Non luogo a procedere

di Claudio Magris
Garzanti

PREMESSA
Quando inizio un libro di Magris ho sempre una impressione fisica: l’espressione “immergersi nella lettura” assume una sua concretezza, come se mi fossi tuffata davvero in un mare profondo, in apnea, ed esplorassi fondali verdastri e lussureggianti, mentre lievemente il mio respiro si trasforma in bollicine che risalgono verso una superfice lontana. Non ci sono rumori di fondo a disturbare questa lettura in immersione. Una lettura profonda. Siccome, poi, sono vecchia e non ho fretta di correre verso la morte, la lettura è anche lenta e posso tornare sulle frasi, sulle singole parole, scivolando dolcemente fra le frasi, soffermandomi e prendendomi il tempo di pensare.
Solo così, riprendendomi il mio tempo, posso leggere Magris. Forse è per questo che lo apprezzo tanto, non solo per quello che mi dice , ma perchè il modo come lo dice mi consente e mi impone di accedere alla vastità del suo pensiero, con un ritmo per cui il tempo della sua lettura è tanto più tempo mio, tempo riconquistato.

LA TRAMA
Uno stravagante e geniale personaggio triestino colleziona, a partire da cimeli arcaici, risalenti alla conquista delle Americhe, attraverso la prima guerra mondiale e la seconda, strumenti bellici di distruzione e di morte. L’intento è quello di costruire un “Museo della Guerra”, mostrare, attraverso la potenza distruttiva delle armi, l’orrore e la crudeltà della guerra e far sì che questo sia di monito: mai più conflitti armati, genocidi e massacri.
Il personaggio (realmente esistito, ma solo fonte di ispirazione del romanzo, attivo durante la seconda guerra mondiale nei rapporti complessi fra i combattenti di tutte le bandiere, nazisti, fascisti, resistenti, titini e alleati, a Trieste) che inizialmente era un mero collezionista di oggetti, fa un salto di qualità quando si imbatte nei muri della Risiera, muri che ancora conservano, scritti con le unghie e coi denti dei morituri, i nomi dei delatori, dei conniventi, delle spie, dei compromessi che li stanno per condurre a morte per gas o con i crani sfondati a colpi di mazza. Gli ebrei triestini, i combattenti, gli slavi hanno tramandato sui muri della Risiera, in un estremo sforzo di verità e di memoria, i nomi dei carnefici e dei complici. L’inventore del Museo trascrive nomi, annota frasi, ricompone disegni, graffiti su quei muri: essi, più dei cimeli, testimoniano un orrore profondo, la crudeltà esercitata sui miseri, sugli innocenti, sui concittadini, mandati al macello, nella connivenza e nel silenzio della loro città. I quaderni si riempiono di nomi e scritte, il frutto più prezioso della sua ricerca. Lui si mette sulle tracce dei nomi, si fa segugio, scopre che i carnefici si sono mimetizzati nella tranquilla vita del dopoguerra, sono emigrati, conducono ora altre vite silenziose e modeste. Alcuni boia hanno scontato la loro colpa, ma la miriade intorno a loro si è riadattata nella nuova vita democratica, ha rinnovato e ristretto legami, sodalizi. La zona grigia, dice Magris, è una menzogna: o si è vittime o si è carnefici. I conniventi silenziosi, quelli che hanno stretto mani sporche di sangue , per portare avanti affari e rinsaldare vicoli di potere, sono colpevoli, ma non ci sono prove dei loro misfatti. Non luogo a procedere.

