore

Valerio Gigante, giornalista dell’agenzia di informazione politico-religiosa Adista, mette in fila Joseph Ratzinger alias Benedetto XVI, Camillo Ruini, Giuseppe Betori, Tarcisio Bertone, Angelo Bagnasco, Federico Lombardi, Joaquín Navarro Valls, Angelo Scola, Michele Giordano, Crescenzio Sepe, Gerardo Pierro, Pio Laghi, Alfonso López Trujillo, Marcial Maciel Degollado, Pierino Gelmini e Ettore Gotti Tedeschi, ne analizza la biografia (rigorosamente “non autorizzata”), ne enumera le gesta, ne tratteggia il carattere, esamina azioni e malefatti compiuti.

I sedici protagonisti sono i principali attori della Chiesa Cattolica post-conciliare, i fautori e gli interpreti feroci della restaurazione, incardinata sulle parole d’ordine di centralismo, anticomunismo, obbedienza alla gerarchia, difesa a oltranza della morale sessuale repressiva, lotta alla secolarizzazione delle società umane e all’autodeterminazione degli individui.

Un progetto culurale-politico che Gigante definisce, senza perifrasi, il “ventennio”, con chiaro riferimento al funesto periodo fascista italiano. Le analogie non si fermano alla quantità d’anni presa in esame nel volume. A impressionare è la genesi: se il fascismo nasce nell’alveo del pensiero socialista, il progetto ruiniano di dittatura clericale è la risposta alle aperture della Chiesa ai fermenti rinnovatori degli anni ’60, poi proseguiti negli anni ’70 e sintetizzati dal Concilio Vaticano II.

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Abbiamo sempre vissuto nel castello

di Shirley Jackson
Adelphi

Le “signorine” da una parte e gli “estranei” dall’altra, in mezzo una barriera prima solo simbolica, fatta di oggetti sotterrati per difendere magicamente un confine invisibile, poi divenuta reale, ma ancora capace di mettere in contatto il dentro con il fuori. Abbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo che monta come la panna, di cui si gusta ogni passaggio – dalla liquidità alla morbida consistenza finale -, ma che provoca un acuto piacere specialmente a ripensarlo dal fondo, risalendo riga per riga fino al titolo che parla di un castello mentre nel corso del racconto l’impressione è quella di vedere semplicemente una casa e i suoi abitanti, al più una vecchia villa cadente che conserva proterva il ricordo dei fasti di un tempo. Tutto giocato sull’inganno, come lettori siamo ora gli “estranei” ora le “signorine”, stiamo fuori a immaginare il dentro con curiosità e orrore o stiamo dentro a coltivare la nostra misteriosa felicità fatta di lavoro nell’orto, infinite varietà di conserve, frondosi nascondigli e piccole ritualità salvifiche. Anche il tempo si confonde e se mille particolari ci conducono verso un’epoca lontana di famiglie abbienti e inoperose, subito dopo appaiono automobili e altri piccoli segni di una modernità inconciliabile con l’immaginario dei giardini segreti e delle austere magioni gotiche. Le due protagoniste, la diciottenne Mary Katherine e sua sorella Costance, sembrano appartenere anch’esse ad un’età indefinibile, a metà tra il candore dell’infanzia e le inquietudini crudeli dell’adolescenza, e ogni indizio che conduce alla verità, anagrafica e non solo, sembra lasciato a posta per scombinare le carte che con tanta maestria Shirley Jackson mette in tavola. Acuto, sorprendente, magnificamente costruito, dolce come la panna, appunto, ma anche e soprattutto nero come una notte senza luna, questo romanzo è una festa e un regalo tardivo (perché una bella e curata edizione del 2009 di un libro del 1965?) per gli amanti di Stephen King e i più esigenti estimatori di Ambrose Bierce. Ma, forse, a ben vedere è anche qualcosa di molto di più: un coltello tagliente conficcato nella corposità materica del cliché della famiglia felice e invidiata, un veleno che cancella le apparenze, un caos creativo che mescola barbari invasori e quiete comunità di individui dai segreti inconfessabili, un lento sprofondare negli incubi dell’infanzia e nei suoi terribili e rimpianti segreti.

