I segreti di Londra

di Corrado Augias
Mondadori

Guida non convenzionale alla gigantesca capitale della Gran Bretagna. Non può – avviso al lettore – in nessun modo sostituire una guida “tradizionale”: non troverete buoni consigli su dove mangiare, alloggiare, su come spostarvi al meglio. Se è per questo, non troverete nel libro di Augias nemmeno una piantina della città ed è un peccato perché, per il resto, è un piacevole e utile strumento per uscire dai convenzionali percorsi turistici. “I segreti di Londra” si propone di riscoprire storie e luoghi dimenticati. La “passeggiata” proposta inizia nell’Est End, sulla sponda meridionale del fiume, al numero 19 di Princelet Street, dove sorge un edificio del 1719. All’ultimo piano, dentro un’angusta stanza, fino agli anni ’60, abitava un ebreo ortodosso studioso della Torah, che un giorno scomparve. Venti anni più tardi, durante dei lavori di ristrutturazione dell’immobile, fu scoperta una camera segreta, sigillata, con dentro dei testi cabalistici, avanzi di cibo, abiti e giornali coperti dalla polvere. Ma lo studioso ebreo dove si era cacciato? Nessuno lo ha ancora scoperto (e dubito che mai succederà). Era diventato, afferma Augias, una delle “cose nascoste” di cui, secondo il Talmud, è pieno il mondo. In seguito ci si sposta nella casa dell’acerrimo nemico di Napoleone, il Duca di Wellington, che sconfisse definitivamente il generale corso a Waterloo. La dimora del Duca, ignorata dal turismo di massa, è una fastosa casa/museo nei pressi di Hyde Park Corner. Vale la pena di visitarla per la gigantesca statua di Napoleone, opera del Canova. L’imperatore si sarebbe risentito nel vedersi raffigurato nudo con una foglia di fico a coprire i genitali. In Fleet Street invece si può sostare in un pub del 1667, il “Ye Olde Cheshire Cheese”, un locale fuori dal tempo coi vetri piombati, le tavole e le panche di quercia e i caminetti quasi sempre accesi. Si dice che Charles Dickens venisse qui a bere, in quanto abitava poco lontano, in Dougthy Street. Altre tappe di questo viaggio storico/letterario sono il Blackfriars Bridge, il ponte dei Frati Neri, dove fu assassinato Roberto Calvi, i Leoni di Trafalgar Square, la Londra dei Beatles partendo da Abbey Road fino a Carnaby Street, per concludere infine al “Bloosbury”, il circolo letterario di Virginia Woolf.