La storia non è tuttavia narrata in modo così lineare.
I capitoli hanno tre narratori: l’inventore del museo, che talora narra in prima persona, la curatrice del Museo, Luisa Brooks, che ha il compito di elaborare il progetto museale, e il museo stesso. Nel redigere il progetto del museo Luisa si fa coinvolgere sempre più nelle vicende che il progetto del museo rievoca, perché incarna nella sua persona, in quanto frutto di un amore autentico e coniugale fra sua madre ebrea e suo padre, tenente nero dell’esercito di Liberazione, l’ultima incarnazione di due stirpi di perseguitati e di sofferenti, scampati nei secoli a ricorrenti genocidi e massacri e schiavitù. Luisa è lei stessa un’estrema superstite e una testimone. La sua narrazione degli eventi, di cui lei stessa è frutto, la inducono ad una riflessione rievocativa e storicizzante – a tratti favolosa – delle vicende della sua famiglia di parte ebraica, coinvolta nello sterminio della Risiera, e della sua famiglia di parte nera, esito di una schiavitù di centinaia di anni e che si perpetua nel presente, in forme diverse. In fondo è lei stessa una personificazione del museo, un’incarnazione di come l’amore e la morte si fondano nella tragedia del destino umano e siano due aspetti della stessa medaglia: L’Amor-te.
Alcuni capitoli altro non sono che le schede descrittive che saranno poste sui muri ad illustrare i materiali posti nelle sale: descrizioni tecniche e analitiche dei pezzi, spade, giberne, bombe, fucili, mitragliatrici o ingombranti tanks, sommergibili.
La descrizione tecnica, ingegneristica – i materiali, il ferro, l’acciaio, la stoffa – conserva però un’eco delle mani che hanno usato gli attrezzi da lavoro dello sterminio, una traccia del sangue, delle ossa, dei corpi. L’odore del gas.
La fredda descrizione lascia un’inquietudine: è la stessa indifferenza dello strumento un atto d’accusa.
I futuri visitatori del museo dovranno provare non l’ammirazione davanti ai prodigi della tecnica, ma avvertire nel profondo, con inquietudine, come questo sapere scientifico e questa abilità tecnologica sia stato al servizio dello sterminio, oggetti carichi di dolore, disperazione.
Ecco allora che leggendo, fluttuando nei fondali della narrazione di Magris, a ogni pagina, a ogni riga mi pareva di sentire dal fondo un’eco: “de te fabula narratur”, perché niente è cambiato: il libro di Magris è un libro del presente. In misteriosi hangar, non museali purtroppo, ma attivi, le linee di montaggio robotizzate, gli uffici, le stanze di manager e consigli di amministrazione e finanziari, cervelli e mani che costruiscono i presenti e futuri strumenti di morte. Ne siamo ogni giorno testimoni.
L’Amor-te che rinnova la stirpe umana e la destina al massacro sembra essere più forte della vocazione umanissima dell’inventore del museo: disarmare il genere umano. Ne siamo corresponsabili se, come dice Magris, non esiste la “zona grigia”.
Il libro di Magris per la prima volta affronta per il grande pubblico la storia della Risiera di San Sabba, campo di sterminio con camera a gas, a Trieste, civilissima città di tradizione austrica e italiana. Se la verità, aletheia, è disvelamento, questo libro la pone di fronte a tutti. Adesso non possiamo dire di non sapere.

