Goražde, area protetta. La guerra in Bosnia 1992-1995

di Joe Sacco
Mondadori

Joe Sacco, reporter di guerra, non è nuovo a produrre fumetti di “graphic journalism”. Dopo quello sull’Intifada, è il turno della tragedia bosniaca, la guerra civile e fratricida che ha devastato la regione centrale dell’ex Jugoslavia, là dove le diverse etnie – serbi, croati, musulmani, ortodossi e cattolici – convivevano pacificamente, prima dell’avvento dei nazionalismi e dei genocidi. I disegni e i testi, le considerazioni di un occhio esterno e i documenti storici, si uniscono per sferrare uno spietato pugno nello stomaco. Salutare.

Le jour où Nina Simone a cessé de chanter

de Darina Al-Joundi, Mohamed Kacimi
Actes Sud

Bien des raisons d’aimer ce monologue: l’actrice-narratrice-auteure du texte déroule en robe superbement rouge sa vie en petites tranches succulentes ou terribles, toujours scandées par le chant de Nina Simone. La vie de “Noun” est évoquée depuis sa naissance jusqu’à exactement aujourd’hui, où elle se montre à nos yeux, avec cette principale raison de vivre, d’écrire et de jouer: rendre honneur et mémoire à son père, journaliste et témoin, “laïc fervent” qui passe une bonne partie de sa vie en prison et qui, de près ou de loin, veille à l’éducation de ses filles à contre-courant de tout ce qui “se fait” normalement dans son propre pays. Ainsi, ses filles, musulmanes, sont-elles systématiquement inscrites dans des écoles catholiques pour bien désapprendre les religions, elles sont initiées aux connaissances, à la transgression, à la liberté plus haute que l’amour.

Et pourtant, j’ai eu des raisons de ne pas l’aimer, ce monologue, car s’il est vrai que la guerre est distorsion et que Beyrouth bombardée donne lieu à tout le sentiment de vide, de futilité d’une existence qui peut être supprimée pour une balle perdue, s’il est aussi vrai qu’une adolescente comme l’était Darina Al Joundi à l’époque qu’elle nous décrit cherche instinctivement et aveuglément à vivre ce qu’elle peut vivre dans des conditions de guerre civile, déménagements forcés, exils et privations, il devient difficile de comprendre la surenchère de violence sur la violence.

La femme qu’est devenue Darina raconte la recherche effrénée du plaisir, d’étourdissement, d’oubli de  son propre corps dans l’ébriété ou dans le sexe de la jeune fille qu’elle était, et il semble que la guerre ne soit pas en train de détruire seulement des corps, mais qu’elle en vienne aussi à déformer des âmes, complices de ce mal, du moment qu’elles accueillent la perversion.

Elle est belle, son histoire de rébellion, les blessures qu’elle reçoit et qu’elle donne, l’amour et la haine qu’elle proclame envers son père, si belle qu’on regrette d’entendre dans son chant arabe et pur et féminin, des notes rauques, plus animales, celles de la dégradation, de la provocation, de la revanche, qui appartiennent à ses propres ennemis et minent la force de cette enfant, de cette adolescente puis de cette femme qui parle, crie, chante, danse et pleure son père et son pays devant nous.

L’altra Eszter

di Magda Szabó
Einaudi

C’è qualcosa che non mi torna in tutto ciò che ho letto su questo libro. Ricorrono nelle recensioni le parole odio, astio, rancore, gelosia, crudeltà, cinismo, ma il lungo e straziante monologo di Eszter pare piuttosto un inno alla lucidità mentale, un’ode alla coscienza di sé e ai nodi dell’infanzia che avviluppano sempre, che mai possono essere sciolti. E come sempre in Magda Szabó il rovello è la giustizia, quella privata e quella sociale, ed è il senso sfuggente del bene, per gli altri e per sé, a occupare incontrastato la scena. Non un dramma della passione, questo L’altra Eszter è però un romanzo sull’amore, come del resto lo sono anche il bellissimo e doloroso La porta e La ballata di Iza, che ci regala uno dei più intensi ritratti di donna anziana che siano stati scritti in anni non troppo lontani.