Un viaggio inutile

di Rossana Rossanda
Einaudi

Nel 1962 Rossanda, responsabile culturale del PCI, viene inviata dal partito in Spagna, in gran segreto, per tentare di ricostruire un’alleanza tra le forze democratiche anti-franchiste, allora ancora clandestine e in via di riorganizzazione, dopo gli anni terribili della repressione e dell’eliminazione fisica. Partendo da Barcellona e spostandosi in seguito a Madrid, Siviglia e nelle Asturie, Rossanda contatta i comunisti del PCE, i socialisti del futuro PSOE, gli anarchici, i liberali e i promotori dell’opposizione democratico-cristiana, col pretesto di invitarli a un dibattito sulla situazione spagnola, da tenersi a Roma. Al momento della sua partenza, la sinistra italiana era attraversata dagli interrogativi relativi alla nascita del centrosinistra, enfatizzati successivamente dalla morte di Togliatti. Scrive la fondatrice de “Il manifesto” che “nel 1960, con lo spostarsi dell’asse borghese verso il centrosinistra, e quell’impetuoso “rammodernarsi” che significava appunto un mutare di equilibri e di fisionomie degli stessi soggetti sociali, sfruttati e sfruttatori che fossero, la griglia antifascista perdeva di senso”. E la stessa perdita di senso – a cui i dirigenti della sinistra parevano appigliarsi in preda a un riflesso istintivo e non a un ragionamento finalizzato alla modifica dei “rapporti di forza” all’interno della società – Rossanda riscontra nella realtà spagnola, dove la potenza messa in campo dal franchismo ha annichilito ogni possibilità di cambiamento dall’esterno del potere stesso. Troviamo qui un’analogia dirompente tra Italia e Spagna del tempo e con la realtà del nostro presente: che possibilità hanno i movimenti che tentano di costruire un progetto di società migliore e più equa, se si acconciano ad accettare i diktat e i veti del potere verso le istanze più radicali di cambiamento? Questa è la chiave di lettura che fa progressivamente entrare in rotta di collisione Rossanda con la direzione del PCI. Tutt’oggi, dopo quarant’anni, la questione resta di estrema attualità. Nel crepuscolo del regime berlusconiano, non s’intravede da parte degli eredi del PCI la capacità d’immaginare e di progettare una nuova e diversa società. Se e quando cadrà la destra, infatti, sarà per movimenti interni alla destra stessa e alla borghesia, sancendo nei fatti, al di là delle belle parole e delle fin troppe sensate proposte, l’irrilevanza politica del centrosinistra. Con amara ironia commenta Rossanda: “Si può vivere senza idee? Sì che si può; si può, si deve anzi, mi sussurrano da allora e da tutte le parti filosofi di mezz’età ed ex giovani militanti. [...] Siccome in un paio d’anni e qualche centinaio di assemblee e manifestazioni non è caduto il capitalismo, il marxismo è in crisi. Mao non ce l’ha fatta? Dunque il problema non esisteva, era stata un’illusione, un fantasma, una larva. Nessuno era colpevole perché tutti si sono ingannati, anzi erano stati ingannati, da Togliatti, anzi più in là da Stalin, da Lenin, da Marx e a guardar bene dalla Rivoluzione Francese. Li avevano indotti in errore quasi due secoli di umanità sognante, quindi di non storia. Che andava ora sostituita, facendone piazza pulita, con le non meno venerande ma elitarie, e non avvampate di speranze, regole del fare politico, del governare come arte, della società come sistema – non un corpo, ma un meccanismo sospeso a bilancieri ben calibrati di quarzi”. Descrizione, quest’ultima, che s’incolla perfettamente, come una seconda pelle, alla “ratio” dell’agire politico del Partito Democratico. Occorreva “destrutturare”, “non tanto le certezze, quanto il pensato e creduto negli anni in cui la gente s’era voluta diversa; e siccome chi s’era mosso per cambiare non erano i più potenti, ma i più oppressi e i più inesperti, misurare la povertà di quel loro pensato, i limiti monchi di quel loro agito, non è stato difficile. Tanto è massiccio il sistema in cui viviamo, e solido il fondamento dell’alienazione e dell’ineguaglianza, tanto risibili possono apparire gli assalti che ad esso si portano. Del resto, ogni sconfitta ridimensiona i valori; chi vince sembra più intelligente, che perde non ha scampo”. Sicuramente, per i fini che s’era illusoriamente proposto il PCI, la missione di Rossanda in Spagna fu “un viaggio inutile”. Inutilità oggi preziosa come la consapevolezza che gli interrogativi di allora sono gli stessi di oggi; invece che migliorare la società, la sinistra, abbandonando la critica al capitalismo, ha abbandonato la possibilità di vincere un giorno. Per sé e per tutti.

Pyongyang

di Guy Delisle
Fusi Orari

Inviato nella capitale della Corea del Nord per conto della sua casa di animazione, Guy Delisle deve gestire un processo globalizzato di produzione di cartoni animati, in quello che è rimasto il più paranoico, persuasivo e impermeabile regime stalinista della terra. I pochi stranieri a cui è permesso entrare nel paese, devono alloggiare in tre hotel ed essere accompagnati da un “compagno guida” e da un “compagno traduttore”, insensibili alle richieste di maggior libertà dell’autore. La Corea del Nord si presenta come uno stato alieno dalla realtà: senza internet, senza giornali, senza associazioni. Tutti i cittadini sono “volontari” nella costruzione del perfetto paese comunista, così come lo volle Kim Il-Sung, nominato “presidente eterno” dopo la sua morte e suo figlio, il “caro leader” Kim Jong-Il. Le loro effigi campeggiano riprodotte su spille, muri, quadri, manifesti, musei, teatri e persino scolpite negli elementi della natura, come le montagne. Con grande senso dell’umorismo e umanità, Delisle riesce a irridere il regime senza mai ferire i sentimenti dei coreani, già provati dalla feroce occupazione giapponese e ora sottoposti, da decenni, a un’apnea forzata. Pyongyang è il luogo del mondo dove “1984″ di George Orwell s’è incarnato. La graphic novel fa parte della collana “Fusi Orari”, edita da Internazionale.

Traduzione di Andrea De Ritis

Mondo senza fine

di Ken Follett
Mondadori

Seguito dell’altrettanto voluminoso “I pilastri della terra”, “Mondo senza fine” è una soap opera letteraria di 1400 pagine, ripetitiva ed estenuante, ambientata nell’alto medioevo, in Gran Bretagna. Una lettura che non richiede il cervello connesso, perfetta per l’estate, per la spiaggia e per l’ombrellone. Vi terrà occupati/e per un mese almeno e vi distoglierà dalle maledizioni che, tra secchielli e palette, vorreste inviare ai vostri figli, avendo loro promesso di occuparvi dei nipoti, così adorabili e silenziosi.