Dimentica il mio nome

di Zerocalcare
Bao Publishing
Chi conosce da qualche tempo Zerocalcare lo apprezza, penso, soprattutto per le sue brevi storie, sviluppate su sei sette tavole, che hanno per protagonista l’autore stesso alle prese con la quotidianità vissuta da molti trentenni e che appaiono con incerta regolarità sul suo blog. Precarietà, tecnologia invasiva e invadente, serie televisive, impicci relazionali, amicizie, famiglia e politica, questi, più o meno, gli ingredienti.
Sicuramente uno dei “segreti del successo” del giovane autore è quello di saper dipingere il suo alter ego come una persona dai molti tratti border line – la periferia, gli amici squatter, qualche sanpietrino lanciato fra i fumogeni di una manifestazione, l’antagonismo da centro sociale – ma, contemporaneamente, come rappresentante di una sconcertante normalità: non ha un lavoro fisso, vive una lunga fase post adolescenziale che lo mantiene in un limbo da “bamboccione”, come si sarebbe detto un tempo, dove un immaginario che si nutre di icone infantili e nuovi eroi della cultura pop degli anni duemila gli fa compagnia in quel bozzolo confortevole che è la casa. Il fattore immedesimazione è potenziato al massimo e il bel tratto grafico, un umorismo sempre sagace che, però, non si fa mai tentare dal cinismo insieme a una sorta di tenerezza che, forse involontariamente, emana dal teatro movimentato dei personaggi, quelli reali e quelli immaginari, che lo attorniamo, premurosi o molesti, tenendolo sempre al centro della narrazione, tutti questi ingredienti fanno di Calca’, come lo chiamano gli amici, un personaggio a cui ci si affeziona immediatamente.
Con Bao Publishing Zerocalcare ha pubblicato una serie di racconti lunghi che portano avanti la storia del ragazzo della periferia romana. Alle prese con il romanzo, però, c’è qualcosa nella narrazione di Calcare che si rompe. E mi riferisco, soprattutto, all’ultimo volume, uscito nelle librerie nell’ottobre del 2014 e già piccolo best seller, anzi, come si dice, vero e proprio caso editoriale.
Le incursioni nella non lontana infanzia del protagonista, prima, e nella mai conclusa adolescenza, poi, questa volta sono finalizzate a ricostruire, almeno in parte, la storia famigliare di Calcare, una storia che piano piano appare al ragazzo come misteriosa e affascinante, a volte persino paurosa. I frequenti flash back e i ricordi che da confusi piano piano sembrano assumere forme più nette, accompagnano il lettore nel graduale disvelamento del segreto che mamma, zie e nonna per decenni hanno custodito. Il ruolo attivo nell’epilogo della storia famigliare permetterà a Calcare di entrare nel mondo degli adulti, di “diventare un uomo”, come lui stesso ammette, tremebondo. È quindi un romanzo di formazione, questo Dimentica il mio nome, ma quanta fatica per tenere il filo di una storia che presenta tratti fantasy e qualcosa dell’horror, ma che procede contorta e invischiata! L’autore utilizza il segno grafico per dare forma a metafore giustapposte e spesso ridondanti, così ciò che nelle poche pagine delle tavole pubblicate sul blog è un punto di forza e di originalità, vale a dire la metaforizzazione della realtà tramite la mescolanza fra la quotidianità frusta e le figure immaginifiche che popolano una sorta di pantheon simbolico che attornia, consiglia e protegge il protagonista, qui rallenta e impasta la lettura fino a creare una confusione nei passaggi narrativamente nodali che implica in chi legge uno sforzo supplementare per raccapezzarcisi.
Per quanto attiene, poi, più strettamente alla poetica di Zerocalcare c’è, a mio parere, da registrare uno scivolamento in un’estetica decadente che, di nuovo, nelle tavole brevi non sembra trapelare (alle quali, tuttavia, non può che sottendere). Pascolianamente chiuso nel suo nido, curato e protetto da figure femminili che iconograficamente prendono le forme di montagne resistenti ad ogni terremoto emotivo o morbide chiocce severe quanto comprensive, il protagonista si muove in una specie di continuo, diurno, sogno abitato da feticci infantili che gli si stringono attorno rendendogli oggettivamente difficile il rapporto con il mondo di fuori, quello adulto. Orsacchiotti, struzzi, tapiri, proiezioni oniriche che continuamente sfalsano il rapporto con la realtà del protagionista in funzione protettiva, sono gli aiutanti magici di un mondo che non riesce, se non a tratti e dolorosamente, a fissare un centro senziente e intelligente che non sia Calcare stesso. Tutto e tutti passano attraverso la percezione che di tutto e tutti ha Calcare che, spesso, non vede la realtà perché, semplicemente, non vuole vederla. A che vale allora mobilitarsi contro il TAV, nutrirsi di una visione politica incentrata sul conflitto e agire di conseguenza insieme ai pochi sodali che condividono tale visione antagonista e pura se ciò che si anela è il bozzolo caldo del nido materno? Ma forse è qui il nodo che rende la produzione di Zerocalcare comunque complessa e interessante (soprattutto, credo, negli sviluppi futuri a cui assisteremo dopo che il protagonista “è diventato un uomo”), è, forse, nella contraddizione che gordianamente aggroviglia la narrazione e blocca i pensieri e le azioni del protagonista nell’oscillazione fra slancio ideale e paura di mettere la testa fuori.
Una tappa importante, in questo senso, potrebbe essere il reportage che il fumettista ha realizzato dopo una breve permanenza a Kobane, la città kurda centro della resistenza contro il dilagare delle forze oscurantiste dello Stato islamico. Calcare è sulla strada buona, forse tapiri, struzzi e chiocce, piano piano, rimarranno a guardarlo e a proteggerlo sullo sfondo, da lontano. E come direbbe lui: daje.

