Abbiamo sempre vissuto nel castello

di Shirley Jackson Adelphi

Le “signorine” da una parte e gli “estranei” dall’altra, in mezzo una barriera prima solo simbolica, fatta di oggetti sotterrati per difendere magicamente un confine invisibile, poi divenuta reale, ma ancora capace di mettere in contatto il dentro con il fuori. Abbiamo sempre vissuto nel castello è un romanzo che monta come la panna, di cui si gusta ogni passaggio – dalla liquidità alla morbida consistenza finale -, ma che provoca un acuto piacere specialmente a ripensarlo dal fondo, risalendo riga per riga fino al titolo che parla di un castello mentre nel corso del racconto l’impressione è quella di vedere semplicemente una casa e i suoi abitanti, al più una vecchia villa cadente che conserva proterva il ricordo dei fasti di un tempo. Tutto giocato sull’inganno, come lettori siamo ora gli “estranei” ora le “signorine”, stiamo fuori a immaginare il dentro con curiosità e orrore o stiamo dentro a coltivare la nostra misteriosa felicità fatta di lavoro nell’orto, infinite varietà di conserve, frondosi nascondigli e piccole ritualità salvifiche. Anche il tempo si confonde e se mille particolari ci conducono verso un’epoca lontana di famiglie abbienti e inoperose, subito dopo appaiono automobili e altri piccoli segni di una modernità inconciliabile con l’immaginario dei giardini segreti e delle austere magioni gotiche. Le due protagoniste, la diciottenne Mary Katherine e sua sorella Costance, sembrano appartenere anch’esse ad un’età indefinibile, a metà tra il candore dell’infanzia e le inquietudini crudeli dell’adolescenza, e ogni indizio che conduce alla verità, anagrafica e non solo, sembra lasciato a posta per scombinare le carte che con tanta maestria Shirley Jackson mette in tavola. Acuto, sorprendente, magnificamente costruito, dolce come la panna, appunto, ma anche e soprattutto nero come una notte senza luna, questo romanzo è una festa e un regalo tardivo (perché una bella e curata edizione del 2009 di un libro del 1965?) per gli amanti di Stephen King e i più esigenti estimatori di Ambrose Bierce. Ma, forse, a ben vedere è anche qualcosa di molto di più: un coltello tagliente conficcato nella corposità materica del cliché della famiglia felice e invidiata, un veleno che cancella le apparenze, un caos creativo che mescola barbari invasori e quiete comunità di individui dai segreti inconfessabili, un lento sprofondare negli incubi dell’infanzia e nei suoi terribili e rimpianti segreti.

La traduzione è di Monica Pareschi

Goražde, area protetta. La guerra in Bosnia 1992-1995

di Joe Sacco
Mondadori

Joe Sacco, reporter di guerra, non è nuovo a produrre fumetti di “graphic journalism”. Dopo quello sull’Intifada, è il turno della tragedia bosniaca, la guerra civile e fratricida che ha devastato la regione centrale dell’ex Jugoslavia, là dove le diverse etnie – serbi, croati, musulmani, ortodossi e cattolici – convivevano pacificamente, prima dell’avvento dei nazionalismi e dei genocidi. I disegni e i testi, le considerazioni di un occhio esterno e i documenti storici, si uniscono per sferrare uno spietato pugno nello stomaco. Salutare.

Le jour où Nina Simone a cessé de chanter

de Darina Al-Joundi, Mohamed Kacimi
Actes Sud

Bien des raisons d’aimer ce monologue: l’actrice-narratrice-auteure du texte déroule en robe superbement rouge sa vie en petites tranches succulentes ou terribles, toujours scandées par le chant de Nina Simone. La vie de “Noun” est évoquée depuis sa naissance jusqu’à exactement aujourd’hui, où elle se montre à nos yeux, avec cette principale raison de vivre, d’écrire et de jouer: rendre honneur et mémoire à son père, journaliste et témoin, “laïc fervent” qui passe une bonne partie de sa vie en prison et qui, de près ou de loin, veille à l’éducation de ses filles à contre-courant de tout ce qui “se fait” normalement dans son propre pays. Ainsi, ses filles, musulmanes, sont-elles systématiquement inscrites dans des écoles catholiques pour bien désapprendre les religions, elles sont initiées aux connaissances, à la transgression, à la liberté plus haute que l’amour.