Camere separate

di Pier Vittorio Tondelli
Bompiani

Romanzo “On The Road” che, sviluppato sul filo della scrittura personale/politica di Tondelli, percorre le strade inesplorate dell’energia combattiva di due ragazzi, alle prese con il loro reciproco desiderio e la lotta per la dignità e la sincerità d’ognuno. I meccanismi della relazione borghese di coppia, castrante, talvolta li vincono, talvolta li costringono ad un’estenuante rincorsa, talvolta li lasciano in precario equilibrio. Per un momento allora la camera separata – simbolo dell’individualità da salvare e combattere, dilemma “ante litteram” – mostra lo spiraglio attraverso cui passeranno i vortici del loro incontro.

“Camere separate” è il frutto della maturità di Tondelli: maturità affettiva, politica, letteraria. Tondelli assume in letteratura la concezione biopolitica del potere, strumento di repressione interiorizzato, che produce autocensura, autocastrazione. La letteratura, va da sé, per l’autore, ha invece una funzione opposta: dispiegare l’esistenza, farla esplodere, deflagrare, esprimere il tuo potenziale. Pur senza esplicitarlo – per non trasformarlo in una tesi astratta e priva di vita – Tondelli considera l’amore il sentimento più politico, attraverso il quale è possibile leggere una società e le sue contraddizioni, le sue paure, i suoi rifiuti, le sue violenze.

Fax da Sarajevo

di Joe Kubert
Alessandro Editore

Ervin Rustemagic è un editore di fumetti e uomo d’affari. Possedeva una casa editrice con base a Sarajevo e in Olanda. Girava il mondo alla ricerca di nuove opere da pubblicare. Sposato, con due figli, nel 1992 si trasferì ad Amsterdam insieme alla famiglia, quando la situazione al confine tra la Serbia e la Bosnia-Erzegovina iniziò a degenerare. Una pausa negli scontri fece sperare a Rustemagic e alla sua famiglia che il peggio fosse passato. Tornarono a Sarajevo. Tradendo le aspettative, la guerra esplose virulenta, col suo carico immondo di pulizie etniche e di stupri di massa. Rimasero bloccati a Sarajevo, la casa editrice e l’appartamento distrutti, il lavoro di una vita letteralmente in fumo.

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Storia della pornografia

di Goran Tribuson
Baldini Castoldi Dalai Editore

“Storia della pornografia” è la narrazione, autobiografica, del fallimento dell’alterità socialista jugoslava. Il racconto di una società che ha molto sperato e costruito e ha visto i propri sogni collettivi frantumarsi, prima lentamente poi a velocità crescente, è, per sua natura, disilluso e deprimente. Goran Tribuson – tra i più importanti scrittori e sceneggiatori croati – riesce nel miracolo di rendere l’oggetto della narrazione divertente e malinconico. Gli strumenti dell’autoironia e del sarcasmo, dell’affetto e del disincanto, permettono all’autore di leggere la storia del proprio paese con la lucidità e lo spessore critico dello “scrittore che sta, per definizione, all’opposizione”.

“Storia della pornografia” è un Bildungsroman. Come Dušan Makavejev, nel 1971, col suo “W. R.: Mysteries Of The Organism”, ha letto attraverso il genere videodocumentaristico la storia della repressione sessuale nei paesi del socialismo reale e nello specifico dell’ex-Jugoslavia, così Goran Tribuson, attraverso un’immaginaria “Storia della pornografia”, narra le aspirazioni sociali irrealizzate e le frustrazioni sessuali della sua generazione. Rock Generation, quella immediatamente successiva alla fondazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, quella che fu adolescente tra la fine dei ’50 e l’inizio degli anni ’60.

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Canale Mussolini

di Antonio Pennacchi
Mondadori

All’inizio di quest’anno, ho recensito “Fascio e martello. Viaggio nelle città del Duce”. Dopo un mese, ho ricevuto una mail di Antonio Pennacchi: si lamentava per una mia imprecisione storica e, secondariamente, si complimentava per l’analisi del testo. Nel breve scambio epistolare che ne è seguito, è riuscito a insultare per due volte l’arrogante Berlusconi che, peraltro, è l’editore del suo ultimo lavoro, “Canale Mussolini”, vincitore del Premio Strega 2010. Quando scrivi una e-mail a Pennacchi, ti risponde sempre un messaggio automatico: “Se proprio vi servo, cercatemi per telefono”. Messaggio che riassume perfettamente il carattere dell’autore: riceve e legge le comunicazioni, ma vi depista; come a dire: “Ragazzo mio, se vuoi guadagnarti la pagnotta, la strada è lunga e tortuosa”.