Un giorno triste così felice. Sócrates, viaggio nella vita di un rivoluzionario.

di Lorenzo Iervolino
Edizioni 66thnd2nd

Il giovane Lorenzo Iervolino ripercorre meticolosamente la storia di una vita eccezionale, quella del centrocampista brasiliano Sócrates, un uomo che, al di là del prodigioso talento sportivo, è stato un politico, uno scrittore, un musicista e un pittore. Un rivoluzionario, come giustamente recita il sottotitolo. I suoi famosi colpi di tacco non erano semplicemente un elegante e ardito gesto atletico, ma la rappresentazione plastica di una idea del calcio modellata sui concetti di bellezza e di libertà, di arte, anche. E poi era il gesto di un anarchico, insofferente delle ottuse gerarchie del sistema calcistico che organizzano la vita dei giocatori come fossero bambini o, peggio, animali da fatica, muscoli senza cervello. Eppure, nonostante il carisma di questo guevarista in maglietta a strisce, nonostante le numerose vittorie in campo e fuori, direi che quell’idea di calcio è scomparsa insieme al grande campione che ce l’aveva in testa e che lo sport “più bello del mondo” oggi sembra offrire solo cinismo, interessi economici, narcisismo, quando non truffa e “gioco sporco”.
Poco prima di morire Sócrates aveva lanciato una sorta di cupa profezia su cosa sarebbe stato il Campionato mondiale nel suo paese: tutto ciò che aveva paventato si è verificato, come un film di cui lui già conosceva con precisione la sceneggiatura. Iervolino costruisce la narrazione come una sorta di diario di viaggio, nei luoghi della carriera del campione, in Brasile e in Italia, e a casa delle persone che gli sono state vicino e che lo hanno amato. Man mano che si procede nella conoscenza di una personalità leggendaria – anche grazie ad alcune interessanti invenzioni narrative che testimoniano la bravura di chi firma il volume – le tappe diventano più faticose, le parole più struggenti, la tristezza impasta le parole, quelle dell’autore e quelle dei suoi preziosi testimoni, fino all’epilogo, la malattia, l’isolamento, la morte e, in absentia del “Doutor” con il nome da filosofo, fino alle ultime pagine sulle quali Iervolino fa scorrere le fasi delle proteste di studenti e lavoratori brasiliani nei mesi che precedettero la Coppa.
La profezia si è avverata, il colpo di tacco che smarca e lancia in area l’attaccante rimane un gesto lontano, ieratico, scolpito in un pantheon immobile, mentre la quotidianità frusta ci restituisce il volto tondo di Tavecchio e gli strilli di una schiera di esagitati commentatori televisivi che macinano concetti sul nulla.