La traduzione è di Monica Pareschi

Goražde, area protetta. La guerra in Bosnia 1992-1995

di Joe Sacco
Mondadori

Joe Sacco, reporter di guerra, non è nuovo a produrre fumetti di “graphic journalism”. Dopo quello sull’Intifada, è il turno della tragedia bosniaca, la guerra civile e fratricida che ha devastato la regione centrale dell’ex Jugoslavia, là dove le diverse etnie – serbi, croati, musulmani, ortodossi e cattolici – convivevano pacificamente, prima dell’avvento dei nazionalismi e dei genocidi. I disegni e i testi, le considerazioni di un occhio esterno e i documenti storici, si uniscono per sferrare uno spietato pugno nello stomaco. Salutare.

Le jour où Nina Simone a cessé de chanter

de Darina Al-Joundi, Mohamed Kacimi
Actes Sud

Bien des raisons d’aimer ce monologue: l’actrice-narratrice-auteure du texte déroule en robe superbement rouge sa vie en petites tranches succulentes ou terribles, toujours scandées par le chant de Nina Simone. La vie de “Noun” est évoquée depuis sa naissance jusqu’à exactement aujourd’hui, où elle se montre à nos yeux, avec cette principale raison de vivre, d’écrire et de jouer: rendre honneur et mémoire à son père, journaliste et témoin, “laïc fervent” qui passe une bonne partie de sa vie en prison et qui, de près ou de loin, veille à l’éducation de ses filles à contre-courant de tout ce qui “se fait” normalement dans son propre pays. Ainsi, ses filles, musulmanes, sont-elles systématiquement inscrites dans des écoles catholiques pour bien désapprendre les religions, elles sont initiées aux connaissances, à la transgression, à la liberté plus haute que l’amour.

Et pourtant, j’ai eu des raisons de ne pas l’aimer, ce monologue, car s’il est vrai que la guerre est distorsion et que Beyrouth bombardée donne lieu à tout le sentiment de vide, de futilité d’une existence qui peut être supprimée pour une balle perdue, s’il est aussi vrai qu’une adolescente comme l’était Darina Al Joundi à l’époque qu’elle nous décrit cherche instinctivement et aveuglément à vivre ce qu’elle peut vivre dans des conditions de guerre civile, déménagements forcés, exils et privations, il devient difficile de comprendre la surenchère de violence sur la violence.

La femme qu’est devenue Darina raconte la recherche effrénée du plaisir, d’étourdissement, d’oubli de  son propre corps dans l’ébriété ou dans le sexe de la jeune fille qu’elle était, et il semble que la guerre ne soit pas en train de détruire seulement des corps, mais qu’elle en vienne aussi à déformer des âmes, complices de ce mal, du moment qu’elles accueillent la perversion.

Elle est belle, son histoire de rébellion, les blessures qu’elle reçoit et qu’elle donne, l’amour et la haine qu’elle proclame envers son père, si belle qu’on regrette d’entendre dans son chant arabe et pur et féminin, des notes rauques, plus animales, celles de la dégradation, de la provocation, de la revanche, qui appartiennent à ses propres ennemis et minent la force de cette enfant, de cette adolescente puis de cette femme qui parle, crie, chante, danse et pleure son père et son pays devant nous.

L’altra Eszter

di Magda Szabó
Einaudi

C’è qualcosa che non mi torna in tutto ciò che ho letto su questo libro. Ricorrono nelle recensioni le parole odio, astio, rancore, gelosia, crudeltà, cinismo, ma il lungo e straziante monologo di Eszter pare piuttosto un inno alla lucidità mentale, un’ode alla coscienza di sé e ai nodi dell’infanzia che avviluppano sempre, che mai possono essere sciolti. E come sempre in Magda Szabó il rovello è la giustizia, quella privata e quella sociale, ed è il senso sfuggente del bene, per gli altri e per sé, a occupare incontrastato la scena. Non un dramma della passione, questo L’altra Eszter è però un romanzo sull’amore, come del resto lo sono anche il bellissimo e doloroso La porta e La ballata di Iza, che ci regala uno dei più intensi ritratti di donna anziana che siano stati scritti in anni non troppo lontani.