Et pourtant, j’ai eu des raisons de ne pas l’aimer, ce monologue, car s’il est vrai que la guerre est distorsion et que Beyrouth bombardée donne lieu à tout le sentiment de vide, de futilité d’une existence qui peut être supprimée pour une balle perdue, s’il est aussi vrai qu’une adolescente comme l’était Darina Al Joundi à l’époque qu’elle nous décrit cherche instinctivement et aveuglément à vivre ce qu’elle peut vivre dans des conditions de guerre civile, déménagements forcés, exils et privations, il devient difficile de comprendre la surenchère de violence sur la violence.

La femme qu’est devenue Darina raconte la recherche effrénée du plaisir, d’étourdissement, d’oubli de  son propre corps dans l’ébriété ou dans le sexe de la jeune fille qu’elle était, et il semble que la guerre ne soit pas en train de détruire seulement des corps, mais qu’elle en vienne aussi à déformer des âmes, complices de ce mal, du moment qu’elles accueillent la perversion.

Elle est belle, son histoire de rébellion, les blessures qu’elle reçoit et qu’elle donne, l’amour et la haine qu’elle proclame envers son père, si belle qu’on regrette d’entendre dans son chant arabe et pur et féminin, des notes rauques, plus animales, celles de la dégradation, de la provocation, de la revanche, qui appartiennent à ses propres ennemis et minent la force de cette enfant, de cette adolescente puis de cette femme qui parle, crie, chante, danse et pleure son père et son pays devant nous.

L’altra Eszter

di Magda Szabó
Einaudi

C’è qualcosa che non mi torna in tutto ciò che ho letto su questo libro. Ricorrono nelle recensioni le parole odio, astio, rancore, gelosia, crudeltà, cinismo, ma il lungo e straziante monologo di Eszter pare piuttosto un inno alla lucidità mentale, un’ode alla coscienza di sé e ai nodi dell’infanzia che avviluppano sempre, che mai possono essere sciolti. E come sempre in Magda Szabó il rovello è la giustizia, quella privata e quella sociale, ed è il senso sfuggente del bene, per gli altri e per sé, a occupare incontrastato la scena. Non un dramma della passione, questo L’altra Eszter è però un romanzo sull’amore, come del resto lo sono anche il bellissimo e doloroso La porta e La ballata di Iza, che ci regala uno dei più intensi ritratti di donna anziana che siano stati scritti in anni non troppo lontani.

Amore, quindi, ma anche e ovviamente il suo rovescio. Eszter, attrice affermata in un Ungheria così oniricamente socialista, almeno vista con gli occhi di oggi, da non sembrare nemmeno vera, ama Lorinc e odia Angéla. E Angéla non casualmente è la moglie di Lorinc, ma è soprattutto l’amica fortunata, bella e generosa di quella prima età giovanile che ha visto Eszter affrontare quasi da sola la miseria, l’umiliazione e la decadenza inarrestabile della sua famiglia.

Torna anche qui il tema del conflitto tra donne, che si sviluppa in forma inversamente proporzionale alla profondità di legami femminili di fatto indissolubili, e quello speculare della presenza-assenza di uomini (il padre, l’amante) amatissimi, ma persi in un mondo a parte, distante dai drammi e dalle quotidiane ingiustizie che pure si consumano sotto i loro stessi occhi.
Le parole di Eszter, il suo ripercorrere dolorosamente i sentieri dell’infanzia per ritrovavi intatte le fatiche della sopravvivenza, le rovine della guerra, il senso profondo dell’ineguaglianza fondata sulla dicotomia ricchezza/povertà, sono rivolte all’uomo amato perché sappia dove tanto odio e tanto amore hanno avuto origine. Ma ancora una volta è la coscienza l’unico teatro in cui un  monologo così lucidamente spietato e puntiglioso può essere pronunciato. E il silenzio di una platea vuota è la sola risposta che la coraggiosa, indomita e contraddittoria Ezter sa di poter ottenere.

La traduzione è di Bruno Ventavoli