Io sono soltanto un cane

di Jutta Richter
Beisler edizioni

Titolo impagabile per un romanzo – uno dei tanti, verrebbe da dire – raccontato proprio dalla voce di un cane, dietro la quale si nasconde la penna di Jutta Richter (l’unica, e sola). Io sono soltanto un cane appaga un’attesa lunga un decennio, quello che ci separa dalla pubblicazione per Beisler de Il cane dal cuore giallo o la storia dei contrari (2003, sempre tradotto da Bice Rinaldi). Il pubblico tedesco ha dovuto invece aspettarne tredici, di anni, dal 1998 al 2011, per poter rivedere un cane protagonista assoluto delle pagine di Jutta. Attesa appagata appieno, malgrado la scarsa foliazione – meno di cento pagine – che vede articolarsi i dieci capitoli del libro, ciascuno introdotto da un riassuntino che sa molto di romanzo picaresco (capitolo primo, nel quale all’inizio me ne sto al sole felice e contento). Se il protagonista de Il cane dal cuore giallo si chiamava Cane e andava matto per la pelle di galletto, stavolta l’arruffato eroino si chiama Brendon, risponde al nome di Anton, si pappa volentieri le orecchie di maiale e viene dalla puszta ungherese, un luogo popolato da pecore racka dal dubbio comprendonio, minacciosi sciacalli dorati e lune piene verso cui sgolarsi. Anton ha un passato difficile e come tutti i cani da pastore è più abituato a cavarsela all’aria aperta che tra quattro mura, ma nel corso del libro il suo spirito da outsider saprà farsi valere in quella che chiamiamo civiltà… non senza scossoni, goffaggini, colpi al cuore e gesti salvifici. Jutta Richter riesce come al solito a inchiodare alla pagina grandi e piccini, ma il libro seduce anche grazie alle scarne illustrazioni in bianco e nero e a un’inusuale impaginazione del testo – lo sbandieramento a sinistra – che conferisce al romanzo un’aria da filastrocca lunga. Motivo di più per leggerselo tutto d’un fiato, magari ad alta voce, con lo sguardo alla luna (e il pensiero alla puszta).

Questo libro è stato tradotto da Bice Rinaldi e contiene illustrazioni di Hildegard Müller.

Steve Jobs

di Walter Isaacson
Mondadori

All’inizio del terzo millennio, Steve Jobs contattò Walter Isaacson, fresco di pubblicazione di un’accurata biografia su Henry Kissinger, proponendogli di scrivere la propria. Isaacson rifiutò, in ragione del fatto che Jobs era ancora molto giovane e che, dunque, la sua carriera non poteva dirsi conclusa: aveva ancora davanti a sé molte occasioni per lasciare il segno. Isaacson aveva ragione per quanto riguarda la carriera – dopo averlo contattato, Jobs creò, con la squadra Apple, il nuovo sistema operativo Unix, Mac Os X, l’iPod, l’iPhone, l’iPad e tutta una serie di nuovi straordinari Macintosh -, si sbagliava invece sul fatto che Jobs avesse davanti a sé ancora molti anni di vita. Il fondatore della Apple era già a conoscenza del cancro che gli devasterà prima il pancreas, per poi condurlo alla morte nel 2011. Nel 2009 fu la moglie di Jobs a contattare nuovamente Isaacson, avvisandolo: “Se ci tiene a scrivere la sua biografia, non le resta più molto tempo per farlo”. Comincia così un biennio di interviste col tecno-visionario più importante e famoso dei nostri tempi, di incontri coi suoi amici e avversari, di indagini meticolose negli archivi della società e in quelli privati della famiglia Jobs. Il ritratto che compone Isaacson non è un’agiografia: la forte personalità di Jobs è raccontata attraverso gli episodi della sua vita, da quelli più felici a quelli più infausti, quando l’anima autoritaria e arrogante del figlio prodigio della Silicon Valley raggiungeva vette di crudeltà inaudita. Il tutto accompagnato dal come e dal quando e con quali intuizioni Jobs rivoluzionò non un business, bensì sei: i personal computer, la musica in rete, l’editoria digitale, la grande distribuzione, la telefonia e il cinema d’animazione, quest’ultimo grazie al suo investimento nella Pixar, condotta con successo fino alla fusione con la Disney. Due sono state le idee guida di Jobs, sulle quali ha costruito, anche a prezzo di pesanti sconfitte e di sacrifici personali, la fortuna sua e dell’innovazione tecnologica. Prima idea: considerare la tecnologia come uno strumento da allacciare alle arti umanistiche e figurative. Seconda idea: controllare ogni aspetto dell’esperienza dell’utente, progettando quindi sistemi “chiusi”, in contrapposizione ai cosiddetti sistemi “aperti” in stile Microsoft (da non confondere col “free and open software”), dati in licenza a una quantità di produttori di hardware. Il controllo è stata la sua ossessione, il suo orizzonte, il suo dogma. E la ragione per cui i prodotti Apple sono “lo stato dell’arte” e, ad ogni nuova uscita, spostatano più avanti l’asticella di ciò che credevamo possibile. Isaacson ha mandato in stampa una biografia perfetta che, delicata e precisa, regala al lettore il piacere d’apprendere quale forza di carattere è necessaria per produrre qualcosa, nella propria vita, di cui essere fieri.