Amore, quindi, ma anche e ovviamente il suo rovescio. Eszter, attrice affermata in un Ungheria così oniricamente socialista, almeno vista con gli occhi di oggi, da non sembrare nemmeno vera, ama Lorinc e odia Angéla. E Angéla non casualmente è la moglie di Lorinc, ma è soprattutto l’amica fortunata, bella e generosa di quella prima età giovanile che ha visto Eszter affrontare quasi da sola la miseria, l’umiliazione e la decadenza inarrestabile della sua famiglia.

Torna anche qui il tema del conflitto tra donne, che si sviluppa in forma inversamente proporzionale alla profondità di legami femminili di fatto indissolubili, e quello speculare della presenza-assenza di uomini (il padre, l’amante) amatissimi, ma persi in un mondo a parte, distante dai drammi e dalle quotidiane ingiustizie che pure si consumano sotto i loro stessi occhi.
Le parole di Eszter, il suo ripercorrere dolorosamente i sentieri dell’infanzia per ritrovavi intatte le fatiche della sopravvivenza, le rovine della guerra, il senso profondo dell’ineguaglianza fondata sulla dicotomia ricchezza/povertà, sono rivolte all’uomo amato perché sappia dove tanto odio e tanto amore hanno avuto origine. Ma ancora una volta è la coscienza l’unico teatro in cui un  monologo così lucidamente spietato e puntiglioso può essere pronunciato. E il silenzio di una platea vuota è la sola risposta che la coraggiosa, indomita e contraddittoria Ezter sa di poter ottenere.

La traduzione è di Bruno Ventavoli

Fascio e martello. Viaggio per le città del Duce

di Antonio Pennacchi
Laterza

Pennacchi scrive per la rivista di geopolitica Limes. Dopo aver letto il suo romanzo “Palude”, il direttore Caracciolo gli propose: “Ahò, Pennacchi! Perché non trasporti questo tuo amore per l’architettura e per la tua terra, l’agro pontino, in una serie di saggi dedicati alle città fondate dal fascismo?”. Pennacchi rispose “Sì”, bofonchiando, alla sua maniera burbera. Partì così per un viaggio che lo stesso autore ammette di non sapere dove l’avrebbe portato e quali scoperte gli avrebbe fatto compiere. Una ad una, emergono dall’oblio le città fondate dal Duce. Quelle famose delle bonifiche: Littoria (poi Latina), Aprilia, Pomezia, Sabaudia, Carbonia. Pennacchi le esamina con sguardo scientifico, attento ai dettami dell’urbanistica e dell’architettura razionalista e soprattutto le legge come segni della lotta di classe: da una parte i fondiari espropriati dalle terre, dall’altra i coloni contadini appena insediati. Nelle mani di Pennacchi si sfalda la prospettiva storico-mitologica nata dalla Resistenza (secondo cui tutto ciò che produsse il fascismo fu il Male assoluto) ed emerge una realtà più complessa e articolata. Secondo Pennacchi, nella sua opera di ripopolamento dell’Italia assediata dalla malaria, il fascismo si schierò (certo non compatto, ma Mussolini insistette) dalla parte dei poveri e di chi non possedeva nulla se non le sue braccia, procedendo ad una redistribuzione socialista delle terre (rivoluzione che fu poi annullata dalla contro-riforma voluta dalla Democrazia Cristiana). Ma il viaggio di Pennacchi – ex militante di Lotta Continua mai pentito – non si ferma qui; dopo aver svelato il lato marxista del fascismo, prosegue le sue peregrinazioni sù e giù, dalle Alpi alla Puglia (Segezia), senza dimenticare la Sardegna, la Sicilia e l’Istria, dove riscopre la bellissima città di Arsia. Prima dei saggi di Pennacchi raccolti in questo volume, la storiografia ufficiale attribuiva al fascismo la fondazione di 12 città. Pennacchi ne documenta in tutto 147 e non ha ancora concluso il suo viaggio. Il libro è corredato da un apparato bibliografico e da note di approfondimento che testimoniano l’estrema accuratezza della ricerca condotta dall’autore. Un appunto lo dedico infine allo stile della scrittura: franco, diretto, scarno, da brontolone attento alla verità fattuale: uno sberleffo continuo al mondo dell’Accademia. Tutto da gustare.