La visione del documentario “Latina / Littoria: una città” mi ha regalato un’intuizione. Antonio Pennacchi è il nostro Clint Eastwood: alieno ai titoli accademici, il suo sapere l’ha conquistato sul campo. E’ un gran rompiballe con la passione per i fatti (e con la capacità di osservarli obliquamente).

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RU486

non tutte le streghe sono state bruciate

di Carlo Flamigni e Corrado Melega
Edizioni L’asino d’oro

RU486 è una pillola abortiva, usata in combinazione con un secondo (e più raramente) con un terzo farmaco.

Il principio attivo della pillola RU486 è l’ormone denominato mifepristone, sviluppato nel 1980 nei laboratori francesi dell’azienda farmaceutica Roussel-Uclaf, a partecipazione statale.

La pillola RU486 causa il distacco del prodotto del concepimento dalla parete uterina detta endometrio e va assunta, secondo le indicazioni internazionali, entro i 56 giorni di amenorrea, secondo le disposizioni italiane (più rigide) entro le prime 7 settimane di gravidanza.

La pillola RU486 viene fatta seguire, due giorni dopo la sua assunzione, da una prostoglandina, in Italia il misoprostolo.

Le prostoglandine sono composti chimici derivati dall’acido arachidonico, un grasso polinsaturo, definito “essenziale”, perché non può essere sintetizzato dall’organismo umano. Le prostoglandine inducono effetti significativi a dosaggi notevolmente inferiori rispetto a quelli ormonali.

Una delle prostoglandine più usate in ostetricia è il misoprostolo, per vari scopi: induzione del travaglio del parto e di quello abortivo, negli aborti incompleti, nelle emoraggie post-partum e persino nelle disfunzioni maschili da difetto erettile.

Associato alla pillola RU486, il misoprostolo ha il compito d’indurre le contrazioni che porteranno all’espulsione del prodotto del concepimento.

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Due diari di viaggio in Transiberiana

con tutti i posti che ci sono…
cronache semiserie lungo la Transiberiana
di Paolo Cagnan
Edizioni Vallecchi

in Transiberiana
con Han, Kidane, Bemnet, Bashir
di Angelo Maria Pellegrino
Edizioni Stampa alternativa

Nel 1991 avevo 16 anni, ero curioso, affamato di libri. Spendevo la mia scarsa paghetta in romanzi e saggi. Ma non erano sufficienti; la mia media di lettura oscillava tra i 3 e i 6 libri alla settimana. Così ricorrevo alla biblioteca di Budrio – che, come tutte le piccole biblioteche comunali, è un aperitivo che non sazia e ti lascia più affamato di prima; forse è intenzionale – e ai prestiti di un’amica colta. Quando Stampa Alternativa sconvolse lo mondo stantio mondo editoriale italiano, inaugurando una collana con testi dal prezzo del pane invece che dell’oro – i famosi “millelire” -, uno dei primi volumetti ad arrivare nelle librerie su “In Transiberiana” di Angelo Maria Pellegrino (nomen homen). Ne possiedo un ricordo vivido: più grosso della “Lettera sulla felicità” di Epicuro, copertina con sfondo bianco e un grosso binario disegnato in bianco e nero, direzione nord-est, pagine esili per risparmiare sui costi di fabbricazione. Potete immaginare da soli che data la penuria di denaro e la necessità di leggere, i “Millelire” hanno rappresentato per il sottoscritto un’insperata fortuna: così tanti libri (e interessanti) per così pochi soldi!

“In Transiberiana” è stato uno di quei libri ti aprono un orizzonte, ti portano in dote un sogno, una meraviglia esotica che prima o poi nella vita ti dirai: “Stavolta lo faccio!”. E parti per andar lontano. Il sogno è prendere questo treno antico (è stato inaugurato nel 1900 e presentato all’Esposizione Universale di Parigi), partire da Mosca (non prima di un saluto al compagno Lenin, per consigliargli, la prossima volta, di prestare più attenzioni ai successori) e da lì rollare placido fino agli Urali che, lo so, nella vostra zucca sono come montagne immense, giacché niente di meno che enorme può dividere l’Europa dall’Asia. Invece a malapena si possono definire “colline” che, lungo l’immota linea verticale che sottilmente disegna il confine naturale fra i due continenti, hanno osservato silenziose uomini e donne attraversarle e morir di freddo, pur di proseguire sulla “via della Seta”. Quel cammino che collegava il nostro arretrato continente medioevale al progredito “Impero della Terra di Mezzo”: la Cina.

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