Ps: la presente recensione è scritta su computer Apple.

Yugoland

di Andrea Ragona e Gabriele Gamberini
BeccoGiallo

Ibrido tra reportage di viaggio e piccole storie a fumetti in bianco e nero, Yugoland si presenta come un volume dalla piacevole lettura, come una fonte di possibili itinerari, tanto a chi i Balcani già li conosce, quanto a chi intende avvicinarsi a queste terre complesse, ai suoi popoli rimescolati, alle sue culture in bilico tra Occidente e Medio Oriente, alle sue fantasmagoriche e talvolta drammatiche storie. Le domande che sottendono ai viaggi degli autori e che diventano occasioni di conversazioni con artigiani, intellettuali, baristi, dalla Slovenia alla Macedonia, passando per la Croazia, la Serbia, la Bosnia-Erzegovina e il Montenegro, sono: “Esiste ancora la Jugoslavia?”, “Cosa ne è rimasto?”, “Quando è finita?”. Le narrazioni a fumetti sono un eccellente complemento visivo/emotivo; su tutte spicca quella di Srđan Aleksić, giovane serbo ucciso dai miliziani nazionalisti perché volle difendere il suo amico musulmano. La prefazione è di Luka Zanoni, direttore dell’Osservatorio Balcani e Caucaso, che traccia un bilancio a vent’anni dalla fine dai conflitti degli anni ’90: “In gioco c’è più di un viaggio. C’è l’incontro con l’Europa, quella fatta di alterità e minoranze. L’incontro con l’altro da noi, con il diverso, con chi si è fatto la guerra. Ma allo stesso tempo con il fratello, con le comunanze, con quello che siamo: bastardi e meticci. Ed è qui che ritrovo la Jugosfera. Ovvero le relazioni tra le comunità, i popoli e i Paesi che facevano un tempo parte di un unico stato federale: tutto ciò che c’è di comune, dalla lingua alla cultura, tutto ciò che quei popoli hanno fatto e fanno assieme. A più di venti anni dall’inizio dello sfaldamento violento della Jugoslavia, ormai irrimediabilmente ex, manca molto a una riconciliazione delle comunità che vi vivono. L’elaborazione del passato è ancora lontana, la giustizia per le vittime troppo spesso inevasa. Si celebrano gli anniversari, ci si ricorda di esserci stati, ma in generale poco si parla di questi luoghi al di là dell’orizzonte bellico o di quello strategicamente commerciale. La conoscenza che si ha dei nostri vicini d’oriente è ancora scarsa e superficiale. Paesi che emergono ritmicamente e con fragore con i fatti di cronaca, lampi nel quotidiano buio d’attenzione”. Ed è per sconfiggere questo “buio della mente”, che il libro “non è rivolto solo a chi ha amato e ama la Jugoslavia, a chi ha amato e ama i paesi che sono sorti dalle sue ceneri. E’ un libro per tutti. Come un taccuino pieno di tasche, per infilarci gli indirizzi e i biglietti raccolti strada facendo, i pezzi di vita attraversata, le foto, le matite, gli acquerelli”. Andrea Ragona ha creato altresì uno yugo-blog, che l’ha accompagnato durante la stesura del volume. Libro e sito sono vivamente consigliati.