Amore, quindi, ma anche e ovviamente il suo rovescio. Eszter, attrice affermata in un Ungheria così oniricamente socialista, almeno vista con gli occhi di oggi, da non sembrare nemmeno vera, ama Lorinc e odia Angéla. E Angéla non casualmente è la moglie di Lorinc, ma è soprattutto l’amica fortunata, bella e generosa di quella prima età giovanile che ha visto Eszter affrontare quasi da sola la miseria, l’umiliazione e la decadenza inarrestabile della sua famiglia.

Torna anche qui il tema del conflitto tra donne, che si sviluppa in forma inversamente proporzionale alla profondità di legami femminili di fatto indissolubili, e quello speculare della presenza-assenza di uomini (il padre, l’amante) amatissimi, ma persi in un mondo a parte, distante dai drammi e dalle quotidiane ingiustizie che pure si consumano sotto i loro stessi occhi.
Le parole di Eszter, il suo ripercorrere dolorosamente i sentieri dell’infanzia per ritrovavi intatte le fatiche della sopravvivenza, le rovine della guerra, il senso profondo dell’ineguaglianza fondata sulla dicotomia ricchezza/povertà, sono rivolte all’uomo amato perché sappia dove tanto odio e tanto amore hanno avuto origine. Ma ancora una volta è la coscienza l’unico teatro in cui un  monologo così lucidamente spietato e puntiglioso può essere pronunciato. E il silenzio di una platea vuota è la sola risposta che la coraggiosa, indomita e contraddittoria Ezter sa di poter ottenere.

La traduzione è di Bruno Ventavoli

Fascio e martello. Viaggio per le città del Duce

di Antonio Pennacchi
Laterza

Pennacchi scrive per la rivista di geopolitica Limes. Dopo aver letto il suo romanzo “Palude”, il direttore Caracciolo gli propose: “Ahò, Pennacchi! Perché non trasporti questo tuo amore per l’architettura e per la tua terra, l’agro pontino, in una serie di saggi dedicati alle città fondate dal fascismo?”. Pennacchi rispose “Sì”, bofonchiando, alla sua maniera burbera. Partì così per un viaggio che lo stesso autore ammette di non sapere dove l’avrebbe portato e quali scoperte gli avrebbe fatto compiere. Una ad una, emergono dall’oblio le città fondate dal Duce. Quelle famose delle bonifiche: Littoria (poi Latina), Aprilia, Pomezia, Sabaudia, Carbonia. Pennacchi le esamina con sguardo scientifico, attento ai dettami dell’urbanistica e dell’architettura razionalista e soprattutto le legge come segni della lotta di classe: da una parte i fondiari espropriati dalle terre, dall’altra i coloni contadini appena insediati. Nelle mani di Pennacchi si sfalda la prospettiva storico-mitologica nata dalla Resistenza (secondo cui tutto ciò che produsse il fascismo fu il Male assoluto) ed emerge una realtà più complessa e articolata. Secondo Pennacchi, nella sua opera di ripopolamento dell’Italia assediata dalla malaria, il fascismo si schierò (certo non compatto, ma Mussolini insistette) dalla parte dei poveri e di chi non possedeva nulla se non le sue braccia, procedendo ad una redistribuzione socialista delle terre (rivoluzione che fu poi annullata dalla contro-riforma voluta dalla Democrazia Cristiana). Ma il viaggio di Pennacchi – ex militante di Lotta Continua mai pentito – non si ferma qui; dopo aver svelato il lato marxista del fascismo, prosegue le sue peregrinazioni sù e giù, dalle Alpi alla Puglia (Segezia), senza dimenticare la Sardegna, la Sicilia e l’Istria, dove riscopre la bellissima città di Arsia. Prima dei saggi di Pennacchi raccolti in questo volume, la storiografia ufficiale attribuiva al fascismo la fondazione di 12 città. Pennacchi ne documenta in tutto 147 e non ha ancora concluso il suo viaggio. Il libro è corredato da un apparato bibliografico e da note di approfondimento che testimoniano l’estrema accuratezza della ricerca condotta dall’autore. Un appunto lo dedico infine allo stile della scrittura: franco, diretto, scarno, da brontolone attento alla verità fattuale: uno sberleffo continuo al mondo dell’Accademia. Tutto da gustare.