Tutti i racconti 1956 – 1962

di James Graham Ballard
Fanucci

Per inaugurare il nuovo, oscuro Millennio, i tipi della Fanucci mandarono in stampa tre tomi, la raccolta completa dei racconti dello scrittore britannico di fantascienza. Il primo di questi ripercorre gli esordi di J. G. Ballard, riproponendo le prime pubblicazioni avvenute sulle riviste di settore. Nell’introduzione, l’autore avverte che “cinquant’anni fa, la forma del racconto godeva d’immensa popolarità presso i lettori […] Purtroppo la gente di questi tempi ha perso il gusto di leggere racconti, forse in reazione alle pletoriche e prolisse narrazioni delle serie televisive”. Questi volumi diventano, dunque, una preziosa occasione per accostarsi per la prima volta a un genere letterario che ha tra i suoi indiscussi maestri “Borges, Bradbury e Poe”, capaci di distillare racconti “coniati in metallo prezioso, con un aureo fulgore che non cesserà mai di ardere nel cuore della vostra fantasia”. E sebbene Ballard non citi se stesso tra i maestri – diamogli atto della sua umiltà – la mole impressionante di racconti scritti e la perfezione di alcuni è lì a testimoniare la qualità del suo lavoro. Nel primo tomo, scopriamo perle e temi che diventeranno costanti della riflessione ballardiana, espressa anche in eccezionali romanzi: la contrazione, l’estensione e la sovrapposizione della percezione del tempo; lo spazio sovraffollato; il pianeta terra prossimo a morire per l’usura dettata dall’uomo (problema ecologico ante litteram); gli effetti del suono sulla mente umana. Una nicchia d’onore la meritano le vicende ambientate a Vermillion Sands, luogo immaginario, paradiso residenziale post-atomico del futuro: non perdetevene nemmeno una e dedicate un’attenzione speciale “alla scultrice di suoni”.

Alan Turing, il genio che inventò il computer

di Simone Buttazzi
Area51

Alan Turing è considerato l’inventore dell’idea di “macchina pensante” (il computer, diremmo oggi) e altresì colui grazie al quale l’Inghilterra e gli Stati Uniti poterono decifrare il codice Enigma, usato dalla Germania per proteggere le sue comunicazioni militari durante la Seconda Guerra Mondiale. Con una scrittura brillante, con pennellate efficaci, Simone Buttazzi sintetizza la tragica vita e gli studi di Turing, presentando un’agevole biografia. Operazione ancor più degna di nota in quanto, per far conoscere ad un vasto pubblico l’opera di uno dei maggiori matematici del ‘900, il formato scelto è quello elettronico e il prezzo estremamente contenuto.

L’appartamento e altri racconti

di Deborah Monica Scanavino
END

Sono due volte di genere questi racconti editi dalle valdostane Edizioni Non Deperibili di cui corpo12, è giusto sottolinearlo per trasparenza, è da sette anni l’emanazione in forma di blog collettivo a scopi di critica letteraria. Per quanto sia raro, su queste pagine digitali, che si parli diffusamente dei libri END. Questa recensione nasce da un incontro pressoché fortuito al Salone del Libro col libro di Deborah Monica Scanavino, presentato negli spazi della Val D’Aosta insieme all’editrice Viviana Rosi. La presentazione mi ha incuriosito e di ritorno da Torino ho dato la precedenza ai quattordici racconti dell’orrore firmati Scanavino – orrore nel senso più genuino ed efficace del termine. In senso anche positivo, visto che la prosa dell’autrice ha un piglio sicuro, un mestiere oserei dire, che la eleva rispetto alla media della produzione “de paura”, di solito più interessata al cosa che al come. Due volte di genere, dicevo. Una prima perché, da sempre, le Edizioni Non Deperibili hanno un occhio di riguardo per le differenze, in particolare quelle di gender. E questo libro non fa eccezione. Una seconda per il fatto, già menzionato, che l’autrice si rifà alla letteratura sclaviana e kinghiana (per citare i due esempi più illustri e “presenti”), mutuandone la capacità di scovare la paura nel quotidiano e di spodestare il lettore dal suo piccolo trono di sicurezze e certezze rassicuranti. Il racconto eponimo della raccolta è forse quello più debitore della vena fantastica di Tiziano Sclavi, in quanto narra di un appartamento – con tanto di coppia d’inquilini: Sauro Emanuele Altieri ed Elena Mimosa Rossi – che si stacca dal palazzo “come se fosse una custodia di plastica sfilata da un porta-cd a colonna” e viaggia dritto nello spazio, provocando più smarrimento che stupore, più dubbi burocratici che domande esistenziali. Il secondo racconto, La chiromante, narrato in prima persona, contiene invece più di un rimando a L’occhio del male di Bachman / King, il cui titolo originale è Thinner. Un dettaglio che mi conduce per mano verso il gruppuscolo di racconti più dolorosi e interessanti della raccolta, vale a dire Le bambole non mangiano e il fulminante Thinspiration, racconti che toccano – diciamo pure: sfondano – un tema delicatissimo come quello dell’anoressia. Anche in questo caso, il ricorso alla prima persona conferisce un’immediatezza, al narrato, che non può lasciare indifferenti. Altri racconti detonanti sono DOPOtutto e Sexting, incentrati rispettivamente sul trauma di una violenza sessuale e sull’abitudine molto diffusa tra gli adolescenti di scambiarsi foto “osé” via internet, anche se a volte l’interlocutore non è affatto un adolescente… Meno intensi ma sorretti da idee brillanti i racconti L’ultima salita – basato sull’esperienza diretta dell’autrice con gli sport estremi – Il ragno e Un dolce per te, questi ultimi dei piccoli gioiellini horror da leggere tutto d’un fiato con la speranza di poter poi dormire anche a luci spente. In conclusione, la curiosa raccolta di Deborah Monica Scanavino ha più di una freccia al proprio arco, e le frecce migliori sono quelle che si conficcano nella carne (nostra, e dell’autrice) provocando un sanguinamento copioso e difficilmente arginabile, poiché la ferita è interna, profonda, autentica. E fa un male cane.

Qual è il segreto di papà?

di Francesca Pardi e Desideria Guicciardini
Lo Stampatello

Una casa editrice per ragazzi che parla di omogenitorialità e più in generale di famiglia al plurale, abbracciando tutte le famiglie possibili (e reali) senza bisogno di snocciolare modelli o di entrare nel dibattito demente su cosa sia meglio di cosa, su cosa sia lecito, cosa illecito, cosa lesivo di chissà quali princìpi. Da un anno a questa parte lo Stampatello racconta, a puntate, la “piccola storia di una famiglia”, come recita la collana in cui rientra anche questo loro quinto titolo, Qual è il segreto di papà? Il segreto, diciamolo subito, si chiama Luca. Papà è separato da mamma e sembra nascondere qualcosa di grosso… che sia un rapinatore, una spia internazionale, che sia affetto da un morbo misterioso, si chiedono i piccoli Giulia e Carlo, di 6 e 9 anni? Poi un bel giorno papà si presenta a casa tenendo Luca per mano, e i fumetti sopra la testa dei due ragazzi si gonfiano di cuoricini. Certo, i compagni di scuola di Carlo lo tampinano con una strana parola – ghèi… – ma dopo che papà ne ha parlato con la maestra, la classe scopre che in inglese quella paroletta significa allegro. E quando Luca si presenta a scuola con la sua moto da poliziotto, l’entusiasmo è alle stelle. La salutare semplicità del libro scritto da Francesca Pardi e illustrato da Desideria Guicciardini è acqua fresca per i lettori di tutte le età, e rappresenta un’impresa eroica nel contesto italiano, per quanto l’anafalbetismo in tema di diritti e di vita vera sia appannaggio più di una certa classe dirigente che del cosiddetto Paese reale. Nelle trentasei coloratissime pagine del volume le due autrici toccano tutti i punti nevralgici della “questione omogenitoriale” e li sciolgono con leggerezza e solarità, anche grazie alla loro esperienza personale. Il progetto Lo Stampatello è infatti molto vicino all’associazione Famiglie Arcobaleno. Gli altri titoli finora presenti in catalogo sono Più ricche di un re!, Piccola storia di una famiglia: perché hai due mamme?, Il grande grosso libro delle famiglie (tradotto dall’inglese) e il primo libro della saga di Piccolo uovo, disegnato da Altan e candidato al Premio Andersen nella categoria 0-6 anni. Per la cronaca, il prossimo capitolo della saga vedrà Piccolo uovo alle prese col concetto di “ricchezza” ed è di imminente pubblicazione l’irresistibile Bell’anatroccolo. Uno squillante in bocca al lupo alle editrici Francesca Pardi e Maria Silvia Fiengo, affinché i libri de Lo Stampatello si diffondano nelle scuole, nelle biblioteche e dove c’è maggior bisogno che il loro messaggio venga recepito: in Parlamento.